Ad agosto le classifiche si fermano ma la musica continua, purché non in italiano: le recensioni della settimana
A un certo punto bisogna arrendersi all’evidenza: la canzone attualmente meglio piazzata nella top 100 FIMI dei singoli, tra le tracce entrate in classifica non più di un mese fa, è "Wonderwall" degli Oasis. Una canzone uscita 31 anni fa, ripescata per via delle sorti un po’ meno infelici del solito della nazionale inglese ai recenti mondiali di calcio, e accomodata alla posizione 39 tra le canzoni più streammate nel nostro magico paese. Non è un’anomalia: è la nuova (a)normalità di uno strumento che non sembra tracciare più tendenze, ma solo punte di iceberg, che (almeno loro) non hanno intenzione di sciogliersi.
Tra stagnazioni varie (la media di sopravvivenza nella nostra Top 100 è 5 mesi!) e resurrezioni di TikTok, per tanti aspetti sembra davvero di vivere intrappolati nella nostalgia degli anni ‘90 che i Weezer descrivono nel loro ultimo singolo C.E.O., dove Rivers Cuomo prova sulla sua pelle la difficoltà di conciliare un genuino rimpianto del passato con la mercificazione cinica dello stesso da parte del mercato. Un paradosso impossibile da risolvere, che almeno ci dà in cambio una canzone tra le più convincenti di una settimana dove – a ben sentire – la musica non si è fermata affatto. (E grazie sempre ai Weezer per i loro videoclip, stavolta con un cast di attori sopraffini e la leggenda dello skate Tony Hawk).
Probabilmente, viste le premesse, ha ragione Salmo a voler pubblicare il suo nuovo album "Bars" a tappe, ma senza una strategia di release cadenzata, come “un archivio di pezzi che si completerà negli anni, o forse mai”. Lo ha scritto su Instagram, dando un contesto al singolo "All In" di cui parlavamo un settimana fa, aggiungendo: “Senza pensare alle classifiche”. E ci credo, chi ci pensa è folle. Ma ci sono ancora ottime ragioni per trepidare e gioire per l’uscita di nuova musica, e nessuna percezione di scarsa rilevanza statistica dovrebbe toglierci quest’impressione. Per esempio, "Garden", nuovo singolo dei redivivi Alabama Shakes che anticipa un disco in uscita a fine agosto, "I Must Be Dreaming" è un soul “d’altri tempi”, placido e tragico, con dei bassi distorti che minacciano la pace temporanea di una riflessione sulle occasioni perse e le attenzioni sprecate.
Certo, potrebbe esserci di peggio: potremmo trovarci invischiati in una conversazione sui “nepo babies” come fa un pezzo d’America che si chiede se Stella Lefty, figlia del miliardario co-fondatore di Groupon Eric Lefkofsky, sia da considerare una raccomandata (se hai già sentito questo dibattito quando salì alla ribalta Gracie Abrams, fermati pure qui). Qui ci basta dire che la sua ricetta country pop in "Lean In, Kiss Me" è abbastanza insapore, come quella sperimentata nientemeno che da Sam Smith in "When He’s Gone". Ormai chi non si concede un paio di stivali con gli speroni per sembrare più autentico e sincero? Certo, se l’alternativa sono le canzoni create con Suno, come l’attuale #66 della Billboard Hot 100 "Rubberz", c’è l’imbarazzo della scelta. (E le soluzioni per controllare quest’invasione imminente, l’abbiamo scritto, sono solo toppe).
Opzioni alternative ci sarebbero anche. Per esempio, non farsi tirare in mezzo, ma continuare lungo la propria strada, come se tutte queste chiacchiere sulla vera essenza della creatività non ci potessero mai sfiorare. Come i campioni australiani del campionamento The Avalanches, che hanno annunciato il loro nuovo album "No Bad Memories" (titolo stupendo) in arrivo a ottobre con un gran pezzo intitolato "Can’t Get Over Losing You" con la voce straordinaria di Portraits of Tracy: un brano volatile e leggero come una visione lisergica, ma con un beat impertinente che scivola tra brandelli di tracce ritagliate confondendo volutamente il linguaggio amoroso con un soliloquio sulla perdita dei ricordi.
La memoria di quello che eravamo prima che cominciassimo a perderci è anche al centro della lunga e trascinante title-track del nuovo progetto di Neil Young con i Chrome Hearts: "Second Song", nei suoi 11 minuti e 20 secondi di salite e discese in folk semi-acustico, potrà ricordare l’amara dolcezza di "Harvest", ma nella sua profusione di metafore sull’oscurità e lo smarrimento tocca piuttosto il pessimismo di Tonight’s The Night e potrebbe funzionare per descrivere la perdizione di un tossico come l’affievolirsi di una mente afflitta da Alzheimer.
Oppure, se vogliamo volare più basso, si può fare come Brandon Flowers dei Killers, che nell’ultimo singolo ("Tiger’s Blood") del suo ritrovato progetto solista, rispolvera tutte le ispirazioni springsteeniane della sua scrittura. Oppure, si può provare a credere ancora nella magia del pop, specificatamente nel luogo in cui la musica si vive di persona: la “pista”, come diciamo noi. Questa settimana possiamo andarci con Carly Rae Jepsen e la sua "Don’t Leave Me On The Dance Floor", pastiche di synth-pop e euro-disco con tutto il melodramma gommoso che una simile fusione può lasciar prevedere.
Due pezzi, questi ultimi, la cui umanissima goffaggine non è sufficiente per farli fiorire. Ma là fuori (e s’intende “oltre le Alpi”) c’è chi ancora lavora duro per le sue fissazioni, fosse anche dare nuova vita all’R&B danzereccio e glitterato che usava quando Timbaland ancora non collaborava con un chatbot. Mi riferisco a "Therapy At The Club" delle britanniche FLO, che tengono alta la bandiera di un pop commerciale che vuole ancora essere audace, metodico, massimalista – Zara Larsson, che hanno non casualmente coverizzato alla Live Lounge di BBC, è un’altra che ci crede. Se cerchi un disco cantato splendidamente (a differenza di quanto sapevano fare altre girl band che le hanno precedute) che crede nella capacità della musica melodiosa e chiassosa di fare finta, mettersi in ghingheri, spararla grossa, lo troverai qui, quando rimbalzerai tra la sincera incazzatura e le strizzate d’occhio di "Cry Ugly", classica rassegna dei difetti di un partner, consapevole di essere tale eppure profondamente sentita. Il potere del pop, quello vero, è tenere insieme verità e finzione, senza costringerti a scegliere: credere nel malumore raccontato in "Remedied", ma anche nella frivolezza delle soluzioni che vengono proposte. (Avvertenza: attenzione al beat di Pose che rielabora "Pump Up The Jam" in una maniera criminalmente divertente).
Ma visto che abbiamo citato un album (merce rara di queste settimane), permettetemi di citare un altro titolo straniero che non avrà forse dalla sua la notorietà, ma che è un esempio fulgido di come si possano esplorare molti generi senza allestire buffet musicali indigesti. Parlo di "Blue Island" dell’americana Ravyn Lenae: aperto da uno dei migliori singoli degli ultimi mesi, Handle, si tratta di un lavoro guidato dalla voce magnetica e dalla penna ingegnosa di un’artista in stato di grazia, che dall’R&B degli anni Zero all’indie rock degli anni ‘90 suona sempre come sé stessa, eludendo questioni di nostalgia e abbracciando molti mood con la stessa urgenza contagiosa ("In & Out"), melodie millimetriche ("Potential") e beat travolgenti ("Saturday Night").
E quindi non c’è proprio nulla da ascoltare nella lingua di Dante? Solo se ti va di sentire tre persone che forse non hai mai incrociato. Cominciamo da Black Moon Botanica, nome di un negozio di occulto a Edimburgo e titolo del nuovo singolo di "Forse Danzica", forse il miglior brano in lingua italiana uscito in questo arido inizio d’agosto: aperto da un coro immerso in un’eco montana, il pezzo viene risucchiato istantaneamente in un un’interiorità ovattata e ferita che potrebbe lasciare segni. Alla fine del mese esce anche un album del cantautore e musicista bergamasco (Matteo Rizzi, secondo l’anagrafe), Pesci Abissali, da tenere a mente.
"Senza anima" di Soave, glitch-pop distorto e acre che si muove con surreale agilità da skater tra chitarroni arpeggiati pop-punk e un break percussivo da big beat inglese, che ricorda certe fusioni di rock e dance che è troppo facile mandare fuori strada nel campo del pacchiano, ma non in questo caso: anzi, la ferocia lirica del testo si rispecchia in un quattro quarti che non vuole saperne di stare dritto.
Notevole, infine, anche l’indie pop funk mediterraneo "Questo mare" di Giaff, che come nelle migliori canzoni estive italiane, è allo stesso tempo una celebrazione e una critica delle nostre pulsioni viscerali. Nello specifico, la pulsione a staccare tutto e dimenticare le tensioni quando si vede uno spicchio di spiaggia. E quindi, per estensione, la nostra completa, italianissima, grottesca, talvolta adorabile, più spesso irritante mancanza di serietà. Non solo nelle classifiche.