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“Mi sono dimessa dal pronto soccorso dopo due anni e mezzo: visitavo 45 pazienti in 12 ore”

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Dopo due anni e mezzo in pronto soccorso, Claudia, 38 anni, ha lasciato la sanità pubblica. In una lettera a Fanpage.it racconta turni con 45 pazienti in 12 ore, straordinari non retribuiti e attrezzature usurate. “A 38 anni non ci si può condannare a una vita lavorativa pesante, frustrante ed insoddisfacente”, scrive.

Fanpage.it raccoglie le testimonianze di medici, infermieri e operatori sanitari che ogni giorno lavorano in condizioni difficili. Chi vuole raccontare la propria esperienza può scriverci a segnalazioni@fanpage.it.

Dopo la specializzazione in Medicina d'Emergenza-Urgenza, aveva partecipato a un concorso per lavorare in un'azienda sanitaria del Veneto. I posti disponibili erano 109, ma al concorso si erano presentati in 28 e alla fine erano stati assunti soltanto in 18. Claudia, 38 anni, aveva iniziato quel lavoro con entusiasmo, idealizzando la sanità pubblica. Due anni e mezzo dopo, però, ha deciso di dimettersi. In una lettera inviata a Fanpage.it racconta le ragioni della sua scelta e le condizioni che, nella sua esperienza, hanno reso sempre più difficile continuare a lavorare in pronto soccorso: turni prolungati, carichi di lavoro elevati, attrezzature usurate e segnalazioni alla dirigenza che, sostiene, non hanno portato a cambiamenti. Tra gli episodi che ricorda c'è quello di un turno di dodici ore durante il quale è arrivata a visitare 45 pazienti, mentre altri colleghi, racconta, non si occupavano delle persone in attesa. La sua testimonianza si inserisce nel dibattito sulla carenza di medici negli ospedali pubblici e sulle ragioni che spingono alcuni professionisti a lasciare il servizio sanitario. "A 38 anni non ci si può condannare a una vita lavorativa pesante, frustrante ed insoddisfacente come quella che ho vissuto", scrive. Per ora non pensa di tornare: lo farà, spiega, soltanto se le condizioni di lavoro cambieranno e l'impegno dei medici verrà riconosciuto.

La lettera a Fanpage.it 

Buongiorno, Scrivo perché trovo giusto dare un punto di vista su un tema molto attuale, quello della carenza di medici negli ospedali pubblici.

Nel 2025 le dimissioni hanno superato i pensionamenti, e io sono una di queste dimissioni premature. Dopo la specializzazione in medicina d'Emergenza-Urgenza ho fatto il concorso per un posto in una ulss veneta. C'erano 109 posti a bando, e ci siamo presentati al concorso in 28, di cui poi solo 18 effettivamente assunti. Ero felice in quanto idealizzavo molto la sanità pubblica, ma dopo soli 2 anni e mezzo dall'assunzione ho fatto la mia scelta di mollare. Ciò che non viene raccontato dai media è l'esperienza diretta di chi si è dimesso e il racconto delle sue motivazioni, solo così la popolazione e (si spera) la politica può avere un'idea fedele della situazione in cui viviamo.

Il pronto soccorso è una realtà dura di per sé, ma le condizioni di lavoro sono la vera molla che non fa che scatenare stress crescente e burn out.

Il sistema sanitario pubblico, in particolare, non premia in alcun modo la meritocrazia: lavorare bene, lavorare male, o non lavorare affatto, non porta ad alcun cambiamento in positivo o in negativo della propria posizione. Gli aumenti di stipendio si hanno attraverso gli scatti di anzianità, come se essere più vecchi nell'anagrafica si traducesse in un aumento delle performance.

Ho avuto colleghi, vicini alla pensione, stanchi e menefreghisti che passavano il loro tempo a giocare con il cellulare, o a fumare sigarette sul retro, piuttosto che visitare pazienti, riversando sui colleghi, che come me si davano da fare, decine di persone da vedere. Sono arrivata a visitare 45 persone in un turno da 12 ore, e che assistenza avrei mai potuto offrire in quelle condizioni?

Alla dirigenza non è mai interessato evidentemente prendere dei provvedimenti, perché anche a seguito di segnalazioni nulla è mai cambiato, anche davanti ad episodi di dichiarata insubordinazione di tali colleghi.

Vogliamo poi parlare dei favoritismi? Delle ore in più regalate all'azienda senza essere retribuiti? Faccio un esempio: è capitato, non di rado, di dover attendere il collega della cooperativa per il cambio anche per 2 ore, 2 ore e mezza, lasciando il posto di lavoro alle 22.30 (dalle 8 di mattina). Senza una retribuzione ma soprattutto senza una penalizzazione della cooperativa in questione. Ricordo poi tra l'altro il rischio clinico a cui siamo sottoposti costantemente, in quanto le assicurazioni non coprono i sinistri avvenuti dopo la 12esima ora di lavoro.

Gli esempi analoghi sarebbero tantissimi.

Ma vogliamo parlare delle conseguenze dei mancati finanziamenti? Nei primi mesi del mio incarico avevo segnalato al direttore il danneggiamento e l'usura delle sonde ecografiche, che non rendevano possibile la generazione di un'immagine di qualità. In due anni e mezzo le sonde non sono mai state sostituite. Che diagnosi accurate si possono fare con un'ombra nera sullo schermo? Che responsabilità medico-legale mi viene attribuita a seguito di una diagnosi errata per l'inadeguatezza della strumentazione?

Parliamo poi di barelle a cui non funzionano i fermi, di monitor di decide di anni fa che non rilevano più la saturazione… e avanti cosi. Ma non ci sono mai soldi. Ormai non abbiamo più il rispetto né dei pazienti (con continue aggressioni verbali, minacce di denuncia ecc) nè di chi ci governa e dirige.

Se un sistema sanitario arriva a far scappare i giovani si deve correre ai ripari. Per il momento non tornerò. Se mai saremo ascoltati, se mai si instaurerà un sistema meritocratico che valorizzi la persona e che non ci tratti più come numeri… magari ci penserò. Ma a 38 anni non ci si può condannare ad una vita lavorativa pesante, frustrante ed insoddisfacente come quella che ho vissuto.

Vi ringrazio per il prezioso lavoro di informazione che fate e vi auguro di continuare per il meglio.

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Sono giornalista dal 2014, la mia area di riferimento è quella della cronaca. Su Fanpage cerco di offrire un punto di vista originale e indipendente sulla realtà che ci circonda. Il mio obiettivo è fare un'informazione "altra", semplicemente considerando che tutto quello che viene detto/scritto non è vero. È una fonte, ma di fonti ce ne sono tante. "L'unica certezza è il dubbio" dice Cartesio.
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