Poco meno di cinquant'anni ci separano da un'Italia che puniva duramente la donna che commetteva l'adulterio nel matrimonio, salvaguardando, invece, la libertà sessuale dell'uomo. Il 20 dicembre 1968 – sulla base dell'art. 29 che stabilisce ‘l'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi'- la Corte Costituzionale dichiara illegittimi due commi dell'articolo 559 del codice penale che discriminano tra uomo e donna in caso di tradimento.

La legge

Era sufficiente la querela di un marito che denunciasse solo un singolo episodio di tradimento, perché la moglie venisse punita ‘con la reclusione fino a un anno' (pena che toccava anche all'uomo con cui commetteva adulterio). Nel caso di una vera e propria relazione, invece, la pena lievitava del doppio, con la ‘reclusione fino a due anni'. Il cambiamento legislativo figlio della cosiddetta ‘rivoluzione del '68', che rovesciò i valori della società borghese e conservatrice.

L'influenza del '68

Nato in Europa, il movimento si diffuse in Italia a partire dal 1966, anno in cui il giornale studentesco  ‘La zanzara' pubblicò un'inchiesta su tematiche sessuali che fece scalpore: Un dibattito sulla posizione della donna nella nostra società, cercando di esaminare i problemi del matrimonio, del lavoro femminile e del sesso. I redattori de Zanzara e il preside dell'Istituto furono incriminati e processati, ma ciò non servì a fermare il messaggio di egualitarismo e libertà lanciato da quella pubblicazione.

Il femminismo

L'ondata di cambiamento si diffuse in tutte le università prendendo forme diverse a seconda dei contesti e caricandosi di valori fortemente politici. Nacquero in tutto il Pese diversi ‘femminismi' connotandosi in collettivi con obiettivi e valori diversi, ma tutti uniti in una richiesta di uguaglianza che non fosse basata l'omologazione al mondo maschile, ma sull'esaltazione della differenze tra uomo e donna in una società che ne tenga conto, garantendo l'uguaglianza dei diritti.