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I Parisi, da Salerno ai Grammy: “Madonna ci ha dato carta bianca. Will.i.am e Fred Again ci hanno cambiato la vita”

Dalle origini a Salerno ai successi internazionali con Fred again.. e Madonna: leggi l’intervista ai fratelli Marco e Jack Parisi.
Parisi, 2026
Parisi, 2026

I Parisi, il progetto di musica elettronica dei fratelli Marco e Giampaolo “Jack” Parisi, ha collaborato con artisti del calibro di Will.i.am, Fred Again…, ma anche Madonna in 4 brani del suo ultimo disco ed Ed Sheeran. Senza dimenticare le prime collaborazioni in Italia con Clementino e Marracash, grazie al supporto di dj TY1. Un progetto di musica elettronica che, nel 2024, grazie alla partecipazione ad “Actual Life 3” di Fred Again… ha vinto anche un Grammy nella categoria Best Dance/Electronic Album. Un viaggio lungo da Torrione, quartiere di Salerno, dove il padre, proprietario di un negozio di strumenti musicali, ha avuto un passato anche da turnista di Edoardo Vianello. Nei prossimi giorni saranno anche protagonisti al Electronic BBQ Festival con Benny Benassi. Qui l’intervista e la storia dei Parisi.

Com’è stato lavorare con Madonna?

Marco: È stato incredibile. Lei e Stuart Price volevano portare un po' di freschezza sonora nel loro nuovo progetto. Parliamo di due leggende che avranno ascoltato il materiale di centinaia di produttori, e alla fine hanno scelto noi due per aiutarli con l'album. Ci arriva questo messaggio in cui dicono che Madonna vorrebbe incontrarci per farci ascoltare del materiale. Andiamo in studio e per primo incontriamo Stuart Price, che per noi – e per gran parte dei producer con cui lavoriamo – è una leggenda, una grandissima ispirazione. Passiamo un paio d'ore con lui, poi arriva lei in studio, circondata da un'aura letteralmente magica. Ovviamente, davanti alla popstar più famosa del mondo, ci è voluto un attimo per scioglierci e metterci a nostro agio.

Jack: Esattamente. Avevamo una bella pressione addosso, volendo portare a casa il risultato. Ma la cosa più bella in assoluto è stata la loro apertura mentale. L'approccio è stato: "Abbiamo questi brani, conoscendo il vostro lavoro pensiamo siate perfetti per metterci le mani. Diteci cosa fareste per migliorarli". Ci hanno dato letteralmente carta bianca. Ovviamente, dover dire in faccia a Madonna e a Stuart Price: "Secondo me la batteria di questo pezzo va cambiata e rivista" fa un certo effetto! Ma ci siamo detti che ci avevano chiamato proprio per quello; quindi, dovevamo essere sicuri delle nostre scelte. Ci siamo trovati benissimo, abbiamo passato quattro giorni meravigliosi insieme.

La cosa più bella che vi hanno detto?

Jack: Prima che l'album fosse chiuso, Stuart Price ci ha detto una cosa bellissima: "Ragazzi, tutto quello che abbiamo sperimentato insieme in studio è rimasto nelle canzoni definitive". Ha aggiunto che era una cosa molto rara che Madonna tenesse tutto intatto. Una dinamica meritocratica e stupenda. Leggendo su internet a volte si cercano misteri o dietrologie, ma la verità è molto semplice: volevano dei producer che aggiungessero un tocco moderno, hanno apprezzato le nostre produzioni passate, ci hanno chiamato e in studio è scattata la scintilla.

Come nascono i Parisi?

Marco: Siamo nati e cresciuti a Salerno in una famiglia di musicisti. Sia nostro padre che nostro zio sono musicisti, pensa che hanno un negozio di musica dove siamo cresciuti. Fondamentalmente la musica è stata il nostro gioco preferito fin dall'infanzia; quando vedi il tuo papà che suona ogni giorno e passi il tempo a suonare insieme a lui, diventa una cosa spontanea da parte di entrambi. Ci siamo trovati a giocare insieme con la musica da quando avevamo, in sostanza, quattro o cinque anni.

Jack: Io sono sempre stato attratto da tutto ciò che è armonico e melodico. Venendo da una famiglia di pianisti, ho provato anch'io ad approcciarmi allo strumento, però è come se inconsciamente sapessi che in casa ce ne fossero già troppi, così mi sono spostato su tutto quello che è ritmico. Ho iniziato a suonare le percussioni fin da piccolissimo. Ricordo ancora i miei primi bonghi a casa; poi, intorno ai sette o otto anni ho potuto approcciarmi alla batteria. E così, crescendo, ci siamo ritrovati a suonare sempre io e lui insieme, poi con nostro padre e nostro zio.

Marco: È stato un gioco che ci ha accompagnati sin da quando eravamo piccoli fino ai dodici, tredici anni. Interfacciandoci sempre con musicisti più grandi e suonando con gente adulta e capace, siamo cresciuti velocemente, diventando bravi in fretta. Non dimenticherò mai una chiacchierata che feci con papà in quel periodo. Lui mi disse: "Marco, secondo me è arrivato il momento. Se vuoi fare questo nella tua vita, devi dare una svolta e approcciare generi diversi". E così ho fatto: ho approcciato la musica classica, ho iniziato a suonare il basso, la chitarra, volevo ampliare tutti i miei orizzonti. Ho studiato al conservatorio, orchestrazione e composizione, spinto da una grande passione. Nel frattempo, Jack ha preso la strada opposta.

Ovvero?

Jack: Io ho continuato a suonare e studiare batteria, principalmente musica pop. Ho fatto anch'io qualche anno di conservatorio, ma poi mi ha stancato, era come se non avessi più stimoli di studio né spunti creativi. Era diventato tutto un po' piatto. Da quel momento in poi, diciamo intorno ai 14-15 anni, ho scoperto tutto il mondo della musica dance. Sai, al liceo si iniziavano a fare le feste tra amici e ho cominciato a fare il dj, ascoltando musica house.

È così che vi siete avvicinati alla musica elettronica?

Jack: Io mi sono innamorato completamente della produzione musicale, che per me all'epoca era un mondo del tutto sconosciuto. Finché, tramite YouTube, non ho iniziato a vedere video degli Swedish House Mafia o di David Guetta: li vedevo in questi studi di registrazione splendidi mentre creavano i loro brani e mi sono detto: "Aspetta! Quindi i pezzi che io suono quando faccio il dj e che sento in radio, loro li creano da zero in studio. Voglio capire come funziona". YouTube mi ha dato una grandissima mano con i tutorial. Verso i 15-16 anni ho scaricato il mio primo programma sul PC e ho cercato di capire da solo come produrre un pezzo e mettere più suoni insieme. Da lì, letteralmente, non mi sono mai fermato.

Marco: All'inizio io, in tutta onestà, non avevo compreso quelle dinamiche. Anzi, volevo fare il "musicista vero" e un po' snobbavo l'idea di fare il dj.

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Anche per il vostro percorso accademico, intendo. Venivate comunque da contesti differenti.

Marco: Sì, ma in fondo il nostro sogno da piccoli era un altro. Quando vedi Paul McCartney con i Beatles sul palco, Stevie Wonder o Elton John, dici: "Voglio stare sul palco insieme a loro, voglio fare quello". Non c'era ancora l'ambizione di essere noi i produttori dietro le quinte. Crescendo con nostro padre che ha fatto il turnista per tanti anni, prima con Bobby Solo e poi con Edoardo Vianello, avevamo in mente quel tipo di modelli. Poi, aprendo i nostri orizzonti, abbiamo capito che ci sono tanti tipi di lavori che puoi fare in questo mondo. Ci siamo ritrovati su questa strada andando dritti verso ciò che ci colpiva di più.

Il concerto che vi ha cambiato la vita?

Marco: Guardavamo in continuazione cassette di concerti, da Phil Collins ad Aretha Franklin, fino a Paul McCartney. Eravamo ossessionati dai live dei Pink Floyd, ce li facevamo mettere in continuazione. Eravamo già innamorati di quel mondo da piccoli.

Jack: Per quanto riguarda un'esperienza più recente, quando ho iniziato a esplorare il mondo dell'EDM, ho scoperto l'Ultra Music Festival di Miami. Guardavo gli aftermovie o i dj set su YouTube, e nel 2012 ho preso il primo volo della mia vita per andare proprio lì. Ascoltando suonare gli Swedish House Mafia e tanti altri, ho pensato: "Mi piacerebbe fare questo, voglio esserci io su quel palco". Questo avveniva ancor prima di iniziare a lavorare davvero in coppia con Marco, perché in quel periodo le nostre strade non si incrociavano del tutto: lui continuava a studiare musica suonata, io mi ero buttato sulla produzione. Ma per me l'Ultra di Miami è stata la folgorazione assoluta.

Quando è cambiato tutto?

Marco: Nostro padre aveva questo negozio di strumenti musicali a Salerno. Quando uscivo con gli amici e tornavo a casa a notte fonda, vedevo spesso la macchina di Jack parcheggiata davanti al negozio, segno che stava lavorando lì. Mi fermavo ad ascoltare e ho iniziato a capire che avevo totalmente sottovalutato la difficoltà e la bellezza della produzione musicale. Quella musica, che prima mi era del tutto estranea, iniziava a darmi emozioni fortissime. Così ho cominciato a passare del tempo con Jack in studio, avviando di fatto quello che facciamo oggi. Cercavamo di fondere le nostre competenze: io suggerivo accordi o progressioni diverse e li sposavamo con i suoi suoni. Da lì è nato il nostro progetto insieme.

E quando se ne sono accorti gli altri?

Jack: C'è voluto un po' di tempo, e in Italia paradossalmente è stato leggermente più difficile. Agli inizi abbiamo collaborato con Clementino, facendo un singolo per lui tramite Ty1, un dj e producer anche lui di Salerno.

Ty1 aveva parlato di voi nell’intervista in occasione dell'uscita del suo disco.

Jack: Un fratello. Tutto quello che riguarda la nostra musica passa sempre un po' tra tutti noi. Ty1 è stata la prima persona in Italia con cui abbiamo collaborato, lo facemmo per il suo album; ci ha introdotto a quello che stava facendo con Clementino e poi alla co-produzione di due tracce per l'album di Marracash. Abbiamo creato una sorta di team di produzione tra noi. Però la nostra ambizione era più ampia: sentivamo il bisogno di andare fuori dall'Italia e metterci alla prova per capire davvero chi fossimo. Avevamo fame di raggiungere un livello internazionale; eravamo pronti a lavorare con artisti di un certo calibro e sentivamo che la nostra musicalità e le nostre scelte erano giuste.

Marco: Tra il 2012 e il 2013 chiamai Jack e gli dissi: "Guarda su YouTube, tutti mettono online video in cui suonano". Avendo a disposizione tutti quegli strumenti nuovi in negozio, abbiamo iniziato a postare video in cui improvvisavamo. Siamo stati contattati dalla Korg e sono diventato un loro ambasciatore, iniziando a suonare le loro tastiere in giro per il mondo. Durante uno di questi show, ho incontrato il tastierista dei Dream Theater. Lui portava con sé un prototipo di uno strumento nuovissimo chiamato Seaboard. Notando il mio modo fluido di suonare e la mia ricerca di espressione, mi disse di provarlo. Il mio inglese nel 2012 era terribile, ma capii benissimo: andai a Londra dove mi presentò l'inventore della Seaboard. Quando l'ho suonata per la prima volta ho capito che era lo strumento della mia vita. Ho pensato: "Se vogliamo fare musica elettronica ad alti livelli, questo è lo strumento più espressivo al mondo, ci devo passare 10 ore al giorno sopra per impararlo". C'era un potenziale immenso ancora da esplorare. Così, nel 2014, mi sono trasferito a Londra per un po' e ho iniziato a collaborare intensamente con questa azienda, la ROLI.

E Jack come entra?

Marco: Jack è entrato in contatto con loro grazie alle percussioni. Artisti e investitori venivano alla ROLI, così noi facevamo delle demo per mostrare le potenzialità dello strumento. Uno dei primissimi a passare è stato Will.i.am (Black Eyed Peas). Ha ascoltato la nostra demo, si è girato verso l'inventore e ha detto: "Questi ragazzi sono forti. Possono venire in studio? Sto lavorando al nuovo album dei Black Eyed Peas, magari faccio produrre qualcosa a loro". Noi, ovviamente, agli inizi non eravamo del tutto pronti per gestire un progetto del genere, ma è stato fantastico perché lui ha creduto nel nostro talento ancor prima che avessimo grande esperienza alle spalle.

Jack: Will.i.am è una persona di grandissima esperienza. Capì che eravamo agli inizi, ma ci ha comunque dato un'opportunità incredibile e ci ha insegnato tantissimo. Abbiamo passato giorni e giorni in studio con lui ed è nata una splendida amicizia; andavamo spesso a cena insieme. Come prima esperienza fuori dall'Italia è stato un privilegio assoluto. Arrivando noi da un background molto più complesso armonicamente parlando, tendevamo a voler dimostrare tutto quello che sapevamo fare, ma lui ci ha insegnato che nella musica pop serve più semplicità. Trovare la sintesi è la cosa più difficile.

Un lavoro di sottrazione.

Marco: Esattamente, e di chiarezza. Ci ha insegnato come rendere un accordo complesso molto più accessibile e diretto. Will è stato uno dei primi a crederci, e da lì poi è iniziato tutto il resto.

Quali sono gli aspetti positivi, ma anche negativi di quel mercato?

Marco: La sorpresa più grande in positivo è stata la voglia di fare rete. In Inghilterra, se qualcuno si accorge del tuo talento, fa di tutto per aiutarti e metterti in contatto con altre persone, solo per il piacere di farlo e senza chiedere nulla in cambio. Ci dicevano: "Siete bravissimi, dovete assolutamente conoscere questo producer, farete cose incredibili insieme". Questa totale apertura alla collaborazione a 360 gradi è stata una sorpresa enorme, una dinamica che, ad esempio, dieci anni fa in Italia non esisteva affatto.

Jack: Se non fosse stato per amici come Ty1, che ci conosceva profondamente, forse non saremmo riusciti a fare neanche quel poco in Italia. Qui, invece, c'era questo reale desiderio di far collaborare i talenti. C'è da dire che adesso sentiamo che in Italia le cose stanno cambiando. Ci si rende conto che l'unione fa la forza e che avere un altro produttore nel tuo team non sminuisce il tuo lavoro, anzi lo valorizza. Purtroppo, è per questo che alla fine siamo rimasti in Inghilterra. In negativo, invece, c'è il fatto che non ci si ferma mai: più sali di livello e lavori a progetti importanti, più energia devi metterci.

Marco: Devi essere sempre performativo. La competizione è altissima e non ti puoi fermare un secondo. Devi reinventarti continuamente, stare sempre sul pezzo, scaricare le ultime novità, provare suoni nuovi. Diventa quasi un mantra, perché devi sempre chiederti: "Cos'ha la mia produzione in più rispetto a quella di un altro?". Devi sempre avere quella mentalità.

C’è un maggiore rischio di burnout?

Marco: Esatto, ma per fortuna noi siamo in due. Io so quando Jack è al limite e allora spingo io, e lui sa quando sono al limite io e interviene lui. Se fossimo da soli sarebbe durissima. Inoltre, abbiamo la fortuna di aver creato un grande team di persone intorno a noi, a partire dal nostro manager. Ci alleggeriscono da tante dinamiche permettendoci di concentrarci solo sulla musica per performare al meglio.

Come avete conosciuto Fred Again…?

Marco: Con Fred è nato tutto tramite un'introduzione spontanea. Eravamo andati a fare una demo presso questa etichetta discografica appena nata a Londra, a Tileyard. I ragazzi dell'A&R ci dissero: "I suoni che create sono splendidi. Proprio qua dietro c'è un nuovo producer fortissimo che si chiama Fred Gibson; secondo noi dovete assolutamente conoscervi perché potreste fare grande musica insieme". Così ci misero in contatto tramite una mail. Andammo nel suo studio e gli facemmo una demo con la tastiera e i nostri strumenti. Fred impazzì: "Ragazzi, questi suoni sono stupendi. Sto lavorando all'album di Ed Sheeran, vi va se vi chiamo in fase di chiusura per darmi una mano su quattro pezzi che non riesco a inquadrare bene? Secondo me i vostri suoni sono perfetti". Noi, col nostro approccio un po' scettico all'italiana, pensammo alla solita promessa fatta tanto per dire, abituati alla mentalità del producer geloso del proprio lavoro. Due mesi dopo, invece, arrivò la telefonata di Fred: "Ragazzi, vi ricordate che ne avevamo parlato? Ci siete domani?". Andammo in studio e lui, letteralmente, ci lasciò il suo computer aperto con tutti i progetti davanti: "Allora, mi serve questa sezione qui, quest'altra fatela voi". Ci lasciò lo studio in mano e tornò un paio d'ore dopo. Sentì il risultato e disse entusiasta: "Era esattamente quello che cercavo! Perfetto, chiudiamo il lavoro". Così è iniziata la nostra collaborazione.

Jack: Ed è nata una profonda amicizia. Condividere le cose a livello umano è fondamentale in questo mondo, altrimenti non riesci a fare buona musica. Dopo il lavoro su Ed Sheeran siamo diventati amici stretti. Quando lui ha iniziato a pensare al suo progetto discografico solista, ci ha tirato subito dentro: "Ragazzi, sto lavorando a questa roba mia nuova, voglio crearla insieme a voi, mettiamo giù delle idee". Abbiamo lavorato insieme al primo capitolo del progetto, prima ancora che lui facesse uscire qualcosa come "Fred again..", quando era semplicemente ancora Fred Gibson.

Come reagiva quando gli parlavate dell’Italia?

Marco: Da quando siamo diventati amici c'è sempre stata questa chiacchierata fissa, una volta al mese: "Ragazzi, prima o poi dobbiamo fare un tour in Italia tutti insieme!". Solo per la gioia di suonare dal vivo tutta questa musica che avevamo creato e su cui avevamo lavorato insieme. Un conto è chiuderla in studio e pubblicarla, un altro è godersela suonandola sul palco davanti alla gente. Era un sogno che portavamo avanti da sei anni e finalmente ci siamo riusciti. Gli abbiamo sempre detto che il pubblico italiano è tra i più caldi in assoluto. Fred arriva in modo così diretto perché è una persona pura e genuina, anche a livello social capisce le dinamiche senza finzioni. E poi ha un talento strutturale incredibile: fa sempre le scelte giuste, sa quale sample vocale utilizzare per metterci una profondità pazzesca che emoziona e connette le persone. Tornare a casa e suonare al Plebiscito, sotto un'eclissi lunare, è stato incredibile. Una coincidenza assurda. Il giorno dello show di Napoli era esattamente l'anniversario del primo live assoluto in Inghilterra in cui io e Fred avevamo suonato insieme: il 7 settembre 2021.

Jack: Quando Fred ha iniziato il suo progetto solista, aveva bisogno di esplorare la dimensione dei live e io mi proposi di dargli una mano. Ho suonato dal vivo con lui fin dal suo primo concerto inglese. E la cosa incredibile è che, esattamente lo stesso giorno di qualche anno dopo, il 7 settembre, eravamo tutti insieme sul palco di Piazza del Plebiscito davanti a un'eclissi. Una coincidenza bellissima.

C’è qualcosa che vi manca?

Marco: C’è un velo di malinconia legata al fatto che per fare ciò che amiamo ad altissimi livelli siamo dovuti andare all'estero e non possiamo farlo vivendo in Italia. Però, alla fine, la vita è un compromesso e va bene così, cerchiamo di tornare a casa il più possibile. La cosa bellissima, e in parte inaspettata, è che abbiamo tanta gente in Italia che sa quello che facciamo, ci apprezza e ci supporta. Questo calore sta crescendo sempre di più anche grazie al nostro progetto indipendente, Parisi. Ricevere tutto questo affetto dal pubblico è la cosa più bella in assoluto. Siamo molto felici di come stanno andando le cose.

A cosa rinuncereste tra produzione e live/djing, se foste costretti a scegliere?

Jack: Personalmente non riuscirei a scegliere facilmente, perché mi piace da impazzire suonare dal vivo. Però c'è una magia unica nel produrre, e il momento in cui suoni davanti alla gente ciò che tu stesso hai creato in studio chiude il cerchio. Se proprio dovessi, potrei vivere solo di produzione, ma non potrei mai fare solo il dj.

Marco: Se dovessi andare a suonare per tutta la vita brani che non ho mai scritto né prodotto io, non ce la farei; a un certo punto avrei un blocco di idee. Quindi, se devo risponderti in modo assoluto, scelgo la produzione tutta la vita.

Che tipo di esperienza vi aspettate all'Electronique BBQ Festival cosa significa per voi la figura di Benny Benassi?

Marco: Ci aspettiamo un festival fantastico. Benny ce ne ha parlato molto, lui è una delle anime che ha spinto questo progetto sin dalla nascita. È un'idea bellissima, super inclusiva, pensata per chiunque voglia venire a godersi la musica dal vivo e divertirsi in totale spensieratezza.

Jack: Esattamente. Ci aspettiamo un bellissimo mood, grande energia e, non meno importante, dell'ottimo cibo, su cui ci hanno promesso che puntano tantissimo! Per quanto riguarda Benny Benassi, parliamo di una figura leggendaria. Una traccia come "Satisfaction" è senza tempo, ha uno dei riff più belli e iconici della storia dell'elettronica mondiale. È bellissimo per noi condividere il palco con lui, tra l'altro essendo legati da questo "filo rosso" con Madonna: lui è l'unico altro producer italiano ad avere un Grammy per un remix fatto a Madonna, a cui poi ha prodotto anche brani originali in seguito.

Marco: Non vediamo l'ora! È una persona meravigliosa, super chiacchierone, di una grandissima umiltà. Ci faremo una bella cena insieme. E poi ti do una piccola anticipazione: noi faremo il nostro set, ma a sorpresa verso la fine Benny salirà sul palco con noi per un back-to-back!

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