Pallone d'oro 2026

Paolo Condò: “È il Pallone d’Oro più incerto da quando voto. In tanti anni mai una telefonata per corrompermi”

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Paolo Condò, unico giornalista italiano nella giuria del Pallone d'Oro.
Paolo Condò è l’unico giornalista italiano nella giuria del Pallone d’Oro e Fanpage.it racconta i retroscena del voto, il prestigio di un premio che continua a far sognare i calciatori e una nuova generazione pronta a raccogliere l’eredità di Messi e Cristiano Ronaldo: “Di questa edizione, tra quelle per cui ho votato, è di gran lunga la più incerta”.

Il Pallone d’Oro è uno di quei premi che resistono al tempo, alle polemiche e persino ai cambiamenti del calcio. Ha modificato i propri criteri, allargato e ristretto la platea dei giurati, attraversato l’epoca della FIFA e vissuto la lunga rivalità tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Eppure, ancora oggi, conserva una forza simbolica capace di mettere d’accordo il mondo del pallone su una cosa: vincerlo resta uno dei traguardi più ambiti per un calciatore. Paolo Condò, giornalista e firma di riferimento del panorama sportivo italiano, è dal 2010 il rappresentante italiano nella giuria del premio assegnato da France Football e a Fanpage.it spiega come si diventa giurati e racconta perché non abbia mai ricevuto pressioni da parte di sponsor o ambienti vicini ai calciatori, allargando lo sguardo alla storia del trofeo, ai vincitori che hanno lasciato qualche perplessità, al ‘caso Lewandowski' e alla nuova generazione di fenomeni che domineranno il prossimo futuro.

Condò, partiamo dall’edizione 2026. È davvero una delle più incerte degli ultimi anni?
Di quelle per cui ho votato, è di gran lunga la più incerta. E se fossi ancora sui social, probabilmente sarebbe anche quella che mi porterebbe più insulti per la mia decisione, perché non esiste una scelta incontestabile. Tutti i candidati hanno argomenti a sostegno della propria candidatura, ma ciascuno presenta anche qualche elemento che non ha funzionato nel corso della stagione. Questo provocherà inevitabilmente discussioni e polemiche.

Eppure, da un certo punto di vista, questa incertezza è una buona notizia per il premio…
Assolutamente. Tutto questo fa molto bene al Pallone d’Oro, perché dimostra la sua straordinaria vitalità. Quando ci sono tanti candidati credibili, il dibattito si accende e il premio torna a essere davvero contendibile.

Quando arriva la lista dei candidati, ha un rituale particolare? Si organizzi subito per il voto oppure lascia passare qualche giorno?
Non ho nulla di scaramantico. C’è sicuramente una questione pratica, anche perché ho sempre problemi di tempo. Quando arriva la lista, sai di avere a disposizione una finestra di due o tre settimane. A quel punto devi trovare il tempo in cui nessuno ti disturbi, staccare il telefono e metterti a lavorare. Bisogna votare i dieci migliori giocatori, ordinandoli in una classifica. I primi tre magari li individui abbastanza facilmente, ma poi devi ragionare su chi mettere ottavo e chi decimo, perché anche quelle posizioni assegnano punti. Per me è importante essere serio e coerente, quindi voglio ripensare a quello che i giocatori hanno fatto durante la stagione. Inoltre, bisogna votare per i migliori portieri, per la squadra migliore e per il miglior allenatore.

Quindi il suo non è un voto costruito esclusivamente sulla vittoria di un grande trofeo. Cerca di riconoscere anche il valore dei singoli percorsi?
Sì, mi piace che il mio voto rispecchi l’intero anno calcistico. Mi è capitato spesso di non indicare come miglior allenatore quello della squadra che avevo scelto come migliore. Mi piace che ci sia un riconoscimento per tutti quelli che hanno fatto grandi cose, anche quando non appartengono alla stessa squadra. Naturalmente, in molti casi la squadra migliore e il suo allenatore coincidono, ma non è detto che debba essere sempre così.

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Cristiano Ronaldo e Messi alla conferenza stampa del Pallone d'Oro 2013.

Paolo Condò vota dal 2010. Per i tanti che se lo chiedono, come si diventa giurati del Pallone d’Oro?
Si viene scelti da France Football. Nel mio caso, il passaggio avvenne quando Roberto Beccantini, che votava prima di me, smise di lavorare e rimise il mandato alla rivista, con la correttezza che gli è propria. È una cosa che farò anch’io quando smetterò di lavorare. France Football si rivolge ai propri giornalisti in giro per il mondo e cerca persone che abbiano una proiezione internazionale, che non seguano soltanto il campionato del proprio paese.

E lei aveva esattamente quel profilo…
All’epoca, nel 2010, alla Gazzetta dello Sport mi occupavo proprio di calcio estero come inviato. Passavo mesi in Sudamerica e viaggiavo moltissimo. Era una vita meravigliosa, perché ti permetteva di conoscere il calcio e i giornalisti di tutto il mondo. Quando si creò la necessità di sostituire il giurato italiano, mi raccontarono che diversi colleghi di France Football avevano fatto il mio nome. C’era chi mi incontrava in Inghilterra, chi in Spagna, chi durante una Coppa d’Africa. Alla fine mi telefonarono e mi dissero che ero stato indicato come uno dei giornalisti italiani con la maggiore esperienza internazionale.

È quindi un incarico di grande prestigio, ma anche una responsabilità personale…
Certamente. Però è importante chiarire che non sono stato votato dai giornalisti italiani: sono stato nominato da France Football. È un privilegio e, quando non lavorerò più, ritengo corretto restituire il mandato, come ha fatto Beccantini prima di me.

In un premio di questa portata, con interessi commerciali enormi, le è mai capitato di ricevere pressioni dagli ambienti dei calciatori o dagli sponsor?
La risposta, forse sorprendente, è no. Mi sarei aspettato, nel corso degli anni, qualche tentativo di pressione da parte di grandi marchi come Nike o Adidas, che hanno interesse a promuovere un proprio giocatore piuttosto che un altro. Mi sarei persino aspettato qualche tentativo di corruzione. Invece non ho mai ricevuto neanche una telefonata.

Come se lo spiega?
Immagino che qualche movimento sotto traccia possa esistere, ma credo che ci sia anche una questione di prestigio. Penso che nei confronti dei giurati di paesi calcisticamente importanti, come Italia, Spagna, Germania e Inghilterra, nessuno si permetta certe iniziative. Sono giornalisti conosciuti anche a livello internazionale, non soltanto nei rispettivi Paesi. Probabilmente chiunque volesse esercitare una pressione del genere correrebbe un rischio troppo grande.

Nel corso della sua storia, il Pallone d’Oro è cambiato profondamente: prima una giuria europea, poi una platea più internazionale, quindi anche allenatori e capitani delle nazionali durante la collaborazione con la FIFA. Oggi si è tornati a una giuria composta da giornalisti dei primi cento Paesi del ranking FIFA. Quanto è cambiato il premio?
È abbastanza misterioso, ma è evidente che il Pallone d’Oro, a partire dall’oggetto stesso, passando per il prestigio di France Football, è riuscito a bucare lo schermo, come si dice. I calciatori sono spesso individui esigenti, egoisti, molto attenti al proprio riconoscimento personale. Pretendono un omaggio anche soltanto per andare una sera in un club di tifosi. Eppure il Pallone d’Oro è il premio per il quale sarebbero disposti ad andare a piedi fino a Parigi. Tutti, nessuno escluso.

È questa la vera forza del trofeo?
Sì. Il premio ha cambiato nel tempo alcune linee guida, compresa la composizione della giuria, ma ha mantenuto un prestigio enorme. E questo prestigio deriva anche dal desiderio dei calciatori di vincerlo. È evidente che il Pallone d’Oro abbia trovato una propria chimica, una propria magia. Non è soltanto un riconoscimento statistico o una valutazione tecnica: è diventato un simbolo che i giocatori desiderano conquistare.

Ci sono stati anni in cui, però, sembrava quasi impossibile sottrarre il premio a Messi e Cristiano Ronaldo. La sensazione era che si votasse sempre per loro, a prescindere dal rendimento degli altri…
Sì, non c’è dubbio. Messi e Cristiano Ronaldo hanno vinto insieme tredici Palloni d’Oro: è qualcosa di pazzesco, probabilmente irripetibile. Dal 2010 in poi ne hanno conquistati undici, se ricordo bene. Io personalmente ho votato Messi e Cristiano Ronaldo in alcune occasioni, ma non ho mai pensato che il calcio si esaurisse in loro due.

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Kvaratskhelia esulta dopo un gol con la maglia del PSG: da almeno due anni è uno dei migliori calciatori al mondo.

Ha, infatti, premiato anche giocatori differenti in alcune edizioni…
Ho votato Wesley Sneijder nel 2010, Andrés Iniesta nel 2012, Franck Ribéry nel 2013 e Gareth Bale nel 2016. Sono convinto che il calcio sia molto più ampio di quei due fenomeni. Messi e Ronaldo hanno rappresentato un’epoca straordinaria, ma non significa che ogni stagione debba necessariamente essere interpretata attraverso la loro rivalità. Ci sono stati altri giocatori che hanno fatto cose eccezionali e che, secondo me, meritavano un riconoscimento.

Condò ha spesso spiegato di votare premiando anche la "storia" dell'anno, come nel 2023, quando inserì Kvaratskhelia per il suo exploit: secondo lei è un candidato credibile?
Ecco, Kvaratskhelia è uno di quei giocatori che, per chi ama il calcio, rappresentano un fulmine. È arrivato a Napoli e ha mostrato immediatamente cose clamorose, in un club che ha un pedigree importante. Poi l'ha rifatto al PSG e si è consacrato. Lui ha una storia incredibile e lo considero assolutamente un candidato però il suo problema è enorme: non aver giocato il Mondiale. In una valutazione di questo tipo, l’assenza da una competizione così importante pesa.

Quindi, anche se il talento individuale è evidente, non può bastare per arrivare alla vittoria?
Io credo che il talento debba essere sempre considerato, ma il Pallone d’Oro non si assegna soltanto guardando le qualità tecniche. Devi tenere conto anche del percorso compiuto, delle competizioni giocate e di ciò che un calciatore è riuscito a ottenere nel corso dell’anno. Nel caso di Kvaratskhelia, il mio giudizio resta molto positivo. Ma quando si arriva alla scelta finale bisogna confrontare tutti questi elementi.

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Fabio Cannavaro, vincitore del Pallone d'Oro nel 2006.

Da giornalista italiano, non ha mai potuto raccontare un Pallone d’Oro vinto da un tuo connazionale durante il suo mandato. L’ultimo italiano a conquistarlo è stato Fabio Cannavaro, nel 2006. Quanto pesa questa assenza?
Mi dispiace molto non poter votare per un italiano, soprattutto perché oggi, a livello internazionale, il nostro giocatore di maggior rilievo è Gianluigi Donnarumma. Sono contento che France Football abbia istituito da qualche anno un premio specifico per il miglior portiere, perché ritengo che il ruolo del portiere non sia facilmente sommabile e paragonabile a quello degli altri giocatori.

Eppure, nel 2021, un calciatore italiano lo ha votato: Jorginho.
Sì, votai Jorginho, che arrivò terzo, perché aveva vinto la Champions League con il Chelsea e l’Europeo con l’Italia. Aveva conquistato due delle competizioni più importanti. Se vogliamo essere onesti, fu probabilmente un voto un po’ esagerato rispetto al valore individuale assoluto del giocatore. Jorginho è un ottimo calciatore, ma il mio fu anche un voto di patriottismo: l’Italia aveva vinto e volevo riconoscere quel risultato. Avevo pensato anche a Federico Chiesa, ma non aveva fatto abbastanza per sostenere una candidatura del genere. Jorginho, invece, aveva giocato un grande Europeo e segnato un rigore decisivo contro la Spagna. C’erano quindi degli argomenti a suo favore, anche se il mio voto fu inevitabilmente influenzato dal desiderio di premiare un italiano.

Nella storia del premio ci sono stati vincitori che, a distanza di anni, le hanno lasciato qualche perplessità? C'è sempre chi ricorda il caso di Igor Belanov, premiato nel 1986 anche perché il riconoscimento non poteva ancora andare a Diego Maradona…
Il nome che viene ricordato più spesso in questo senso è quello di Matthias Sammer. Il suo Pallone d’Oro del 1996 è legato a un’annata che, dal punto di vista della qualità individuale, viene considerata piuttosto povera. La Germania vinse l’Europeo e Sammer fu un giocatore importante, ma è curioso pensare a quanto poco si sia parlato di lui prima e dopo quella stagione.

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Matthias Sammer, vincitore del Pallone d'Oro nel 1996.

E Belanov?
Ricordo che quella Dinamo Kiev trasformata da Valerij Lobanovs'kyj in una sorta di nazionale sovietica era una grande squadra, molto divertente da vedere. Belanov era un giocatore importante di quel gruppo, ma probabilmente il Pallone d’Oro fu un riconoscimento un po’ sovradimensionato. Bisogna ricordare che per molti anni i calciatori sudamericani non potevano essere premiati. Era una limitazione evidente, perché proprio in quegli anni i sudamericani erano spesso dominanti. L’apertura ai giocatori di tutto il mondo è stata una riforma doverosa, probabilmente anche tardiva. Senza quella limitazione, Maradona avrebbe potuto concorrere al premio.

Negli anni in cui ha votato tu, invece, ha mai avuto la sensazione che il riconoscimento fosse finito nelle mani sbagliate?
Non direi. Ci sono stati tantissimi successi di Messi e Cristiano Ronaldo, poi hanno vinto Modrić, Benzema e altri grandi giocatori. Anche Dembélé, pur essendo un signor giocatore, è stato premiato in un contesto in cui io avrei fatto una scelta diversa. L’anno scorso votai Lamine Yamal. Già allora mi aveva impressionato moltissimo, per alcune cose che era riuscito a fare in campo. Sono convinto che nei prossimi anni possa diventare un plurivincitore del Pallone d’Oro.

Con la fine del Mondiale 2026, la generazione di Messi e Cristiano Ronaldo si avvia definitivamente verso il proprio posto nella storia. Si aspetta un Pallone d’Oro più democratico, con un numero maggiore di vincitori diversi?
Non so se vedremo spesso edizioni come questa, nelle quali ci sono davvero sei giocatori che potrebbero vincere e per ciascuno si può trovare una motivazione credibile. Nel futuro, però, vedo Lamine Yamal e Michael Olise spartirsi diversi trofei. Olise ha dimostrato definitivamente quanta qualità possieda: è un giocatore meraviglioso.

Lamine Yamal e Olise sono quindi i due nomi sui quali scommetterebbe per i prossimi anni?
Sì, sono i due calciatori di questa generazione che, secondo me, vinceranno più di un Pallone d’Oro. Su Yamal mi sono già espresso spesso. Olise è un altro giocatore che mi fa impazzire: quando tocca il pallone con il mancino, non sai mai che cosa possa succedere.

Eppure, quando si parla di Pallone d’Oro, non si può prescindere dai risultati collettivi. Se un giocatore dovesse vincere tutto con il proprio club, diventerebbe quasi impossibile ignorarlo?
Certamente. Dipende molto da ciò che succede nelle competizioni. Immaginiamo, per esempio, una stagione in cui il Manchester City vinca Premier League e Champions League, con Erling Haaland che segna una quantità incredibile di gol. Come fai a non assegnargli il Pallone d’Oro?

In questa nuova generazione c’è anche Kylian Mbappé. Sarebbe sorprendente se chiudesse la carriera senza vincere il Pallone d’Oro…
Sarebbe una mancanza importante per il premio. Mbappé è un calciatore di un livello tale che sarebbe strano immaginare una carriera intera senza quella vittoria.

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Kylian Mbappé.

C’è poi una vicenda che continui a considerare irrisolta: il Pallone d’Oro non assegnato nel 2020…
Io vorrei tanto che France Football tornasse su quella decisione. Nel 2020, a causa del Covid, il premio fu cancellato. Secondo me fu una scelta affrettata. Il campionato francese era stato interrotto, mentre altri tornei erano proseguiti, e alla fine Robert Lewandowski avrebbe vinto il Pallone d’Oro a mani basse.

Pensa che prima o poi possa esserci un ripensamento ufficiale?
Secondo me sarebbe giusto che a Lewandowski venisse assegnato proprio il Pallone d’Oro del 2020. E credo che prima o poi France Football possa farlo, perché non è un’organizzazione che non conosce il valore simbolico delle proprie decisioni. Io lo spero. Sarebbe il riconoscimento corretto per un calciatore che, ovunque sia andato, ha fatto cose straordinarie. Non si tratterebbe di cambiare la storia del premio, ma di riconoscere un merito che in quell’occasione non è stato premiato.

In definitiva, si aspetta un premio più aperto nei prossimi anni?
Sì, credo che tornerà a essere più contendibile e che vedremo più giocatori vincerlo. Questo non significa che non ci saranno altri dominatori. Se un calciatore riesce a mettere insieme grandi prestazioni individuali e successi collettivi, sarà sempre difficile impedirgli di vincere. Ma la stagione attuale dimostra che esistono diversi candidati credibili e che non siamo più necessariamente nella situazione in cui il premio sembra già assegnato prima ancora di cominciare a votare.

Se dovesse indicare oggi due nomi destinati a lasciare un segno nella storia del Pallone d’Oro, sceglieresti dunque Lamine Yamal e Olise?
Sì. Sono i due giocatori di questa generazione che vedo maggiormente in grado di vincerne più di uno. Hanno una qualità tecnica che mi colpisce ogni volta che li vedo giocare. Sono calciatori capaci di inventare qualcosa che non ti aspetti, e sono proprio queste le cose belle del calcio.

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