Dalle rime amare di Salmo e Mecna agli echi horror di Arca, Tove Lo e Ariana Grande: le recensioni della settimana

Se mai dovessimo arrivare alla fine di quest’estate di caldo torrido da record (l’ennesimo record), a distanza di anni potremmo distinguere con certezza assoluta una delle varie hit in circolazione dalle canzoni in giro l’estate prima? Scrivere musica “senza tempo” è un’aspirazione condivisa, certo, ma c’è una distanza che separa il trascendere le mode di un’epoca e l’adattarsi a qualsiasi stagione grazie alla blanda genericità. E, sicuramente, citare l’attualità in una canzone può datare una canzone in modo impietoso, anche in contesti tutt’altro che seriosi: come suoneranno fra un decennio le (già piuttosto polverose) menzioni delle foto del buco nero e del rogo di Notre Dame nella strofa di Marracash in Margarita del 2019?
Eppure, anche facendo slalom tra le allusioni facili e le glosse da storiografo, dev’esserci una strada per trasportare una traccia delle nostre ansie e dei nostri desideri di collettività umana dentro un’esperienza pop. Una maniera per lasciare un segno ai posteri, o anche solo ai noi stessi quando ci capiterà di ripescare un pezzo di musica dal passato. Senza rinunciare alla propria identità artistica, beninteso.
Ci prova Salmo nel nuovo singolo "ALL IN". Sopra due beat separati a metà da una cesura, prodotti da Low Kidd, il rapper rispolvera la sua cifra da polemista e cronachista, mettendo in fila alcune delle piaghe dei nostri giorni, dal riarmo europeo alle promesse dei demagoghi nostrani, presentate con aggressività – certo – ma anche con quella dose di grottesca sbruffoneria che da sempre è la cifra metatestuale della sua poetica. Un "rigurgito di quello che stiamo vivendo", ha commentato in una storia, ma non solo, perché il brano funziona ed è 100% Salmo, senza tante forzature, nonostante la sua aderenza al contemporaneo sembra quasi rivoluzionaria mentre il grosso dei suoi colleghi vive fuori dal proprio tempo. Si segnalano la punchline "Gridano in coro note: do, re-migrazione" e la cadenza melodica della seconda parte del brano, oscura e accattivante.
Ma ci sono molti modi di apporre il proprio nome su un periodo storico, modi non sempre navigabili per i più anche se nascosti in piena vista. Certi pezzi di cultura pop, infatti, non sono tracciabili sui percorsi più attraversati. Per esempio, non tutte le canzoni che stanno lasciando un segno su questi decenni si trovano nei servizi streaming maggioritari. Non c’è nemmeno bisogno di citare artisti di nicchia come Los Thuthanaka o Cindy Lee, perché fino a ieri questo si poteva dire anche di Mecna e della sua "31/07". Un po’ come gli eventi degli eroi micenei e troiani nei canti degli aedi, anche alcuni segmenti della produzione artistica del rapper pugliese hanno fatto parte della tradizione orale, per così dire, se si può parlare in questi termini di una canzone che per 15 anni ha vissuto solo su SoundCloud, non esattamente il luogo più popolato dagli ascoltatori italiani.
Eppure, oggi, riregistrata aggirando il sample di "Avril 14th" di Aphex Twin (che tanta fortuna ha avuto tra anni Zero e anni Dieci) con un’esecuzione al pianoforte di Pierfrancesco Pasini, la canzone passa dal culto al mainstream, arrivando alla portata di tutti. E forse, così facendo, perde anche un po’ di mistero. Ma non perde d’attualità, anzi: oggi come nel 2011 il modo che ha Mecna di raccontare l’accartocciarsi di due vite nel momento in cui prendono vie separate, di ritrarre il senso di possibilità e lo squallore del rimpianto, è un modo che ci appartiene e riconosciamo, la cifra di un secolo di disillusioni che è solo agli inizi.
Abbiamo citato un pezzo di archeologia pop contemporanea, ma ci sono canzoni che escono già vecchie perché ripescano idee musicali nella loro forma più esteriore e volatile, una crosta di ciò che hanno rappresentato quando originariamente s’imposero: come il nuovo singolo di 22simba, "2 passi dal cielo non uno di più", ballatona pop–rap che con la sua combinazione di arpeggio chitarristico scampanellante e archi crescenti suona pericolosamente simile a Iris dei Goo Goo Dolls, una canzone guarda caso riscoperta nell’ultimo paio d’anni tra colonne sonore e tendenze social (attualmente è la 13esima canzone più ascoltata al mondo secondo le chart settimanali di Spotify).
Altri ripescaggi musicali, invece, suonano decisamente più ficcanti, intessuti nelle idiosincrasie di questo bizzarro 2026, come la bossa mediterranea di "Cucù Marì" di Napoleone, una canzone disimpegnata, certamente, ma carica dell’ennui dei nostri tempi, come lo erano le fonti musicali a cui attinge. O come lo psycho-funk narcotico di "Hate The Disco" dell’italo-scozzese Pablo Murphy, con un basso di sughero e un riff che ricordano Tame Impala, che ha inquadrato da tempo il gusto di un’epoca che ama il movimento ma anche l’atarasia.
Il passato fa di tutto per non mollare la presa, e forse veder rispuntare dopo più di un decennio il nome The Durutti Column potrà stravolgere le certezze cronologiche di molti (o non così tanti, a pensarci bene…) che riconoscono nella chitarra liquida di Vini Reilly un patrimonio dell’umanità, ma "Renascent" è un nuovo album (il primo di nuove composizioni da 16 anni a questa parte per i mancuniani) che vale la pena ascoltare se ci si vuole smarrire dentro un sogno farcito di immagini astratte, a cui raramente servono parole per indicarti la direzione – per quelle cinque persone che si saranno smarrite nel mare di riverberi di My Skyscraper di Nirosta Steel, si consigliano le luci scintillanti di Vapour in a Matchbox.
Sia chiaro, il pop internazionale è tutt’altro che fermo a guardarsi spegnersi. La collaborazione "Talk To Me", Zara tra Robyn e Zara Larsson non è solo un passaggio di consegne tra popstar svedesi di diverse generazioni, ma è un pezzo che ci ricorda come la musica pop possa essere ancora uno spazio di esplorazione e divertimento, oltre a un deposito di angosce identitarie, trend vuoti e melodrammi a buon mercato. A proposito di Svezia, anche il nuovo singolo di Tove Lo intitolato "DNH" è uno spasso di synth-pop dark e orrorifico, perfetto per un’epoca segnata da horror come Obsession e Backrooms più che dai cinefumettoni milionari.
L’horror è solo sottinteso (e mostrato in video) nel nuovo album di Ariana Grande: "petal" suona bene nella sua quieta rabbia ("hate that I made you love me" è una canzone che sta meritatamente accumulando milionate di stream), ed è sonicamente impalpabile come il titolo suggerirebbe, ma proprio per questo evapora lasciando rimpiangere il modo in cui la voce della cantante e attrice sa essere caparbia. Chi cattura, invece, la tensione di pensieri e sentimenti irripetibili è la venezuelana Arca: potresti aver sentito una sua produzione nell’ultimo album di Madonna, o in qualche vecchio lavoro di Björk o FKA twigs, o magari invece conosci alla perfezione la sua serie Kick. Se il suo ultimo lavoro "XXXXX" è la tua introduzione alla sua elettronica travolgente, viscerale, sentimentale, aggressiva, apprezzerai l’eclettismo di un progetto che passa con agilità dal minimalismo latin techno di "Eidolon" al rave antipatriarcale "Fxck", dall’ambient dark di "Sueño" agli archi della classica contemporanea di "Finisher".
E mentre una profetessa del pop elettronico brutto e sporco come Slayyyter prova a cambiare marcia con i tempi più pacati e il mood malinconico di "brand new chanel$", a tenere le chiavi dell’electropop resta l’australiana Ninajirachi che pur avendo prestato la musica a uno spot dei distopici occhiali spioni di Meta continua ad avere un gran gusto per le produzioni pungenti nella collaborazione "WannaCry" con Porter Robinson.
Ma se dobbiamo segnalare una storia in questa settimana così poco italiana, c’è senz’altro il ritorno di Tom Waits: la nuova traccia pubblicata, "The Fly", è uno spoken word che non ha nulla da donare a chi cerca una melodia facile. Solo la poesia entomologica dedicata a una bestia fastidiosa ma inestinguibile, che suona in tutto e per tutto come una metafora del genere umano.