“Quando un bracciante sbaglia, paga con la vita”: la morte di Sadam Houssain nell’inferno del caporalato in Puglia
Sadam Houssain aveva 32 anni e circa 4 anni fa era arrivato in Italia dal Pakistan per lavorare. Di giorno raccoglieva frutta e verdura nelle campagne per pochi euro all'ora, e di notte viveva in una stanza insieme ad altri connazionali. Una vita sempre uguale, la cui routine si è interrotta improvvisamente il 4 agosto, quando il fratello Nazim ne ha denunciato la scomparsa.
Il 22 agosto è stato trovato senza vita nel bagagliaio della sua auto ai margini di Borgo Mezzanone, il più grande ghetto di migranti d'Europa, un approdo imprescindibile per chiunque cerchi lavoro come bracciante in Puglia. "Andava a Borgo Mezzanone perché lavorava lì, nella campagna, ma non ci viveva", spiega a Fanpage.it il suo amico Hassan [nome di fantasia n.d.r.].
Sadam non viveva a Borgo Mezzanone, ma all'Ippocampo, un comprensorio nelle vicinanze della città di Manfredonia che funge da appoggio per molti braccianti, soprattutto quelli che provengono dal Pakistan. Nel ghetto principale, invece, sono stanziate le persone provenienti dall'Africa Occidentale. Tutti, secondo i sindacati di braccianti ascoltati da Fanpage.it in queste ore, sono vittime della criminalità che gestisce l'impiego, i posti letto e l'esistenza.
In questi giorni si è tenuto a Roma un incontro tra Regione Puglia, Ministero del Lavoro e i Comuni, tra i quali Foggia e Manfredonia. Sul tavolo, al quale non erano stati invitati i sindacati, c'erano le possibili soluzioni per togliere dalle mani della criminalità le migliaia di persone che vivono nei 17 ghetti della provincia di Foggia, di cui 5 mila solo a Borgo Mezzanone. E compensare la perdita di 90 milioni di fondi del Pnrr ormai bruciati perché nessuno è riuscito a spenderli.
"I braccianti schiavi della criminalità"
"L'Ippocampo è come una città", dice l'amico di Sadam, che con il 32enne viveva nell'abitato alle porte di Manfredonia. "Con lui ci conoscevamo da quando eravamo in Pakistan. Era un ragazzo normale, lavorava, non beveva".
Sia il comprensiorio dell'Ippocampo che l'immensa baraccopoli di Borgo Mezzanone rispondono alla stessa funzione: isolare i lavoratori stranieri. Nel primo finisce la sparuta comunità pakistana, nel secondo tutti i lavoratori provenienti dai diversi paesi dell'Africa Occidentale.
La ghettizzazione delle comunità di migranti è il sistema che permette il funzionamento del caporalato. I nuovi arrivati fanno riferimento ai connazionali che si trovano sul territorio da più tempo perché sanno già come funziona. Sono loro a sapere con chi bisogna interfacciarsi per lavorare, e fanno quindi da tramite. Nessuna integrazione è ben vista, né con gli italiani, e neanche con le altre comunità di stranieri.
Grazie a questo meccanismo, il caporalato può funzionare senza intoppi ed è anche in grado di proteggere se stesso. Risalire la catena di comando partendo dal bracciante o dal suo caporale è praticamente impossibile, perché ogni persona conosce solo quella con cui si interfaccia direttamente. In questo modo, nel momento di un controllo, la catena può essere rescissa immediatamente. Quando un caporale viene arrestato, o muore, ecco che un altro anziano prende il suo posto. E così via. Ogni comunità ha i suoi referenti, e anche se tutti fanno capo alle medesime organizzazioni criminali, nessuno ai livelli più bassi è consapevole dell'altro.
Gli ultimi e più tragici episodi avvenuti all'interno del mondo del caporalato si sono verificati ai danni di persone provenienti dall'Asia, e nella stagione di raccolta del pomodoro, la più importante per il settore agricolo-alimentare in Italia. A giugno, quattro braccianti originari del Pakistan e dell'Afghanistan sono stati bruciati vivi all'interno della loro auto in Calabria. Il più grande aveva 29 anni, il più piccolo appena 19.
Tre mesi dopo, anche Houssain è stato trovato senza vita nella sua auto, in Puglia. Al momento è ancora sconosciuta la causa del decesso. La Procura ha aperto un'indagine per omicidio, ma resta ancora in piedi l'ipotesi che possa aver avuto un malore mentre lavorava e che poi sia stato abbandonato all'interno del bagagliaio della sua auto. Saranno gli accertamenti sul corpo, rinvenuto in uno stato avanzato di decomposizione, a dare qualche elemento in più per ricostruire le sue ultime ore di vita.
I malori dovuti al caldo sono comuni a chi lavora nelle campagne, lo stesso è avvenuto al 19enne romeno morto a Cremona. E poi ci sono gli omicidi e le sparizioni. "Queste persone sono l'equivalente di schiavi. Quando qualcuno sbaglia o fa qualcosa che non dovrebbe fare, paga con la vita e non è il primo caso", spiega a Fanpage.it il sindaco di Manfredonia, Domenico La Marca. "Non è facile trovarsi sullo stesso territorio del ghetto di braccianti più grande d'Europa. In questi anni ci sono state altre persone uccise, o trovate senza vita a causa di malori. La criminalità in questo fa la sua parte: va dove può sfruttare le persone più fragili".
I pakistani e le nuove comunità di braccianti dall'Asia
I braccianti non africani, come era Houssain e i quattro giovani uccisi in Calabria, sono i più esposti a questi episodi perché il loro arrivo nei nostri campi rappresenta un fenomeno nuovo anche per le istituzioni, le ong e i sindacati che hanno a che fare quotidianamente con il caporalato.
Ce lo conferma Vitandrea Marzano, dirigente della sezione politiche migratorie della Regione Puglia: "Pakistani e bangladesi sono una presenza più recente. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento della presenza di braccianti dall’Asia". Marzano è la figura che all'interno dell'amministrazione regionale conosce meglio la situazione di Borgo Mezzanone e degli altri ghetti di braccianti che circondano il Tavoliere delle Puglie. "Queste persone arrivano già con un debito importante: partono con la promessa di lavoro, ma poi non lo trovano e finiscono nei campi".
Qui trovano ad aspettarli i caporali, che altri non sono che braccianti arrivati anni prima nelle medesime condizioni. Per i sindacati dei braccianti è difficile entrare all'interno del sistema perché dovrebbero avere anche loro un referente per ogni comunità straniera.
Lo sa bene Antonio Ligorio, segretario Flai-Cgil Puglia: "In questo momento Borgo Mezzanone è sovraffollato perché siamo nella stagione di raccolta del pomodoro. Sono invisibili tra gli invisibili perché la maggior parte non ha il permesso di soggiorno, e questo fa comodo a chi recluta mano d'opera. I caporali applicano sempre il sottosalario, ma in assenza di permesso di soggiorno parliamo di cifre davvero ridicole. E i corsi di lingua, e quindi l'integrazione, sono il solo modo per ottenere la cittadinanza. L'interesse, quindi, è fare il possibile perché ciò avvenga il meno possibile".
I sindacati dei braccianti, con grandi difficoltà, sono riusciti ad avere referenti all'interno delle principali comunità del Nord-Africa che si trovano nel Tavoliere delle Puglie, ma la presenza di pakistani è troppo esigua e recente. Già in condizioni normali, i braccianti non si iscrivono, per paura di ritorsioni e di non lavorare più, ma in questo caso non è facile neanche stabilire un ponte. Eppure l'integrazione è l'unico modo per arginare un fenomeno che vive tra il nero e il grigio.
"I temi fondamentali sono tre: alloggi, intermediazione della mano d'opera e trasporti – spiega Ligorio – C'è la necessità di superare i ghetti per arginare le situazioni di ricatto e di isolamento, ma l'unico modo per farlo è creare alloggi dignitosi. Pensiamo che a Borgo Mezzanone non c'è acqua potabile: quando arriva con i serbatoi viene versata nelle cisterne, ma può essere utilizzata solo per lavarsi".
I fondi del Pnrr bruciati
Attraverso i fondi del Pnrr erano stati messi a disposizione oltre 90 milioni di euro per realizzare nuovi alloggi per i lavoratori delle campagne. Come chiarisce Marzano, 54 milioni erano destinati al Comune di Manfredonia, per dare alternative a Borgo Mezzanone; 28 milioni a San Severo per dare alternative a Torretta Antonacci; e 8,5 milioni a Cerignola.
I fondi però sono stati persi e non potranno più essere spesi perché i Comuni interessati non sono riusciti a presentare i progetti in tempo utile. "È stato un fallimento per tante ragioni. Ora quell'esperienza ci serve a capire come intervenire in maniera diversa", dice il sindaco di Manfredonia La Marca.
"Quando Invitalia è venuta da noi dicendoci che dovevamo presentare i progetti entro marzo 2026, e che in pochi mesi avremmo anche dovuto cantierizzarli, abbiamo capito che il tempo era insufficiente. Sicuramente abbiamo perso un'opportunità, abbiamo perso una grande opportunità, ma quelli non erano i fondi giusti per quel tipo di intervento. C'è da fare un intervento molto più ampio, non basta costruire una casa".