L’ombra di camorra e ‘ndrangheta sulla ricostruzione post sisma 2016, allarme CGIL: “È solo la punta dell’iceberg”
Oltre 57 milioni di euro sequestrati, otto arresti e cinquanta perquisizioni: l’operazione "Ricostruzione" della Dda di Ancona e della Guardia di Finanza ha scoperchiato il saccheggio dei fondi della ricostruzione post-sisma 2016, portando alla luce un intreccio di truffe, corruzione nella pubblica amministrazione e infiltrazioni della ’ndrangheta e del clan dei Casalesi. Tra i destinatari della custodia cautelare in carcere c’è Enrico Crucianelli, colosso dell'edilizia e presidente provinciale di Ance Macerata – organismo di rappresentanza degli imprenditori edili di Confindustria – ritenuto dagli inquirenti la cerniera tra l'economia legale e i clan di camorra e ‘ndrangheta.
Eppure, secondo la CGIL di Macerata – sindacato da sempre in prima linea nel vigilare sulla legalità della ricostruzione – quanto emerso rischia di essere soltanto la punta dell'iceberg di un sistema opaco, dove il ricorso selvaggio ad appalti e subappalti ha consentito alla criminalità organizzata di drenare risorse pubbliche senza freni. A pagare il prezzo più alto sono le migliaia di terremotati che da esattamente dieci anni vivono sradicati in attesa di rientrare nelle proprie abitazioni. Famiglie disperate che ora rischiano di vedere i cantieri delle loro case sequestrati e congelati per chissà quanto tempo. Per questo Fanpage.it ha fatto il punto con Daniele Principi, segretario generale della CGIL di Macerata.
Segretario, l'operazione "Ricostruzione" non colpisce aziende e personaggi qualsiasi ma, tra gli altri, un gigante dell'edilizia locale. Enrico Crucianelli, tra gli arrestati, oltre a guidare la sua impresa è il presidente provinciale di Ance Macerata, l'associazione dei costruttori di Confindustria in un territorio in cui stanno piovendo miliardi di euro di fondi per la ricostruzione. Che segnale è che un personaggio del genere sia accusato di essere la "cerniera" con clan di ’ndrangheta e camorra?
È un segnale estremamente preoccupante. Se le accuse troveranno conferma e gli imputati saranno dichiarati colpevoli, significherà che questo modello di fare impresa si è ormai affermato persino all'interno dell'economia legale. Il primo danno, devastante, ricade sulle imprese oneste del nostro territorio, che sono la stragrande maggioranza e che faticano ogni giorno per rimanere sul mercato nel rispetto delle regole, e che ogni giorno perdono appalti, lavorazioni e opportunità a vantaggio di chi si muove con questi metodi. Ma al di là della rilevanza penale che accerterà la magistratura, c'è un'enorme anomalia a monte che andava vista prima: com'è possibile che un sistema permetta a un'azienda che dichiara 220 o 230 operai dipendenti di gestire contemporaneamente più di 400 cantieri della ricostruzione? Parliamo di una realtà passata in pochissimi anni da un fatturato di qualche milione a centinaia di milioni di euro all'anno. A questa domanda gli organi ispettivi, chi controlla le procedure e il commissario straordinario Guido Castelli devono dare una spiegazione.

Di chi sono le responsabilità politiche e amministrative di questi "buchi neri" nei controlli? Come è possibile che aziende in odore di criminalità organizzata riescano a penetrare nell’opera pubblica più grande d’Europa?
Noi siamo sul campo dall'immediato post-terremoto e già dal 2017 denunciamo pubblicamente situazioni precise, spie chiarissime del tentativo della criminalità organizzata di infiltrarsi nell'economia della ricostruzione. Il grimaldello è sempre lo stesso: il ricorso smodato a subappalti, reti d'impresa, consorzi e distacchi di manodopera. Sono tutte pieghe normative che consentono di eludere i controlli. La verifica si concentra sull'azienda che si aggiudica l'appalto, ma lungo la catena dei subaffidamenti le tracce si perdono, i passaggi si omettono e la macchina ispettiva va in affanno.
C'è poi un dato politico che riguarda la capacità dello Stato di presidiare una situazione straordinaria. Fin da subito abbiamo chiesto di potenziare gli organici degli enti ispettivi, dall'Ispettorato del lavoro alle forze di polizia e alla Guardia di Finanza. I dati della Cassa Edile ci dicono che dal 2016 a oggi sono arrivati solo nel cratere maceratese 12mila lavoratori da fuori territorio e dall'estero, insieme a migliaia di imprese. Un'ondata che la nostra provincia non era attrezzata ad assorbire. Eppure oggi gli ispettori del lavoro fanno i salti mortali perché sono numericamente meno di dieci anni fa. Dai commissari straordinari che si sono succeduti non abbiamo mai avuto risposte: il mantra è sempre stato solo quello di "ricostruire in fretta", arrivando persino a dipingerci all'inizio come disturbatori che rallentavano i cantieri. Ma non si può ricostruire senza la legalità come precondizione, altrimenti i nodi arrivano al pettine, come in questo caso.
Crede che questa inchiesta sia solo la punta dell'iceberg? Ricordo che le regioni interessate dalla ricostruzione post sisma sono 4, Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. E che l'inchiesta della magistratura ha riguardato la sola provincia di Macerata…
I segnali che riceviamo quotidianamente non sono positivi. Non abbiamo elementi giudiziari per dire che altre realtà si trovino nella stessa situazione, ma difficilmente un fenomeno simile è circoscritto a una sola azienda e a un solo territorio. Nel cratere circola una quantità di denaro enorme e c'è una mole di appalti e subappalti del tutto sproporzionata rispetto ai cantieri attivi. Basterebbe chiedere ai proprietari degli immobili quante imprese diverse e quanti lavoratori differenti vedono sfilare nella gestione della propria abitazione. In questo contesto, non è possibile escludere che personaggi vicini alla criminalità organizzata si stiano arricchendo.
la partecipazione ai lavori di ditte in odore di camorra e ‘ndrangheta quali dubbi apre sulla qualità degli edifici ricostruiti finora?
L'inchiesta solleva un interrogativo inquietante: come stiamo ricostruendo? Per anni ci è stato raccontato che il modello Marche era un esempio da esportare ovunque. Ma se queste infiltrazioni servono a estrarre margini di guadagno illeciti, drenando risorse all'economia reale, e se le lavorazioni vengono continuamente frammentate tra aziende che si scambiano la manodopera, c'è il rischio concreto che i lavori non siano stati eseguiti a regola d'arte. La frammentazione estrema è un campanello d'allarme pesante anche sulla sicurezza e sulla qualità dell'opera finita.

Mentre l'inchiesta svela flussi milionari, la tensione sociale sale: a Tolentino quattro operai sono saliti a 35 metri d'altezza su una gru perché non ricevevano lo stipendio proprio da una ditta subappaltatrice della Crucianelli Rest Edile. Cosa sta accadendo nei cantieri?
Scene come quella di Tolentino, dove i lavoratori sono costretti a salire su una gru e a rischiare la vita per pretendere le proprie spettanze, dimostrano che la preoccupazione è fortissima e che la corda si è spezzata. È il paradosso più intollerabile: si muovono centinaia di milioni di euro di denaro pubblico, ma chi sta materialmente sulle impalcature a lavorare non vede lo stipendio per mesi. La moltiplicazione di appalti e subappalti crea esattamente questo cortocircuito: si scaricano i costi sull'ultimo anello della catena, i lavoratori perdono ogni punto di riferimento e i loro diritti vengono calpestati. Come Fillea Cgil siamo stati sul posto per seguire la vertenza e sbloccare le retribuzioni, ma è evidente che la tensione nei cantieri della provincia è a livelli d'allarme.
Arresti, sequestri per 57 milioni e cantieri bloccati: i terremotati maceratesi devono prepararsi a vedere le loro case abbandonate a metà per anni?
Il pericolo è concreto: se le istituzioni non intervengono subito, questa vicenda rischia di trasformarsi nella nostra "Ilva di Taranto". Abbiamo di fronte una vera e propria bomba sociale che mette insieme migliaia di lavoratori a rischio stipendio tra appalti e subappalti, centinaia di piccole e medie imprese sane del territorio schiacciate nell'incertezza dei pagamenti e, infine, migliaia di famiglie che aspettano da dieci anni di rientrare a casa e non possono pagare il prezzo delle illegalità altrui.
Per questo abbiamo chiesto immediatamente l'apertura di un tavolo istituzionale permanente con la Regione Marche, la Prefettura, gli enti locali e le parti sociali. Servono soluzioni tempestive, serie e trasparenti per far sì che i cantieri non si fermino, che i lavoratori mantengano retribuzioni e occupazione e che non venga sprecato nemmeno un euro di fondi pubblici, che appartengono alle tasse pagate dai cittadini.