A 10 anni dal terremoto, il saccheggio dei fondi: così le mafie si sono prese la ricostruzione del Centro Italia

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Castelluccio di Norcia
Il 26 ottobre 2016 la terra tremava distruggendo l’Appennino centrale; 10 anni dopo la DDA svela il saccheggio di decine di milioni di euro di fondi pubblici tra ditte fantasma e l’ombra di camorra e ‘ndrangheta. Ecco cosa accade nel più grande cantiere pubblico d’Europa.

Il 26 ottobre 2016 due violentissime scosse di terremoto di magnitudo 5.4 e 5.9 colpirono l'Appennino centrale, con epicentro nei comuni montani di Castelsantangelo sul Nera e Ussita. I sismi, arrivati a due mesi da quelli del 24 agosto che avevano causato 299 morti tra Amarice, Arquata del Tronto e Accumoli, devastarono una vastissima porzione di territorio della provincia di Macerata costringendo decine di migliaia di persone ad abbandonare le loro case, distrutte o pericolanti e tuttora inagibili, spesso ancora ridotte a cumuli di macerie e in totale stato di abbandono.

A dieci anni esatti di distanza un altro terremoto colpisce il Centro Italia, ma questa volta è di natura giudiziaria. La scorsa settimana infatti un'operazione della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Ancona e della Guardia di Finanza – denominata non a caso "Ricostruzione" – ha portato al sequestro di oltre 57 milioni di euro, oltre a otto arresti e cinquanta perquisizioni, scoperchiando il saccheggio dei fondi della ricostruzione post-sisma 2016 e portando alla luce un presunto intreccio di truffe, corruzione nella pubblica amministrazione e infiltrazioni della ’ndrangheta e del clan camorristico dei Casalesi. Insomma: nonostante i controlli la criminalità organizzata è riuscita a penetrare, come un coltello nel burro, nel più grande cantiere pubblico d'Europa, quello della ricostruzione del vastissimo cratere dei terremoti 2016 e 2017.

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Camerino dopo il terremoto del 26 ottobre 2016

L'imprenditore Crucianelli presunta cerniera con camorra e ‘ndrangheta

Al centro di questa colossale rete c'è un nome che negli ultimi anni ha incarnato l'immagine della crescita inarrestabile dell'edilizia marchigiana: Enrico Crucianelli, titolare della Crucianelli Rest/Edile S.r.l. di Tolentino nonché presidente provinciale di Ance Macerata – organismo di rappresentanza degli imprenditori edili di Confindustria. Per rendere l'idea della mole di denaro che circola da anni nel "cratere" basta osservare la parabola economica compiuta dalla sua impresa. Prima dell'avvio della grande macchina della ricostruzione la Crucianelli Rest/Edile era una società dai volumi contenuti entro una dimensione locale. Nel bilancio d'esercizio 2016, la ditta fatturava circa 14,5 milioni di euro, con un utile d'esercizio di 168mila euro.

Con l'apertura dei cantieri e la pioggia di fondi pubblici gli affari si sono moltiplicati: nell'arco di un decennio la società ha aumentato commesse e ricavi fino a raggiungere, nell'esercizio 2025, un fatturato di 230.531.550 euro e un utile netto di quasi 11 milioni di euro. Si tratta di una crescita di quasi il 1.500% del fatturato, e di un incremento del +6.430% dei profitti, cresciuti di oltre 65 volte rispetto ai livelli pre-sisma.

A insospettire gli inquirenti è stata una macroscopica sproporzione: stando alle carte dell'inchiesta e agli accertamenti del G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Ancona, a fronte di una media stabile di circa 200 operai alle dipendenze, saliti a 270 unità solo nell'ultimo biennio, la società di Crucianelli sarebbe arrivata ad acquisire circa 800 cantieri tra il 2021 e il 2025, di cui oltre 400 risulterebbero tuttora formalmente aperti e attivi sul territorio. Un volume d'opera imponente che evidentemente l'impresa non avrebbe mai potuto sostenere con le sole proprie forze lavorative.

Le ditte legate alla ‘ndrangheta operanti nella ricostruzione

Nelle oltre 700 pagine dell'ordinanza cautelare, la figura di Enrico Crucianelli viene descritta dai magistrati come un punto di snodo e raccordo tra il circuito economico legale e il mondo della criminalità organizzata. Secondo gli inquirenti, i sodalizi avrebbero sfruttato la reputazione, la credibilità e l'immagine pubblica di costruttore stimato e affidabile costruita nel tempo dalla Crucianelli Rest/Edile per infiltrarsi e confondersi all'interno del tessuto produttivo marchigiano. Gli atti descrivono un contesto caratterizzato da una presunta disponibilità all'ingresso di realtà mafiose che, rinunciando alla violenza armata, puntavano direttamente al settore edile per offrire rapidità d'esecuzione nei cantieri, tariffe ribassate e una riserva continua di manodopera economica a basso costo e priva di rappresentanza sindacale. Dal quadro tracciato, comunque, emerge che Crucianelli non avrebbe agito come affiliato organico con vincolo di appartenenza.

Il primo asse criminale ricostruito dalla Procura porta dritto alla ‘ndrangheta. Dalle verifiche sui flussi finanziari e dalle attività di intercettazione emerge una relazione d'affari ultraventennale tra Crucianelli e Vincenzo Chiappalone, costruttore calabrese da tempo radicato a Sassoferrato e considerato dagli inquirenti vicino alle cosche Avignone di Taurianova e Crea di Rizziconi, quest'ultima già implicata nell'agguato mortale ai danni di Marcello Bruzzese avvenuto a Pesaro nel Natale del 2018. La confidenza tra i due è stata documentata da una conversazione captata a novembre 2025 a bordo di un'auto tra l'imprenditore marchigiano e la compagna Antonella Mercorelli. In quell'occasione, Crucianelli spiegava di aver favorito il passaggio delle commesse e dei crediti della Esmeralda Costruzioni, ditta gestita e diretta di fatto da Chiappalone, gravata da oltre 400 mila euro di debiti verso l'erario e gli istituti previdenziali, a una compagine societaria speculare, la Edilnova, di proprietà "guarda caso" dell'ex moglie di Chiappalone.

Nell'intercettazione, Crucianelli raccontava di aver sollecitato una ricompensa personale per l'aiuto prestato ("se mi fai un regalo…"), ottenendo la piena disponibilità del costruttore calabrese, e di avergli consentito di incamerare ingenti somme tramite terzi. Alle richieste di chiarimento di Antonella Mercorelli sull'identità dell'interlocutore calabrese, Crucianelli rispondeva che si trattava di un partner commerciale con cui collaborava da molto tempo e che partecipava regolarmente agli eventi conviviali della sua azienda, soffermandosi poco dopo sulla valutazione di un orologio di lusso ricevuto come omaggio e stimato in circa 27 mila euro.

La consapevolezza delle manovre illecite emergerebbe – secondo l'accusa – anche da un dialogo intercettato tra Crucianelli e il suo collaboratore Roberto Galassi. Esaminando il dissesto della Esmeralda, il titolare dell'impresa marchigiana illustrava la strategia attuata dal collega calabrese: a fronte di una pesante esposizione debitoria con Inps, Inail e Cassa Edile e di fatture aperte per 300 mila euro, Chiappalone pretendeva che i pagamenti venissero deviati sulla nuova ditta (Edilnova), impiegando i lavoratori della prima società ma fatturando con la seconda, in modo da trattenere i guadagni senza onorare i debiti contributivi e retributivi.

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Sfollati del terremoto del 26 ottobre 2016

Il filone sulla camorra e il clan dei Casalesi

Il secondo e più esteso filone d'indagine si concentra sui presunti legami con il clan dei Casalesi, in particolare con la fazione facente capo a Michele Zagaria. Dagli atti emergono i ruoli chiave attribuiti ai fratelli Giuseppe e Raffaele Diana e ad Antonio Esposito, considerati i gestori occulti di un reticolo di società, tra cui Mira Costruzioni, Prospera, Omega, Gisa, Adriatica e Ricostruire, a cui Crucianelli avrebbe affidato ben 67 cantieri. Il meccanismo fraudolento puntava ad aggirare i controlli dell'Anagrafe antimafia degli esecutori: ogniqualvolta una ditta subappaltatrice veniva colpita da un'interdittiva prefettizia, il gruppo allestiva tempestivamente una nuova ragione sociale intestata a prestanome o a familiari privi di precedenti, verso cui venivano trasferiti contratti, squadre di operai e flussi contabili. Secondo gli inquirenti, Crucianelli si sarebbe adoperato per riallineare accordi e documentazione fiscale, attestando una falsa regolarità amministrativa dinanzi all'Ufficio Speciale per la Ricostruzione e consentendo il regolare afflusso delle risorse pubbliche destinate ai lavori.

Le intercettazioni telefoniche agli atti evidenziano come l'imprenditore avrebbe conosciuto chiaramente il profilo dei propri soci di fatto. A giugno 2024, nel riferire alla compagna di un incontro avvenuto a Tolentino con Antonio Esposito, Crucianelli identificava l'uomo come un camorrista. A settembre dello stesso anno, confidandosi con una propria collaboratrice, ribadiva che l'azienda faceva capo ad ambienti di Casal di Principe e che Esposito non compariva in alcun atto formale, agendo invece dietro le quinte. In una successiva conversazione dell'aprile 2025 sui trascorsi giudiziari dei fratelli Diana, ammetteva inoltre come si trattasse di soggetti ampiamente noti alle pagine di cronaca per le loro vicende penali.

La percezione dei rischi giudiziari e la volontà di non interrompere gli affari emergerebbero secondo l'accusa anche da una telefonata dell'ottobre 2024, in cui Crucianelli manifestava il timore che gli organi inquirenti potessero revocare la certificazione antimafia anche alla sua impresa a causa delle relazioni mantenute pur essendo al corrente delle criticità dei partner. Ciononostante, le intese sarebbero proseguite sulla base di vantaggi reciproci: i referenti campani si sarebbero spesi per favorire l'inserimento della ditta marchigiana negli appalti per i lavori post-alluvione a Ischia, mentre Crucianelli avrebbe promesso il proprio appoggio per agevolare l'ingresso degli interlocutori nel circuito di Confidustria.

La CGIL: "Il sistema dei subappalti favorisce le infiltrazioni criminali"

A spiegare il funzionamento di questo sistema è Daniele Principi, segretario generale della Cgil di Macerata, sindacato che da molti anni denuncia le tante storture nella ricostruzione. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e confermato dal sindacalista a Fanpage.it, il meccanismo si sarebbe retto su una distorsione dell'istituto del subappalto: "Sostanzialmente, stando a quanto sarebbe emerso nell'inchiesta della magistratura, Crucianelli agiva da schermo, da patina che nascondeva la raccolta delle commesse. Una volta incassato il SAL zero, quindi l'anticipo del 20% sui lavori, il resto dell'opera veniva completamente delegato alle aziende subappaltatrici". Secondo le carte dell'inchiesta, il rischio d'impresa per Crucianelli sarebbe stato pressoché azzerato. "Crucianelli otteneva l'appalto e garantiva l'approvvigionamento delle risorse e l'utilizzo dei macchinari spendendo il proprio nome, la sua credibilità e la sua autorevolezza. Le ditte legate ai clan gli fornivano la manodopera e, al tempo stesso, prendevano i materiali direttamente da lui: a quel punto il circuito si chiudeva attraverso continui scambi e compensazioni di fatture".

"Il sistema è tanto banale quanto perverso", prosegue il segretario della Cgil di Macerata. "Crucianelli – secondo l'accusa – si sarebbe garantito un enorme flusso di liquidità, perché stiamo parlando di opere contestate complessivamente per oltre 400 milioni di euro. Il 20% di anticipo non sono certo bruscolini, e lo otteneva semplicemente recintando con la rete arancione il cantiere". Una volta accaparrati i cantieri e intascata la liquidità, l'imprenditore marchigiano avrebbe fatto da scudo legale per ditte che altrimenti non avrebbero mai potuto operare: "Non potendo gestire una mole così enorme di lavoro solo con le proprie forze, era giocoforza obbligato a rivolgersi a queste aziende che non avrebbero potuto ottenere il cantiere da sole, perché sarebbero finite sotto la lente dei controlli che non avrebbero superato". Una dinamica favorita, conclude il sindacalista, dalla progressiva deregolamentazione normativa: "L'appalto genuino nasce per lavorazioni specialistiche che non fanno parte del proprio core business, e per questo c'erano percentuali basse affidabili a terzi. Oggi il sistema crolla perché, non essendoci più questi limiti, io prendo l'appalto e poi l'opera viene nei fatti realizzata da altre aziende senza più corrispondenza con l'aggiudicatario. È questo l'utilizzo che noi denunciamo da sempre e che porta inevitabilmente al rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata".

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Daniele Principi, segretario generale CGIL Macerata

I milioni incassati dalle società vicine alle cosche

Secondo quanto contestato dalla Procura, sulla base dei dati dell'Anagrafe Tributaria analizzati dalla Guardia di Finanza, le società subappaltatrici riconducibili ai referenti dei Casalesi avrebbero conseguito un ingiusto profitto pari a quasi 16 milioni di euro, quantificato sulla base delle fatture emesse verso la Crucianelli Rest/Edile S.r.l. tra il primo gennaio 2023 e il 30 aprile 2026 per i cantieri della ricostruzione privata nel cratere sismico. A questa cifra si sommano altri 12 milioni di euro fatturati sempre alla stessa impresa dalle compagini legate alla ‘ndrangheta. In totale, si tratta di circa 28 milioni di euro di fondi pubblici destinati alla ricostruzione post-terremoto finiti direttamente nelle casse delle ditte collegate alle organizzazioni criminali; un fiume di denaro che, secondo gli inquirenti, veniva poi ripulito attraverso un false fatturazioni e consulenze professionali per pagare le mazzette ai colletti bianchi e società fittizie utilizzate per far transitare i fondi neri verso i clan.

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