Perché non riusciamo a toglierci dalla testa Sorry Scusa Lo Siento dei Pinguini Tattici Nucleari

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Come con un bridge, un adagio filosofico e l’assenza di contrasti i Pinguini Tattici Nucleari hanno centrato un altro tormentone.

“La vita è quel che ti accade mentre stai facendo altri progetti” è una frase spesso attribuita a John Lennon (perché la canta in una strofa di Beautiful Boy), e che non solo trova altri riscontri precedenti, ma che si può leggere almeno un paio di volte tra le righe di aforismi di Seneca. Un’altra forma di questo “truismo” ha avuto una discreta fama pubblicitaria: “il Natale quando arriva, arriva”, sottolineando (per scopi commerciali) l’eccezionalità dell’evento che prorompe dentro il flusso costante e chiassoso delle normali giornate, pur essendo (in quanto festa comandata che ricorre ogni anno nella stessa data) la cosa più prevedibile e meno sorprendente che ci sia al mondo.

Quest’anno abbiamo ricevuto un’altra forma dell’adagio qui esaminato: “l’estate arriva sempre, ma senza avvisare”. Come puoi aver intuito dal titolo di questo articolo, la frase porta la firma di Riccardo Zanotti, già autore grazie alle canzoni dei suoi Pinguini Tattici Nucleari di altre gemme del pensiero come “in un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr” o “ci vuole coraggio nel ‘94 ad essere Baggio”. Ma è proprio questa ovvietà a essere la sua forza, la ragione per cui anche quest’anno, volenti o nolenti, ci portiamo a spasso la band bergamasca con la canzone Sorry Scusa Lo Siento.

Cominciamo con un chiodo fisso di questa rubrica: trovare il familiare, quell’elemento che fa da gancio per l’orecchio dell’ascoltatore che già una volta ha regalato la sua attenzione ai PTN, e quindi potrebbe essere disposto a farlo ancora. E per farlo, proviamo a capire insieme di cosa parla Sorry Scusa Lo Siento: un ragazzo incontra una ragazza (cit.), solo che lui è un fantasma e lei no. Lo schema narrativo delle strofe (lui… lei…) è un classico zanottiano: talvolta viene applicato in prima persona, come ne La storia infinita, ma con questo rigore e questa prospettiva da narratore esterno rivediamo piuttosto il modello di Lake Washington Boulevard. In tutti i casi, la dialettica è la medesima: due caratteri diversi, presumibilmente incompatibili, trovano invece un punto di contatto (“storie opposte ma stesso mood”, per citare un’altra canzone, o “parole diverse ma stesso universo”, nel caso presente).

Questa giustapposizione a contrasto non arriva mai veramente alla polarizzazione estrema. Anche quando Zanotti scrive delle opzioni alternative di fronte a cui si trovano i suoi personaggi (“avevi Ricky Cunningham, hai preferito Fonzie”, per citare Verdura) non siamo di fronte a dicotomie inconciliabili (Ricky e Fonzie sono amici), ma alla varietà di scelte molteplici e differenti, che si distinguono ma coesistono. Non è solo una cifra stilistica o un dettaglio, ma è proprio parte della poetica, radicalmente post-moderna, del gruppo orobico. Le loro antitesi (“Io con la Coca-Cola, tu con la tisana thai”, altra cit.) descrivono un mondo fatto di infinite possibilità: sono, piuttosto, accostamenti curiosi e un po’ random, perfetti per cogliere il non-senso delle cose, contraddizioni che vanno prese con filosofia (possibilmente non quella di Kierkegaard) e che inquadrano una visione del mondo tutto sommato ottimista (“siamo sempre un po' fuori luogo ma sorridenti”, come dicevano in Scooby Doo).

In questo contesto linguistico quasi alchemico, il calembour riesce particolarmente gradito, come sa chi ha ascoltato altri testi di Zanotti (“La banalità del mare”, per dirne uno). E questo ci riporta all’inizio del discorso. Perché nella sua normale assurdità un gioco di parole è il cortese ribaltamento dell’ordine costituito. Cortese, perché come alla Melevisione si contava “uno, bue, re, gatto”, così anche “mi ricordi una, mi ricordi Dua” ha la stessa gentile energia da simpatici mattacchioni, vuole sorprendere e far sorridere, non sconvolgere e lasciare attoniti. E questo è il grado di sorpresa che ci possiamo aspettare, in un contesto musicale generale (lasciamo perdere il resto dell’attualità…) dove le regole e le convenzioni sono molto più importanti delle unicità. Tutto ritorna, e per questo non ci spaventa. Anche se stiamo parlando di fantasmi.

Più ancora che in altri loro brani scritti secondo lo stesso schema “lui.. lei…”, in SSLS i PTN si tengono lontano da ogni impressione di pathos. Quella che – forse solo allegoricamente – è presentata come una storia di fantasmi, non ha tuttavia nessuna intenzione di esercitare tensione o provocare emozioni forti (il modello del già una volta menzionato Scooby Doo sembra più rilevante che mai). Semmai, la casa degli spettri in cui ci muoviamo con Zanotti è quella dei fantasmi di culture pop defunte, dentro cui trasciniamo i nostri contemporanei bagagli, di nuovo per cogliere tutte le morbide antitesi che possiamo. Nell’estate più rovente delle nostre vite che senso ha la similitudine con la “notte calda” della finale del mondiale in Messico (quale poi? 1970 o 1986?), se non per immergere i piedi nell’acqua gelida della successiva menzione dell’hyperpop, creatura musicale del decennio appena trascorso? I Pinguini Pindarici sono creature fatte apposta per orientarsi in un momento storico in cui il tempo ha smesso di essere rilevante. Guarda caso, la condizione perfetta per potersi sorprendere dell’arrivo dell’estate, di cui sopra.

La parte propulsiva del brano, quella intelligentemente scelta dal gruppo (e abbracciata dal suo pubblico) per spingere il brano su TikTok, è nel mini-bridge incastonato all’interno del ritornello: “L’estate arriva sempre ma senza avvisare, come la polizia che ci chiude il locale”. Si tratta, come dicevamo molte righe più in alto, di una massima generale che sembra scollegata dal resto della vicenda. Anche questi due versi vagano “come fantasmi nello stesso universo” in cui vive il resto della canzone, ma senza incontrarsi mai veramente con questa.

La stessa impalcatura melodica e ritmica di questo inserto non ha nulla a che spartire con il resto del refrain, andando a contraddire il concetto stesso di questa parola. Da sapiente artigiano di tormentoni, Zanotti sa bene che il ritornello non deve rompere troppo le scatole, ma nemmeno strapazzare l’ascoltatore con continue curve a gomito: aderendo a quella filosofia della varietà infinita e ricca di cui parlavamo sopra, la sua penna tende spesso verso bridge dall’identità ben definita, e ritornelli che (proprio come questo) contengono almeno due sezioni.

Prendiamo un’altra canzone proposta per un’altra estate, di qualche anno fa, che peraltro presenta un arrangiamento synth-pop più chitarroni che ricorda da vicino SSLS: “noi siamo giovani wannabe, figli dei fiori del male” (eccolo un altro calembour che viene a mettere un cuscino sotto la ghigliottina di un tema altrimenti amarissimo) e abbiamo la prima sezione, e poi “sopravvissuti anche alla fine della storia” ed ecco la seconda sezione con il suo approfondimento del tema e una diversa incarnazione ritmico-melodica.

Nella canzone di cui parliamo oggi, la seconda sezione è piuttosto una inception, l’intruso che tira per la collottola il resto del ritornello prima di far ritornare la sua nenia nell’ultimo distico dopo avergli infuso nuova linfa vitale. Si tratta, di nuovo, di accostamenti azzardati che convivono. Da una parte c’è il sottile gioco di passettini intorno alla tonica, la nota di casa da cui si oscilla nell’inizio del refrain (“e allora sorry, scusa, lo siento”) come a dirci che non è una posizione solida quella della voce narrante, è oscillante benché molto chiara. E poi dall’altra parte c’è uno scavalcamento energico intorno alla scala pentatonica maggiore (“conosco mille lingua ma non la tua”), caparbio come la tiritera di una sigla di cartoni animati. A chi dobbiamo dar retta? Perché la varietà è bella, finché non c’è si trova davanti a una scelta: Zanotti sceglie per l’ascoltatore, inserendo nel mini-bridge un nuovo balletto sui gradini tra il settimo e il secondo grado della scala, oscillando questa volta in modo più pericoloso e potente intorno alle parole di questo slogan così apparentemente fuori contesto.

Ma non è fuori contesto, veramente. L’estate (specie se torrida come questa che sta durando da maggio) è un intruso prevedibile, un fantasma che non terrorizza perché tutti sappiamo che ci raggiungerà, ma angosciare angoscia, ed estenuare estenua. Noi dobbiamo coesisterci, come si coesiste tra parlanti di diverse lingue. Viene da pensare, quindi, che l’incomunicabilità descritta in questo brano non sia realmente tale. L’abisso tra la persona poliglotta che in modo iperbolico dice di conoscere “mille lingue” e l’altra persona non sembrerebbe così incolmabile, se solo ci si fermasse un attimo ad ascoltare e vedere. “Resti qui? te ne vai?” sono le domande di un narratore che non sta osservando i movimenti dell’altro, ma che sta dando per scontata la sua alterità (sei ermetica detto di una figlia di una maga è una simpatica, ma scontata, allusione) e non ci prova nemmeno. E perché dovrebbe provarci, quando la diversità è inconciliabile?

“Parole diverse, ma stesso universo” non è forse la chiusa più elegante mai scritta nella lingua italiana, con quella ridondanza etimologica che la fa sembrare un poliptoto scappato senza museruola. Ma fa quello che deve fare, segnando che anche quando i due termini di un paragone non si contraddicono, comunque possono poggiare su piani talmente lontani da non incrociarsi mai. Forse Sorry Scusa Lo Siento funziona non solo per la sua iniezione di energia a tre quarti del ritornello, ma per quello che dice: una rassegnazione gentile alla triste verità che non ci incontreremo con il diverso, ma che potremo soltanto fare un pezzo di strada insieme. Come si fa con una canzone estiva, prima di accartocciarla e buttarla nel cestino insieme a tutte le altre.

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