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Alberto Guidetti: “Mega eventi come Ultimo? Più tasse e finanziamo la cultura. Gli artisti hanno un potere enorme”

Dai 250 mila di Ultimo al ruolo degli artisti, il fondatore de Lo Stato Sociale e scrittore Alberto Guidetti chiede più responsabilità e risorse per la cultura: “Più tasse e vincoliamo il surplus alle politiche culturali della città”. Sul potere degli artisti: “È tanto, basta contrattare”
Alberto "Bebo" Guidetti
Alberto "Bebo" Guidetti

Alberto Guidetti, in arte Bebo, è uno dei fondatori de Lo Stato Sociale, nonché uno degli osservatori più arguti del panorama musicale italiano. Il risultato di alcune delle sue riflessioni e dei suoi studi è confluito nel libro "Il capitale musicale. Guida all’ascolto della governance algoritmica" (Timeo), in cui analizza l’industria musicale all’interno del sistema capitalistico in cui viviamo. In questa estate in cui si discute molto di grandi eventi e gigantismi musicali, con Ultimo che ha radunato 250 mila persone a Tor Vergata, abbiamo chiesto al musicista quali siano i pregi e le storture di questo sistema e quanto gli artisti possano realmente incidere sul suo funzionamento.

Parlando di Ultimo e dei grandi eventi in generale, hai scritto sui social: "Ogni volta che parliamo di un grande evento finiamo a processare le persone". Come mai succede?

Il fatto che a una persona piaccia Ultimo, a me non fa nessun torto, anzi son contento che gli piaccia la musica e faccia una cosa per sé. Quello che a me fa pensare – ed è importante non giudicare le persone per quello che fanno – è come siamo arrivati a produrre 250.000 persone davanti a un palcoscenico. Cosa significa questo? Che tipo di senso ha? Stare in un corpo collettivo in un momento in cui siamo molto isolati è sicuramente consolatorio, e bisogna dare atto di questa cosa qua. Dall'altro lato, quando guardiamo alla musica, c'è stata una doppia transizione velocissima nel giro di 10-15 anni, dalla mia generazione di artisti a oggi.

Che transizione?

C'erano i clubbettini piccolissimi ed era figo andare a vedere Lo Stato Sociale quando eravamo in cento. Poi finalmente Lo Stato Sociale diventa qualcosa e siamo in qualche migliaio. Poi qualcuno riempie gli stadi e i palazzetti dello sport. L'esplosione dell'indie rock e pop a un certo punto non ha più avuto le fondamenta sotto. La gente va poco a vedere i club, gli emergenti, i posticini piccoli, e tutto si espande all'infinito là sopra. C'è stato un evidente spostamento del consumo.

Non rendersi conto di quello che Ultimo ha rappresentato in questi ultimi anni colpevolizza chi non se n'è accorto. Cosa ci ha portato, soprattutto nel post-Covid, a questo bisogno enorme di cambiare l'idea stessa di concerto, trasformandolo in un evento gigante?

La settimana scorsa è stato pubblicato il rapporto annuale SIAE che dice una cosa molto divertente per gli appassionati di numeri: i grandi eventi sono uno ogni 250, ma rappresentano il 34% del mercato. C'è una concentrazione di spesa e di potere economico pazzesca. E poi c'è una crescita generale dei biglietti che è nove volte superiore all'inflazione. Su questo ci sarebbe da fare qualche discorso, anche se non è colpa dei grandi eventi in sé, è cresciuta tutta la filiera.

Ma questo accentramento economico da dove nasce, culturalmente?

Nasce proprio dal consumo della musica. Noi siamo cresciuti come generazione anche con la pirateria, quando c'era ancora l'idea di cultura di massa o, in alternativa, l'underground, le cose sotterranee. Realtà che però producevano comunità nelle zone specifiche e poi si diramavano in "scene", dove riuscivi a trovare persone che ti somigliavano. Nell'ultimo decennio la personalizzazione dell'ascolto sulle piattaforme ha disintegrato la possibilità di costruire così facilmente una comunità.

Ovvero?

Se io ascolto gli Autechre, i CCCP e Lucio Corsi vado al Lokomotiv e so che trovo qualcuno. In questo istante storico siamo tutti così tanto diversi nel nostro gusto, anche nelle nicchie, che è difficile – come gli atomi nell'universo – scontrarsi uno con l'altro e costruire un corpo più grande. E questo un po' ci fa sentire da soli come ascoltatori. Questa solitudine viene compensata dalla grande spinta della pubblicità, dell'advertising online, della narrazione del grande evento imperdibile. Perché "saremo tanti", "faremo la storia", perché quella cosa lì è "il popolo di Ultimo" o il popolo dei Pinguini Tattici Nucleari, per citare amici miei.

Questo, quindi, cosa comporta?

Io vedo analiticamente le persone andare a coprire un vuoto esistenziale in quel modo lì. E lo fa il pubblico vero, quello che muove la musica, che fa le hit, il popolo di Sanremo che riempie gli stadi. Quando si sposta così tanta gente iniziamo a vedere gli effetti, o i sintomi, del cambiamento. Quindi da una parte è tutto un po' sotterraneo, rimani legato alla tua identità di ascoltatore critico, ma alla fine il "popolo" è bello perché ti racconta fisicamente il cambiamento. Questa cosa di Ultimo ha portato al massimo l'espressione di questa trasformazione. Tra quei 250.000 magari c'è anche chi, statisticamente, sarà anche venuto a vedere la mia band in passato, ma in questo momento non c'è più quel tipo di consumo. La musica oggi è soprattutto mass market, proprio perché grazie alle piattaforme è incredibilmente pervasiva. Dobbiamo accettare che il consumo si sposti. Però non possiamo pensare che la gente sia fessa; la gente si sposta ed esaudisce dei desideri perché ci sono delle cose contingenti attorno.

Questo gigantismo della musica a chi serve davvero?

Serve a chi si mette in tasca il surplus economico e basta. Noi romani – sono residente a Roma – di quell'evento non godiamo niente, non ci lascia nulla. Il fatto che ci sia stata una super produzione per 250.000 persone, con un grande parco, grandi schermi, grandi led wall e cessi chimici, una volta finito cosa lascia in città? Hai consumato metropolitane, rifiuti, hai imballato la vita di mezza città, perché a Tor Vergata ci abita della gente. Quindi hai effettivamente estratto un'infrastruttura dalla città e dalla cittadinanza. Ti sei appoggiato lì sopra, hai pagato qualche tassa al comune, però poi a me non rimane niente, agli abitanti di Tor Vergata non rimane niente.

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L'assessore ai grandi eventi di Roma ti risponderebbe che quel concerto ha lasciato un luogo importante, il più grande spazio europeo per la musica.

Bisognerebbe dirgli, però, che noi facciamo musica tutti i giorni e non aspettiamo Ultimo o gli AC/DC per avere l'autorizzazione a farla. A me va bene che esistano quelle cose lì perché alle persone fanno bene e sono necessarie, però quella roba deve lasciare strascichi per gli altri 364 giorni a noi che viviamo la città. Secondo me quello che paga quell'evento è ancora troppo poco: deve pagare di più, e quel surplus economico di tasse che produce per il comune deve essere vincolato in bilancio alle politiche culturali della città. Tanto siamo assediati dai grandi eventi, non li manderemo via con lo 0,5% di tasse in più. La prova provata è la tassa di soggiorno per i turisti: non mi sembra che in Italia siano diminuiti i turisti da quando l'abbiamo messa.

Insomma, sì ai mega eventi, ma che lascino soldi per la Cultura tutto l'anno.

Il mio problema con il grande evento è questo. Il grande momento in sé non è qualcosa di deteriore; lo diventa quando non lascia niente alla cittadinanza e la città è solo un'infrastruttura che le persone attraversano e consumano. C'è chi dice: "Eh vabbè, ma il kebabbaro ha venduto". Ok, ma chi se ne frega del kebabbaro, siamo tre milioni di abitanti a Roma. La città è di tutti. Quando succede una cosa grossa in città, il benessere deve essere il più diffuso possibile, non limitato alle 48 ore in cui si svolge l'evento ma nei 364 giorni a seguire.

La questione delle borracce e dell'acqua gratuita ha riaperto il dibattito sulle regole dei concerti. Perché dentro un evento sembrano valere norme diverse?

Ma sai, quella è la grande truffa del rock and roll. Tu compri un biglietto e di solito, senza leggere, accetti i termini e le condizioni del servizio. A quel punto acquisti il passaporto per entrare in una giurisdizione che non è più quella italiana. Lì dentro, se ammazzi qualcuno sei in Italia, ma come funziona l'economia lo decidono loro per te. Decidono quanto costa viverci. È anche difficile, in un'economia di mercato, imporre dei prezzi statalmente. Se dici che l'acqua là dentro non può costare più di un euro, loro ti rispondono: "Guarda, è un evento privato".

L'altro giorno Ernia diceva in un'intervista: "Io non prendo anticipi, così tengo basso il prezzo del biglietto". Visto che in questo sistema ci sei stato e ci sei cresciuto, qual è il vero potere dell'artista?

Il potere dell'artista è infinito. È un libero cittadino, nessuno gli ha messo la pistola alla tempia per firmare un contratto. Nel momento in cui firma si assume le responsabilità, quindi quando dice "Io sono qua solo per cantare" non è vero, tu hai accettato un contratto che prevede che tu adesso stia zitto. Quindi hai ceduto la tua libertà. Ernia dice quelle cose perché è un ragazzo intelligente, curioso, preparato, che ha persone che gli hanno spiegato cosa dicono i contratti e cosa gli conviene accettare secondo la sua sensibilità. Quando l'ha detto ho pensato: "Guarda che figo, gli pagherei volentieri una birra a uno che dice una roba del genere con il suo status artistico". L'artista, prima di firmare, ha l'infinita possibilità di dire di no.

Ma questo vale anche per chi non ha i numeri di Ernia o di Ultimo? Un artista medio può davvero impuntarsi sulle virgole di un contratto?

Un artista medio-grande che fa i palazzetti o gli stadi ha potere in fase di trattativa, sempre. Quando firmi, il contratto è il contratto. Anch'io ho i contratti con Universal per la distribuzione: se voglio togliere della roba da Spotify non posso, perché devo onorare un accordo. I pensieri li devi fare prima. Ti siedi a tavola con te stesso e pensi: "Dormo sereno se fanno pagare l'acqua 5 euro?". Se ti dici no, alcune cose puoi contrattarle. I contratti si chiamano così perché si contrattano.

Diciamo che su contratti grossi, qualcosa si può cedere per andare incontro al pubblico.

Se ti danno 400.000 euro o 4 milioni in mano, delle cose si possono trattare. È che l'attrazione dei soldi è molto alta. Non ho alcun giudizio per chi firma bei contratti, anzi, complimenti. Però se ti offrono tanti soldi, ti stanno offrendo anche un po' di trattativa. Cosa ti cambia dire: "Vabbè, invece di 400.000 facciamo 380.000, e 20.000 euro di acqua la pago io". La casa te la compri lo stesso. Di questi tempi sei comunque un privilegiato. L'ingenuità dell'artista ha fatto comodo al racconto nostro e dei media per un sacco di anni. Oggi non si può più dire che l'artista sia un ingenuo.

Hai scritto che "il giudizio morale è la forma di critica che non tocca niente", perché in fondo l’indignazione è la forma più semplice per sentirci influenti. E non siamo in grado di fare un'analisi serie sul fenomeno Ultimo.

Sì, dirsi "tu sei un fesso perché ascolti Ultimo o ne parli male" lascia il tempo che trova. Ti ripeto, io non trovo piacevoli i grandi eventi. Sono stato a vedere Ligabue all'Olimpico perché c'erano amici; eravamo in 60.000 a sentire "Una vita da mediano", un brano che quando ero ragazzo non mi ha mai detto niente. Però ce l'ho in memoria perché ci ha martellato in quel periodo, mi sono emozionato e mi sono chiesto come mai. Succedeva perché ero in mezzo a quella situazione. Però è un posto che non mi appartiene. A me piacciono i posti un po' più piccoli, più intimi. E non scrivo che non mi frega molto di Ultimo, nel senso che fa la sua roba, è giusto, è dignitoso, non sono qualcosa di deteriore nella realtà.

Insomma, non è l'intelligenza artificiale.

Esattamente, quindi mi domando: in una società fatta in questa maniera, il processo che ci porta a essere lì, come facciamo a renderlo un po' meno annichilente? Perché secondo me quella cosa è annichilente. Anche lo stadio: arrivano in 60.000, ci guadagnano in pochissimi e gli altri tornano a casa.

Ricordo il vostro concerto al Paladozza di Bologna – l'arrivo della band indie nel Palazzetto – e tutto quello che scatenò. Come fu quel passaggio a una decina d'anni di distanza?

Noi siamo anche la band che è arrivata a fare forse uno degli ultimi tormentoni estivi della storia recente della musica ("Una vita in vacanza", ndr) e non siamo mai riusciti a capitalizzare per davvero in quel senso. È stato divertente perché vai a giocare il campionato di qualcun altro: fai la festa, come quando è il compleanno, fai la festa un po' grossa, poi magari sei un po' timido di natura e dici "Ok dai, finita, sono contento, le persone mi hanno voluto bene, oggi torniamo a uscire in quattro al bar invece che in quaranta". È sempre stata un po' quell'attitudine lì, che non significa rivendicarsi la sfiga o i secondi posti. Parlando di Ultimo, è uno che è arrivato secondo a Sanremo e poi ha fatto 250.000 persone, quindi gli ha fatto bene non vincere, ha già vinto per tutta la sua carriera.

Se Lo Stato Sociale dovesse tornare a fare un grande tour oggi, scegliereste ancora i palazzetti?

Se dovessimo mai tornare – anche se non è nell'orizzonte degli eventi – non siamo una band che farebbe un tour nei palazzetti per macinare 7-8.000 persone alla volta stando fermi, creando l'attesa, la finta reunion e tutte queste cose qua. Saremmo comunque gente che dice: "Vabbè dai, facciamo un tour nelle piazze, la gente ci viene a vedere gratis". È così che funziona per noi. È proprio una roba d'attitudine. Mi faceva ridere quel post su Ultimo in cui una ragazza diceva nello screenshot: "Sembra una festa di paese". Io ci ho suonato alle feste di paese, ci ho costruito una carriera, e questa nazione si basa anche su quel tipo di comunità lì. Come diceva un grande, "mi commuovo alle feste popolari", e quindi penso che continuerò a commuovermi alle feste popolari.

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