Roberto Beccantini: “Da giurato del Pallone d’Oro ricordo le pressioni dei tifosi. Maradona fu un’ingiustizia”

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Roberto Beccantini, storica firma del giornalismo italiano.
Dai limiti del regolamento che escluse Diego Armando Maradona alla supremazia di Messi e Cristiano Ronaldo, passando per i difensori penalizzati, le pressioni dei tifosi e le scelte più controverse. Il racconto di Roberto Beccantini, storica firma del giornalismo italiano, a Fanpage.it sulla sua esperienza da giurato del Pallone d’Oro dal 2003 al 2009.

Cosa significa davvero votare per il Pallone d’Oro? Come si arriva a scegliere il miglior calciatore del mondo? E quanto pesano il rendimento, la storia personale, i risultati collettivi e la capacità di emozionare? Roberto Beccantini, firma storica del giornalismo sportivo italiano, è stato giurato del Pallone d’Oro dal 2003 al 2009 e a Fanpage.it ha parlato delle regole del premio e dai suoi limiti storici, ha attraversato i nomi che hanno segnato la competizione e fino al dualismo tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, che ha monopolizzato un’intera epoca. Il giornalista bolognese non rinuncia alle proprie convinzioni, distingue il valore di un calciatore dalla legittimità di un riconoscimento e ricorda come, dietro ogni classifica, ci siano valutazioni individuali, sensibilità diverse e inevitabili discussioni. Perché il Pallone d’Oro, anche dopo settant’anni, continua a esercitare un fascino particolare.

Roberto Beccantini, partiamo dall’attualità. Se dovesse indicare il suo favorito per il Pallone d’Oro 2026, chi sceglierebbe?
Io avrei votato Kvaratskhelia. Anche se la Georgia non è una nazionale di primissimo piano, lui con il Paris Saint-Germain ha saputo diventare quasi un simbolo, un testimonial. Mi piace il suo dribbling e credo che sia un giocatore capace di fare la differenza. Naturalmente, nel giudizio complessivo entra anche una valutazione della carriera. Nella mia cinquina ci sarebbero anche Lamine Yamal, Rodri, Mbappé e Haaland. E poi ci sono i sostenitori di Harry Kane, che avrebbe meritato di essere tra i primi cinque, se non addirittura sul podio. Alla fine bisogna compiere selezioni drastiche, feroci. Il cuore va messo da parte: la bussola deve rimanere la competenza.

Io ne sono a conoscenza, ma in tanti si stanno chiedendo in questi giorni come si diventa giurati del Pallone d’Oro: prego, ci spieghi…
La scelta spetta alla redazione di France Football. Nel mio caso ho raccolto idealmente il testimone da chi mi aveva preceduto, a cominciare da Sergio Di Cesare, con il quale ho condiviso la giuria per molti anni. Di Cesare, dopo l’esperienza alla Gazzetta dello Sport, passò in federazione, diventando una figura di riferimento nei rapporti con la FIFA e con la UEFA. Era un interlocutore importante anche nei confronti di Blatter, Platini e di chi si succedeva alla guida delle istituzioni calcistiche. La storia dei giurati italiani è lunga e comprende nomi di grande rilievo, persino figure come Vittorio Pozzo. È un aspetto interessante perché dimostra quanto il premio abbia sempre avuto una dimensione culturale, oltre che strettamente sportiva.

Si parla spesso di pressioni, strategie e campanilismi. Le è mai capitato di ricevere richieste o sollecitazioni da parte di un club o di un procuratore?
Non ho mai subito pressioni capaci di condizionare il mio voto. C'erano, semmai, quelle dei tifosi. Quando Francesco Totti segnava un gol con un pallonetto, per esempio, le radio romane si scatenavano, soprattutto se eravamo nel periodo delle votazioni autunnali. Bisognava anche confrontarsi in redazione con il direttore, che allora era Candido Cannavò, e con altri colleghi. Ognuno esercitava legittimamente il proprio diritto di critica e poteva avere un'opinione diversa dalla mia o da quella di Sergio Di Cesare. Ma il mio voto è sempre stato indipendente. Anche quando c'erano spinte redazionali a favore di un determinato calciatore, la valutazione doveva restare legata al merito.

Il Pallone d’Oro è stato a lungo riservato ai calciatori europei. È stato questo il suo limite storico più grande?
Sì. Il problema era proprio quello. Fino al 1994 non si potevano votare i calciatori extraeuropei, e questo rappresentava una limitazione enorme. Pensiamo a Diego Armando Maradona: non poterlo premiare nel 1986 fu quasi un delitto. Era un vulnus profondissimo per un riconoscimento che pretendeva di individuare il miglior calciatore. Prima della sentenza Bosman del 15 dicembre 1995, inoltre, si discuteva anche di doppia cittadinanza e di giocatori considerati oriundi. Alfredo Di Stéfano era argentino-spagnolo, Omar Sívori argentino-italiano. Erano questioni che complicavano ulteriormente il quadro. Credo che l'esclusione di Maradona abbia contribuito a rendere evidente l'assurdità di quel limite. Successivamente si è passati a una concezione più ampia, consentendo di premiare calciatori di ogni nazionalità e, oggi, anche chi gioca al di fuori dell'Europa. È stato un processo corretto. Legare il Pallone d'Oro soltanto ai giocatori nati in Europa, o comunque agli oriundi, significava sminuire il premio stesso.

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Maradona con la Coppa del Mondo allo stadio Azteca dopo la finale del 1986.

Nel 1986, proprio perché Maradona non era eleggibile, il premio andò a Igor Belanov. È uno dei vincitori che le hanno lasciato più dubbi?
Belanov è certamente uno dei casi che si possono ricordare. Possiamo considerarlo un intruso. Quando non puoi votare Maradona, finisci per doverti arrampicare sugli specchi. In quell'anno c'erano anche altri calciatori che apprezzavo molto. A me, per esempio, piaceva Michel, il centrocampista spagnolo: lo consideravo un giocatore molto interessante per il modo in cui interpretava il centrocampo. Se dovevo scegliere tra lui e Gary Lineker, potevo anche preferire il primo. Questo dimostra quanto le valutazioni individuali possano differire. Ma gli intrusi, nella storia del Pallone d'Oro, non sono poi così numerosi. Bisogna anche evitare di giudicare le scelte del passato senza considerare il contesto nel quale furono compiute.

Anche Matthias Sammer, premiato nel 1996, è stato spesso indicato tra i vincitori discutibili…
Sammer era un libero-centrocampista e in quell'anno era stato campione d'Europa con la Germania. Non era il massimo, forse, ma non era neppure il minimo. Il fatto è che in quelle classifiche bisogna sempre valutare i concorrenti e la stagione. Non si può isolare il nome del vincitore dal contesto. Anche una scelta che oggi può apparire discutibile, in quel momento poteva avere una sua logica.

E Pavel Nedved? Il suo Pallone d’Oro del 2003 ha fatto molto discutere, anche perché non giocò la finale di Champions League contro il Milan…
Nedved stava giocando molto bene. È possibile che, paradossalmente, gli abbia giovato anche il fatto di non aver disputato quella finale, saltata per squalifica dopo l'ammonizione contro il Real Madrid. Fu una finale brutta e questo può aver contribuito a orientare il voto di alcuni giurati. Nedved aveva comunque disputato una grande stagione.

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Igor Belanov e il Pallone d'Oro vinto nel 1986.

Se il Pallone d’Oro è un premio individuale, perché continua a essere così difficile assegnarlo a un difensore o a un portiere?
Perché si premia soprattutto l'emozione di chi fa gol, più che l'estintore di chi deve spegnerla. Lo disse anche Dino Zoff, ricordando che nella storia del Pallone d'Oro soltanto un portiere è riuscito a vincerlo: Lev Jascin, nel 1963. Il difensore parte svantaggiato. Il gol è il momento poetico più alto del calcio. Non sarà tutto, ma è il momento che più facilmente accende l'immaginazione. Sono pasoliniano da questo punto di vista: il gol non sarà tutto nel calcio, ma rappresenta il suo momento poetico più alto.

Eppure nel 2006 il Pallone d’Oro andò a Fabio Cannavaro, con Gianluigi Buffon al secondo posto. Lei aveva votato Buffon.
Sì, io avevo messo Buffon al primo posto. Cannavaro è stato un'eccezione importante, perché apparteneva alla grande scuola italiana della difesa. La sua vittoria va letta anche in relazione al percorso del calcio italiano. Franz Beckenbauer, ad esempio, aveva rappresentato un'evoluzione del ruolo: un giocatore capace di partire dalla difesa e di avanzare, contribuendo a cambiare il modo di concepire il gioco. Cannavaro, invece, incarnava una scuola difensiva più tradizionale, fondata sulla marcatura, sull'anticipo e sulla solidità. Nel 2006 il podio comprendeva uno stopper e un portiere. È significativo. E se torniamo al 1982, quando si parlava ancora molto di catenaccio e di gioco all'italiana, troviamo Paolo Rossi. Nel 2021, all'Europeo vinto dall'Italia, il miglior giocatore del torneo fu Gianluigi Donnarumma. Sono riconoscimenti che aiutano a leggere anche l'evoluzione del calcio. Le classifiche non sono soltanto elenchi di nomi: raccontano, almeno in parte, le idee e le sensibilità di un'epoca.

Nel 2006, però, Cannavaro beneficiò anche della vittoria dell’Italia ai Mondiali. Quanto contano i trofei collettivi nel voto?
Contano, perché il Pallone d'Oro non viene assegnato in un laboratorio. Il rendimento individuale viene inevitabilmente letto insieme ai risultati della squadra, alla capacità di incidere nelle partite importanti e alla stagione nel suo complesso. Questo non significa che debba vincere sempre il giocatore che conquista il trofeo più prestigioso. Significa, piuttosto, che il giudizio non può prescindere dal contesto. È uno dei motivi per cui votare non è mai semplice: bisogna mettere insieme qualità, continuità, prestazioni, risultati ed emozioni, cercando di mantenere un criterio coerente.

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Messi e Cristiano Ronaldo durante un evento.

Lei ha vissuto anche la prima parte della rivalità tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Quando ha capito di trovarsi davanti a due calciatori fuori dal comune?
Loro hanno dominato un'epoca, spartendosi il premio per anni. Messi ha vinto otto Palloni d'Oro, Cristiano Ronaldo cinque. Numeri che raccontano soltanto una parte della loro grandezza. Io li descriverei così: Lionel Messi è un pittore, gli basta un pennello. Cristiano Ronaldo si è fatto scultore e ha bisogno di muscoli, scalpelli e martelli. Sono due interpretazioni differenti del talento. Messi ha una naturalezza straordinaria, una capacità di disegnare il gioco e di trovare soluzioni che sembrano impossibili. Cristiano ha costruito la propria grandezza attraverso il lavoro, la potenza, la continuità e una fame di gol senza precedenti. Ronaldo è stato, in un certo senso, un centravanti adattabile, anche se passerà alla storia con il marchio CR7, il numero che nel calcio del Novecento identificava soprattutto l'ala destra.

Due fuoriclasse accomunati dalla fame di vittorie, ma molto diversi per caratteristiche e personalità.
Sono stati due cannibali. Messi è figlio di una tradizione argentina che richiama Maradona e, andando ancora più indietro, Omar Sívori. Cristiano Ronaldo, invece, nel calcio portoghese non aveva precedenti diretti paragonabili al suo percorso. Eusébio era un'altra cosa. Mi sarebbe piaciuto vederli giocare insieme. Messi numero dieci, Cristiano numero nove: un argentino e un portoghese, due giocatori capaci di riscrivere le dimensioni della competizione individuale. Hanno scritto la storia. Messi sta chiudendo la propria parabola in maniera positiva; Cristiano, invece, negli ultimi tempi mi sembra stia gestendo male alcune situazioni.

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CR7.

Si riferisce anche alle recenti polemiche di Cristiano Ronaldo?
Sì. I fuoriclasse meritano qualche privilegio, ma non bisogna esagerare. Cristiano, a mio giudizio, ha esagerato. Chi scappa o si ritira ha sempre torto, anche quando pensa di avere ragione. In quella circostanza specifica, peraltro, non ritengo che avesse ragione. L'ego dei campioni è qualcosa di difficile da gestire. Ricordo il passo evangelico sul cammello e la cruna dell'ago: ebbene, è ancora più difficile far passare un ego nella cruna di un ago. Non voglio togliere nulla alla carriera di Ronaldo, che resta straordinaria. Ma la grandezza di un calciatore non lo mette al riparo da ogni critica.

Il Pallone d’Oro è stato anche un premio istituzionale, attraversato da cambiamenti e fusioni. Come giudica il periodo in cui si è unito al premio FIFA?
Il premio ha subito diverse trasformazioni. A un certo punto è passato sotto l'egida della FIFA, che lo ha incorporato nel proprio sistema di riconoscimenti. Dal 2010 al 2015 si è avuto il FIFA Ballon d'Or, frutto dell'unione tra il Pallone d'Oro di France Football e il premio FIFA. Poi la collaborazione si è interrotta e il Pallone d'Oro è tornato alla sua formula tradizionale, legata a France Football. Credo sia stato giusto tornare a una gestione più strettamente sportiva. Il Pallone d'Oro era diventato anche un marchio sul quale il marketing poteva costruire molto, ma la sua forza originaria rimaneva quella del riconoscimento assegnato attraverso il giudizio di una giuria di giornalisti.

Nel 2020, durante la pandemia, il Pallone d’Oro non fu assegnato. Robert Lewandowski avrebbe meritato di vincerlo?
Assolutamente sì. Lewandowski lo avrebbe strameritato. Quella mancata assegnazione rimane una delle decisioni più dolorose da ricordare, soprattutto per il rendimento che aveva espresso in quella stagione. È anche un esempio di come un premio, per quanto prestigioso, possa essere condizionato da circostanze eccezionali. Il riconoscimento non fu assegnato a nessuno e non ci fu modo di recuperare quella stagione con una premiazione successiva.

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Robert Lewandowski con la maglia del Bayern Monaco.

Negli ultimi anni il numero dei giurati è aumentato. Il premio è cambiato anche sotto questo aspetto?
Sì, la giuria è diventata molto più ampia. Mi pare che sia stata estesa ai giornalisti delle prime cento nazioni della classifica FIFA, anche se il dato preciso andrebbe verificato. In precedenza si era tentato di allargare la partecipazione anche ai commissari tecnici e ai capitani delle nazionali. Quella formula aveva prodotto votazioni talvolta discutibili. Ricordo scelte che, a volte, risultavano difficili da comprendere. Alcuni commissari tecnici di nazioni meno conosciute esprimevano preferenze che potevano apparire sorprendenti persino rispetto a quelle dei giornalisti. Il voto dei giornalisti non garantisce l'infallibilità, naturalmente, ma offre una prospettiva diversa. E il confronto fra le diverse sensibilità è parte integrante della storia del premio.

Il fatto che votino i giornalisti contribuisce a mantenere vivo il dibattito?
Sì. Il Pallone d'Oro è sempre stato un ossimoro: premia il simbolo di uno sport di squadra, e per questo si presta a critiche e contestazioni oggettive. Ma è proprio questa contraddizione a renderlo affascinante. Selezionare un solo giocatore significa inevitabilmente escluderne altri, anche quando hanno disputato stagioni straordinarie. Il fatto che a decidere siano i giornalisti aumenta, per così dire, la componente carnale e libidinosa del premio. Crea attesa, alimenta discussioni, coinvolge i tifosi e trasforma la premiazione in un evento che va oltre la semplice consegna di un trofeo.

A settant'anni dalla prima edizione, il Pallone d’Oro conserva dunque il suo fascino?
Certamente. È uno dei premi più antichi del calcio e ha attraversato settant'anni di storia. Per raggiungere le suggestioni che riesce a trasmettere, un riconoscimento nuovo dovrebbe percorrere molta strada. Il Pallone d'Oro è diventato anche un marchio, ma continua a reggere. Lo dimostra l'attesa che si crea ogni anno, soprattutto quando non c'è un favorito assoluto e la discussione resta aperta fino alla fine. Quest'anno, per esempio, mi sembra che ci sia più incertezza rispetto ad altre edizioni. Ed è proprio questa incertezza a rendere il voto ancora più interessante.

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Il Super Pallone d'oro, il trofeo al centro, assegnato ad Alfredo Di Stéfano nel 1989.

Se dovesse indicare una grande ingiustizia nella storia del premio, tornerebbe dunque a Maradona?
Sì, l'esclusione di Maradona resta il caso più evidente. Non poter premiare un calciatore di quella grandezza a causa di una regola legata alla nazionalità e alla provenienza geografica era un limite che il premio non avrebbe dovuto avere. Il Pallone d'Oro ha impiegato del tempo per superarlo, ma lo ha fatto. E questo dimostra che anche le istituzioni sportive possono evolvere, riconoscendo gli errori e modificando i propri criteri.

E il Super Pallone d’Oro, assegnato ad Alfredo Di Stéfano, che cosa rappresenta nella storia del calcio?
Alfredo Di Stéfano ha rappresentato il calcio nella sua totalità. Era un giocatore capace di interpretare ogni fase del gioco, di incidere in ogni zona del campo e di dare un significato diverso al ruolo del fuoriclasse. Il Super Pallone d'Oro gli fu assegnato nel 1989, come riconoscimento eccezionale della sua grandezza. Maradona, invece, non poté concorrere al Pallone d'Oro negli anni in cui avrebbe avuto tutte le possibilità di vincerlo, proprio a causa delle vecchie regole. È una delle contraddizioni che accompagnano la storia del premio: alcuni calciatori hanno potuto accumulare riconoscimenti, altri sono rimasti esclusi per ragioni che oggi appaiono difficili da giustificare.

Dopo tanti anni di votazioni, che cosa resta del Pallone d’Oro?
Resta un premio che continua a far discutere, a emozionare e a dividere. Non è perfetto e non potrà mai esserlo, perché il calcio è uno sport collettivo e qualsiasi classifica individuale comporta una semplificazione. Ma il Pallone d'Oro conserva una forza particolare. È il riconoscimento di una stagione, di una carriera, di una capacità di incidere sul gioco e sull'immaginario degli appassionati. Bisogna soltanto ricordare che nessun premio può esaurire il valore di un calciatore. Si può vincere il Pallone d'Oro senza essere necessariamente il giocatore più amato da tutti, così come si può essere tra i più grandi della storia senza averlo mai conquistato. Ed è anche per questo che, dopo settant'anni, continuiamo a parlarne.

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