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Quando Francesco Guccini ci ha insegnato ad ascoltare con Stanze di vita quotidiana

La scomparsa di Francesco Guccini riporta la sua discografia in primo piano, anche quegli album inizialmente meno compresi, ma che hanno un significato importante nella storia del Maestro.
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Per forza di cose, i giorni in cui si saluta per l’ultima volta una figura colossale della cultura popolare sono anche quelli in cui le semplificazioni a fin di bene e le riduzioni antologiche si sprecano. Non c’è nulla di sbagliato nel ricordare un maestro del cantautorato come Francesco Guccini attraverso il greatest hits – sono "great" e sono "hit" per una ragione, di solito. Ma tanto più grande è un monumento, tanto più in lungo e in largo questo proietta la sua ombra, lasciando ai più curiosi zone da esplorare. (Forse, si potrebbe azzardare, sta proprio qui il metro della grandezza di un autore: nella straordinarietà delle sue opere minori o meno conosciute). Con Guccini vale esattamente questo: "Stanze di vita quotidiana" è un esempio perfetto della sua maestria e del suo estro, e per parlarne in questa triste occasione vale la pena riavvolgere rapidamente il nastro.

Non bisogna dimenticare che la discografia ufficiale del Maestrone inizia dopo che dall’altra parte dell’Oceano, nel ‘67, la grande ondata di revival folk ha già prodotto la sua risacca elettrica e sta cominciando a presagire l’arrivo di una seconda ondata di ritorno alle origini (Music From Big Pink arriverà pochi mesi dopo). Mentre il (dichiarato) ispiratore Dylan aveva ormai chiuso la sua fase rock più sperimentale e azzardata, la transizione alla musica “in band” Guccini l’avrebbe fatta con L’isola non trovata, disco che nasce peraltro proprio dopo un viaggio negli Stati Uniti, e che mostra l’inizio di tutto quello che la sua canzone sarebbe potuto essere.

Due anni dopo, con il radicalmente autobiografico "Radici", questo suono e questa nuova identità musicale saranno messi a punto e perfezionati, ribadendo che un cantautore può essere molto più della somma di molte parole e pochi accordi. Qui troviamo, appropriatamente, la radice del Guccini presente e futuro, liricamente ma anche e soprattutto musicalmente. E sebbene "La locomotiva", canzone che non ha mai avuto un’intenzione politica, sia una traccia nuda, senza tanti fronzoli e strumenti, il treno – se permettete – degli arrangiamenti rock e progressive era partito. Dal mellotron suonato da Maurizio Vandelli in "Incontro" alle tastiere evanescenti di Vince Tempera ne "Il vecchio e il bambino" fino al basso muscolare di Ares Tavolazzi in "Canzone dei dodici mesi", il disco-capolavoro gucciniano supera di slancio l’immagine musicale autarchica del suo autore – e peraltro pone le basi per buona parte dei successivi 40 anni di produzioni. Ma un altro disco, non acclamato universalmente e decisamente più strano, avrebbe dovuto farsi carico di una serie di temi che "Radici" conteneva implicitamente e riassumibili in un interrogativo, esplorato fin troppo dai critici, e di tanto in tanto, quando viene a mancare un gigante, sfiorato anche dal grande pubblico: cos’è esattamente un cantautore?

In questo caso, riprendendo il parallelo con la carriera dylaniana, parliamo non forse di un "tradimento", ma sicuramente di una sbandata. Arrivata, peraltro, dopo un progetto particolare, quell'"Opera buffa" che faceva mostra del lato goliardico e salace di Guccini, ma anche del minimalismo del suo approccio alla musica. Due qualità che il progetto a venire avrebbe spazzato via.

Nel 1974 esce quindi "Stanze di vita quotidiana", album che – un po’ per caso, un po’ per programma del produttore Pier Farri – fa dell’eccesso e dell’estremismo la sua filosofia creativa. Il disco si apre con l’inconfondibile palpitazione melodica della tabla, percussione indiana che il grande pubblico occidentale aveva conosciuto sette anni prima in Within You Without You dei Beatles, e ormai era entrato nel compendio gastronomico di suoni del fricchettone occidentale. Non esattamente quello che poteva aspettarsi un ascoltatore di Guccini, però.

Ben presto, questo ascoltatore avrebbe scoperto anche molto altro. Ad esempio, la disillusione del cantautore verso la sua stessa professione: una disillusione che può essere interpretata letteralmente ("Non dico più d’esser poeta, non ho utopie da realizzare / Stare a letto il giorno dopo è forse l’unica mia meta", nella "Canzone delle osterie di fuori porta") o, più in generale, come una disperazione della possibilità di raccontare storie. Qua dentro non ci sono quasi episodi, ma piuttosto situazioni da riempire. Esattamente come mancano volti umani in copertina, così mancano appigli certi, e anche i luoghi o le persone tendono all’infinito (Shangri-La, Superman): di queste stanze poetiche e no le molte, moltissime parole sono le mura, e – come diceva un famoso critico – la musica è tappezzeria. Sono stanze vuote, insomma, che attendono di essere occupate dall’ascoltatore con le proprie ansie.

Lo spiegava lo stesso Guccini, nelle note del disco: "La canzone è il fatto di un momento, che serve per altri momenti. Non ci sono né trascendenze, né messaggi; le canzoni sono cose semplici anche se si possono fare ugualmente con molta serietà come ancora spero o mi illudo di fare". Eppure, quelle canzoni non erano mai sembrate così farcite: di versi e di suoni, che un Pier Farri senza briglie fa rimbalzare dall’India a Bahia, da Londra agli USA: nel momento in cui la liricità stessa tocca il grado zero, e chiede di essere accolta dal pubblico per quello che è e non per quello che contiene, l’accompagnamento si fa massimalista, impressionista, sinestetico – "fammi un suono giallo" è la richiesta che Farri avrebbe rivolto a un esterrefatto Tavolazzi, che per questo avrebbe abbandonato le session. Un pastiche ricolmo al limite dell’horror vacui, che tuttavia, ascoltato oggi, funziona. Ma il contrasto resta fortissimo, e non è l’unico.

A giudicare da quello che ci stava narrando Guccini pareva trovarsi in uno stato indecifrabile tra euforia e malinconia, angoscia ed ebbrezza. Certamente stanco per le sessioni che Farri impone, sballottandolo ora a Roma, ora a Milano, probabilmente disorientato da un processo creativo-produttivo che si ritroverà a sconfessare, l’artista stava interpretando (volente o nolente) uno spirito del tempo piuttosto diffuso: smarrimento, pessimismo, rifiuto sicuramente per la violenza politica nelle strade (lo dice verbatim), ma anche per le dinamiche sociali e generazionali, per un senso di abbandono motivato certamente dalla giovinezza ormai distante, dalle vite degli amici che cambiavano, dalla vita adulta che aggiungeva amarezza e rimpianto. E anche per il cambiamento del proprio status personale: “Sono più famoso che in quel tempo quando tu mi conoscevi / Non più amici, ho un pubblico che ascolta le canzoni in cui credevi”, cantava come farebbe oggi un Lazza.

Nel mezzo di questo caos – perfettamente fotografato su nastro magnetico, come stiamo sentendo – emerge l’artista e la sua rivendicazione di fondo: il diritto di essere autore di mondi e di storie anziché messaggero e simbolo. Il contenuto mettiamocelo noi che ascoltiamo, perché le canzoni sono un luogo di possibilità, non un luogo di affermazione univoca. Perché, poi, di univoco in queste Stanze non c’è proprio nulla. Lo stato d’animo è nero, certo, come "Canzone della triste rinuncia" ribadisce senza lasciare nemmeno un momento per fiatare. Eppure il trillare technicolor di marimba e vibrafono suonati da Tempera poneva di fronte un contrasto di "mood" che farebbe rizzare i capelli anche oggi. L’accostamento sembra ancora più strampalato tra il cupio dissolvi di "Canzone della vita quotidiana" e l’ostinato motore bongo-funky di Cosimo Fabiano al basso e Mandrake alle percussioni. Il lato A finisce lasciando solo una certezza: se ti aspetti di farti riempire l’esistenza da quel che ti dice un cantautore, è meglio cercare altrove. (“Please don’t put your life in the hands of a rock’n’roll band”, vent’anni prima).

Il disco ricevette diverse critiche tra il tiepido e il feroce, una delle quali addirittura leggendaria. La storia della recensione negativa di Riccardo Bertoncelli ispirò a Guccini la scrittura de "L’avvelenata" è parte della mitologia musicale italiana. Ma, a ben guardare, non tutte le osservazioni del decano dei giornalisti musicali italiani erano fuori fuoco. Certo, le canzoni non avevano più la pretesa di cambiare il mondo: ma lo hanno mai cambiato? No, per nulla. Allo stesso modo, è vero che Guccini si limitava a "passare un pezzo di carta" all’ascoltatore, non perché stesse rinunciando a "un esercizio di rabbia/purificazione intima": semmai, perché stava sperimentando in tutta la sua terrificante stranezza l’esperienza immateriale e fugace dell’ascolto, dove ci si scambiano momenti, chi canta e chi ascolta. Tutto questo non è necessariamente un male. Paradossalmente, la produzione imbizzarrita di Farri aveva colto tutto ciò in modo perfetto: con l’amalgama prog, psych, etno-strabordante dei suoi arrangiamenti stava inchiodando le parole di Guccini agli anni in cui le aveva scritte, dimostrandone l’immanenza, l’umanità. Un cantautore non è un profeta: per quanto grande sia, resta il figlio dei suoi tempi.

Oggi ricordiamo Guccini per il contenuto forte di quello che ha scritto e cantato. Certo, nelle sue canzoni abbiamo trovato tutti qualcosa da custodire: immagini, pensieri, figure, e tanti, tantissimi luoghi. Ma la sua grandezza non stava nella quantità, neppure nella qualità, nella raffinatezza, nel valore etico o addirittura edificante delle storie che raccontava: stava nella voglia di raccontarle, nell’impegno di condividerle, nella dedizione a curarle e nella libertà di lasciarle andare. (Come fa il romanziere con i suoi libri, del resto, altra passione e professione nella sua vita). La canzone – ci diceva esplicitamente, ma anche in maniera sottintesa attraverso queste deviazioni – non è che uno spazio potenziale e fluido. Il compito di riempire di senso l’esperienza di ascolto spetta soprattutto a noi, co-creatori delle storie che riceviamo.

Forse "Radici" era stato tanto amato perché aveva le melodie e gli accordi giusti, gli arrangiamenti ideali, e una narrazione basata sul ricordo che bene si presta a un pubblico che già negli anni ‘70 campava di pane e nostalgia. Ma senz’altro continuiamo a ritenerlo un capolavoro proprio perché quei ricordi ci danno la possibilità di interpretare e immedesimarci, provare a far combaciare le esperienze di esseri umani diversi, noi che ascoltiamo oggi e lui che cantava allora. Perché ci autorizzano a ritrovarci anche nei luoghi meno familiari. La canzone non è un pacco regalo, ma la scusa per trovarsi a metà strada. Stanze di vita quotidiana ne era soltanto la prova più plastica, portata alle estreme conseguenze. Se oggi è più apprezzato da ascoltatori e critici, forse è perché dei “venerandi maestri” si apprezza tutto quanto, anche le svirgolate inattese. O forse – almeno spero – è perché, sentendo tanto Guccini, abbiamo imparato ad ascoltare, sul serio.

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Federico Pucci è un giornalista musicale. Ha collaborato con ANSA dal 2012 al 2019, occupandosi di spettacoli e cultura per la sede di Milano. Tra il 2020 e il 2023 ha diretto il magazine musicale online Louder, creando e producendo oltre 200 videointerviste e format originali. Nel 2019 ha scritto un libro sui sessant'anni di storia di Carosello Records. Ogni settimana pubblica una newsletter chiamata Pucci.
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