Pallone d'oro 2026

Pascal Ferré, l’uomo del Pallone d’Oro: “Messi ci accolse con pizza fredda. Ronaldo fece preparare la cena e un video”

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L’ex direttore di France Football, Pascal Ferré, racconta a Fanpage.it i retroscena del Pallone d’Oro, ovvero il premio più ambito dai calciatori: dai tentativi di corruzione alle storie di Messi e Cristiano Ronaldo, passando per il caso Ribéry e il boicottaggio del Real Madrid nel 2024. Nel suo libro ‘La face cachée du Ballon d’Or ‘svela il lato meno conosciuto di una delle istituzioni più celebri del calcio.

Il Pallone d’Oro è molto più di un trofeo. È un sogno che accompagna i calciatori fin da bambini, un riconoscimento individuale capace di alimentare rivalità, ambizioni e, in alcuni casi, tentativi di condizionare il risultato. Pascal Ferré, ex direttore di France Football, ne conosce da vicino i meccanismi e le storie meno note e nel suo libro "La face cachée du Ballon d’Or", edito da Albin Michel e uscito solo in Francia alla fine di settembre, raccoglie aneddoti, retroscena e curiosità, compresi episodi che raccontano fino a che punto possa arrivare l’ossessione per questo premio. Dall’involucro lasciato dopo un incontro con un agente alle differenti personalità di Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, fino alle polemiche che hanno accompagnato alcune edizioni, Ferré ripercorre per Fanpage.it la storia di un riconoscimento che, dopo settant’anni, continua a far discutere e sognare.

Pascal Ferré, partiamo dall’edizione 2026. Che Pallone d’Oro ci aspetta?
Rispetto allo scorso anno, quando Ousmane Dembélé sembrava avere un vantaggio evidente, questa volta la situazione è molto più aperta e discutibile. Credo che, fino alla fine, attorno al nome del vincitore ci sarà una grande attesa e anche un certo grado di incertezza.

Direttore, lei ha raccontato anche tentativi di corruzione falliti. Qual è l’episodio che le ha fatto capire meglio quanto possa essere forte l’ossessione per questo trofeo?
C'è un episodio che dimostra come il Pallone d’Oro possa far perdere un po’ la testa a chi desidera conquistarlo. Un anno, durante il periodo delle votazioni, un agente di calciatori mi chiese un incontro. Quando ci vedemmo, mi domandò se potessi contattare altri giocatori e promuovere il suo assistito. Gli feci capire che si trattava di una richiesta impossibile, qualcosa che non avrei mai potuto prendere in considerazione. Lui, però, cambiò argomento, come se non avesse sentito la mia risposta. A un certo punto mi allontanai dal tavolo per rispondere a una telefonata. Quando tornai, l’agente se n’era andato. Al suo posto era rimasta una busta. La presi e la consegnai alla reception dell’hotel. In seguito incontrai quell’agente altre volte, ma non mi parlò mai più di quella busta. Non so se volesse davvero corrompermi, ma la situazione era quantomeno sorprendente. È uno degli episodi che raccontano quanto il desiderio di vincere il Pallone d’Oro possa spingere alcune persone a comportamenti impensabili.

Eppure, a settant’anni dalla sua nascita, il Pallone d’Oro sembra avere conservato una formula sorprendentemente solida. Qual è il segreto?
Nel 1956, quando il premio venne creato da alcuni giornalisti del gruppo L’Équipe, furono fatte scelte straordinarie. Il nome, Pallone d’Oro, è semplice, immediato, quasi uno slogan pubblicitario. Anche il trofeo, nella sua essenza, è cambiato relativamente poco nel corso dei decenni. Ma il vero elemento che ne garantisce la legittimità è il sistema di assegnazione: sono i giornalisti a votare. Nel 1956 i giurati erano tredici, tutti europei. Oggi il collegio è molto più ampio e coinvolge cento giornalisti provenienti da tutto il mondo. Il premio è riuscito a evolversi senza perdere la propria identità.

Anche il voto, però, è cambiato. Quanto è aumentata la pressione sui giurati?
Molto. Oggi esiste una pressione esercitata dai tifosi e dall’opinione pubblica che nel Novecento non aveva la stessa intensità. I social network hanno amplificato ogni discussione e ogni scelta. Chi vota deve imparare a gestire questa pressione, senza lasciarsi condizionare. A volte bisogna anche avere il coraggio di andare controcorrente. Non è sempre facile.

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Pascal Ferré, ex direttore di France Football.

Qual è l'imprevisto più surreale che avete vissuto prima che si alzasse il sipario?
Credo fosse il 2022. Una persona riuscì a entrare nel teatro dello Châtelet prima della cerimonia e a rimanervi nascosta per un tempo incredibile. Bisogna ricordare che non si può semplicemente acquistare un biglietto per assistere al gala: si entra su invito. Quell’uomo, che aveva fatto di questo genere di incursioni una sorta di specialità, approfittò del fatto che la mattina precedente si svolgeva nello stesso teatro uno spettacolo di danza.

E poi?
Entrò con il pubblico e si nascose nei bagni, dove rimase per circa ventisei ore, aspettando la cerimonia del giorno successivo. Quando sentì arrivare gli invitati e capì che il gala stava per cominciare, uscì dal nascondiglio e si presentò come se nulla fosse, riuscendo ad assistere alla cerimonia. È un episodio incredibile, ma racconta bene quanto il Pallone d’Oro possa spingere le persone a fare cose fuori dall’ordinario.

Lionel Messi e Cristiano Ronaldo hanno segnato un'era nel calcio e anche per il Pallone d'Oro. I due fenomeni hanno avuto un modo molto diversi di accogliere la delegazione di France Footbal. Dalla pizza fredda di Leo alle cene ufficiali di CR7, cosa ci può raccontare…
Sì, sono due episodi che mostrano bene la differenza tra le loro personalità. In occasione di una delle prime vittorie di Messi, quando la delegazione di France Football arrivò a casa sua, a Barcellona, venne accolta in modo molto informale: c’erano pizza fredda e Sprite. In un’altra occasione, durante una visita a Cristiano Ronaldo quando giocava al Manchester United, l’accoglienza fu completamente diversa. Aveva fatto preparare del cibo per gli ospiti, mostrò loro la casa e aveva persino preparato un montaggio video con i gol e le azioni più importanti della sua stagione. Sono due personalità opposte, due modi differenti di vivere il rapporto con il premio. Il Pallone d’Oro è anche questo: una competizione individuale che si intreccia con le rivalità personali e con il desiderio di dimostrare di essere il migliore.

Uno dei casi che più ha fatto discutere in Francia è sicuramente quello di Franck Ribéry del 2013, che ancora oggi ricordato come una delle assegnazioni più discusse. Si può parlare di un Pallone d’Oro che gli è stato sottratto?
Non userei questa espressione. Nel 2013 la FIFA e France Football collaboravano nell’organizzazione del premio e il sistema di voto era diverso da quello attuale: non votavano soltanto i giornalisti, ma anche i commissari tecnici e i capitani delle nazionali. Ribéry aveva ottenuto un sostegno importante, ma il risultato finale dipese dalla somma delle preferenze delle diverse categorie di votanti. Si può discutere se quell’esito sia stato giusto o meno, ma non direi che Ribéry sia stato derubato dai giornalisti. Furono le scelte complessive dei votanti a determinare il vincitore.

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Franck Ribéry festeggia la Champions League del 2013 vinta col Bayern Monaco.

Un altro episodio molto controverso è stato quello del 2024, quando il Real Madrid decise di disertare la cerimonia dopo aver saputo che Vinícius Júnior non avrebbe vinto. Si aspettava una reazione del genere da Florentino Pérez?
Nel 2024 c’era anche una novità importante: secondo quanto comunicato dall’organizzazione, il nome del vincitore era stato mantenuto segreto fino alla cerimonia. Io, in quel momento, non lavoravo più al Pallone d’Oro, ma l’indicazione era che nessuno avrebbe dovuto conoscere il risultato in anticipo. Il Real Madrid, a quanto pare, venne a sapere che Vinícius non avrebbe vinto e decise di non partecipare. Credo che la riservatezza del voto abbia avuto un ruolo nella vicenda. Personalmente, considero quella reazione poco consona a un grande club come il Real Madrid: è stato un comportamento che ho trovato antisportivo e poco improntato al fair play.

Arriviamo alla domanda forse più importante: perché il Pallone d’Oro esercita un fascino così potente? E quali sono le contraddizioni di un premio tanto celebrato quanto discusso?
È una domanda interessante. Il fatto che il Pallone d’Oro sia riuscito a resistere per settant’anni dimostra quanto sia radicato nell’immaginario del calcio. Credo che il suo fascino dipenda innanzitutto dal fatto che rappresenta uno dei pochi momenti in cui un calciatore può celebrare un successo esclusivamente personale. Nel calcio, quasi tutte le vittorie si conquistano e si festeggiano insieme: con i compagni, con la squadra, con l’allenatore. Il Pallone d’Oro, invece, permette a un giocatore di salire sul palco da solo e di ricevere un riconoscimento individuale. C’è poi una componente emotiva molto forte. È come ritrovare un pezzo della propria infanzia.

In che senso?
Quando i calciatori di oggi erano bambini, sognavano guardando campioni come Roberto Baggio, Paolo Rossi, Michel Platini, Ronaldinho o Rivaldo. Immaginavano di poter diventare un giorno come loro. Quando arriva il momento di alzare il Pallone d’Oro, quel sogno torna improvvisamente presente. Il vincitore non celebra soltanto una stagione straordinaria: ritrova anche il bambino che era e che desiderava arrivare fin lì. Credo che sia questa la ragione per cui il premio ha attraversato epoche e generazioni con tanta facilità. Continua a far sognare i calciatori di tutto il mondo.

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