Cosa succede a Via Paolo Fabbri 43 dopo la morte di Guccini, tra testamenti e museo: l’importanza nella sua musica
La morte di Francesco Guccini, avvenuta il 6 agosto 2026 all'età di 86 anni, ha aperto una complessa questione testamentaria. Al centro del dibattito negli ultimi giorni c’è sicuramente un luogo storico per il cantante, la casa bolognese di Via Paolo Fabbri 43. A un mese esatto dalla scomparsa del cantautore, è avvenuta l'apertura delle sue ultime volontà che ha rivelato l'esistenza di due diversi testamenti. Il primo è stato redatto dal notaio Lorenzo Luca nel dicembre 2014, in cui venivano previsti numerosi lasciti a favore della figlia Teresa, nata dalla lunga relazione di Guccini con Angela Signorini.
L'eredità di Francesco Guccini e l'abitazione di Via Paolo Fabbri, 43
Tuttavia, la comparsa di un secondo testamento più recente, redatto il 19 gennaio 2022 e registrato l'8 settembre 2026 dal notaio Luigi Stame, sembra aver cambiato le sorti della proprietà dell’abitazione. Quest'ultimo documento ha revocato le disposizioni precedenti, nominando la seconda moglie, Raffaella Zuccari, che Guccini aveva sposato nel 2011, erede universale. Questo testamento darebbe la possibilità a Zuccari di ereditare non solo la proprietà immobiliare di Pavana, sull'Appennino tosco-emiliano, ma anche lo storico appartamento di Via Paolo Fabbri 43 a Bologna.
Alla figlia Teresa invece verrebbe destinato il 50% dei diritti patrimoniali d'autore, le quote della società Limentra srl e alcuni oggetti dal forte valore affettivo, tra cui la chitarra Trameleluc, l'anello d'oro del nonno e l'orologio Leonardo da Vinci. Proprio quest'ultimo oggetto di valore sarebbe stato accompagnato da un'ultima raccomandazione scritta di pugno dal padre, in cui veniva intimato di spostare le lancette dell'orologio soltanto in avanti per non romperlo.
Le voci che si rincorrono sull’abitazione di Via Paolo Fabbri 43 a Bologna legherebbero il destino della storica casa alla costruzione di un museo sulla vita e la carriera dell’autore di "L'avvelenata". Un legame con l'abitazione che si riferisce principalmente al suo sesto album in studio, intitolato proprio "Via Paolo Fabbri 43", pubblicato nel 1976. La casa, che avrebbe ospitato nei giorni della sua scomparsa migliaia di fan e appassionati per rendergli omaggio, è un luogo reale che ha visto nascere alcune delle più grandi storie del cantautore. L'abitazione infatti, situata poco fuori dalle mura cittadine, era caratterizzata negli anni '70 dall'anima popolare e studentesca, accogliendo non solo intellettuali ma anche critici musicali come Riccardo Bertoncelli, con cui ebbe la possibilità di confrontarsi dopo averlo citato aspramente nel testo di "L'avvelenata".
Da "L'Avvelenata" a "Il Pensionato": il racconto del suo sesto album in studio
Nello stesso disco, che si posizionò al sesto posto nella classifica degli album più venduti in Italia nel 1976, c'è anche "Il pensionato" che racconta la storia di Paolo Mignani, un ex calzolaio ormai in pensione che abitava accanto al cantautore. Dall'osservazione di quest'uomo, dai suoi ritmi compassati che si scontravano con l'energia e la caoticità di quel polo cittadino, venne dipinta la canzone che indaga la natura della solitudine. Proprio Via Paolo Fabbri 43, che negli anni diventerà un porto aperto fino ai primi anni 2000 per chi voleva visitare Guccini e la sua incredibile libreria, sarà in quel disco un punto d'osservazione esterno, ma non solo.
Infatti, nella traccia che dà il titolo al progetto, è possibile osservare il caos dell'immaginario, la critica sociale agli "arguti intellettuali" a cui si contrappone il diploma "in canti e in vino" nella sua abitazione, nido per la sua fragilità. Successivamente, nella stessa canzone, Guccini si esprime contro i suoi colleghi cantautori, Antonello Venditti, Francesco De Gregori e Fabrizio De Andrè, rei di aver spostato la loro letteratura musicale in filoni popolari per incontrare i gusti del pubblico.
Ammetterà successivamente di aver avuto difficoltà a digerire le complessità di un aspetto del suo lavoro, come l'esibizione dal vivo, ma anche di aver sofferto che i suoi colleghi facessero molti più concerti di lui. Una dinamica polarizzante, in cui alle decisioni popolari dei colleghi contrapponeva la sua posizione, il suo racconto in cui "i miei ubriachi non cambiano e il frate non certo la smette per fare lo speaker in tv".
L'aspetto parodico, contrapposto allo status quo che si riflette in "madri e morali mi chiudono", si ritrova poi nell'immagine finale, quando Guccini canta: "Ritorno a giocare da me, do un party con gatti e poeti qui all'alba in via Fabbri, 43". Il cantautore abbandonò la sua abitazione solo nei primi anni 2000, quando decise di lasciare Bologna per ritirarsi a Pàvana, sull'Appennino tosco-emiliano. Un ritorno alle origini che lascerà la sua abitazione bolognese al ruolo di biblioteca del cantante, ma soprattutto come porto felice per studenti universitari o turisti musicali alla ricerca di un incontro con la realtà, dopo l'immaginazione proiettata nel disco.
La casa trasformato in un museo: l'esempio di Lucio Dalla a Bologna
Ma è anche un monumento alla sua musica, delineato anche dal nome sul citofono che recitava: "Guccini Fra". Proprio per questo motivo, sarà importante capire se la lettura per cui l'abitazione possa diventare una "Casa Museo", non possa essere intralciata dalle questioni testamentarie. In questo senso, la città di Bologna ha già praticato operazioni del genere, come la fondazione e l'apertura al pubblico come casa museale di quella in via D'Azeglio, in cui viveva Lucio Dalla.