Perché non riusciamo a toglierci dalla testa Bossa Nostra di Gaia

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Adattando la bossa nova al pop italiano in voga con una voce credibile, l’aspirante tormentone di Gaia descrive gusti e vezzi del nostro tempo.

Se pure i tormentoni estivi sembrano un relitto del passato, una cosa non smette di essere attuale e frequente: gli articoli in cui io e molti altri colleghi ci sforziamo di spiegare le ragioni di questa subitanea sparizione sonora. Farlo è ormai un rito di passaggio culturale che ci permette di elaborare un lutto: la fine del consumismo musicale come forza motrice della cultura popolare. Perché, in ultima istanza, è della magia instabile di quest’ultimo fenomeno, l’equilibrio precario di capitale e bellezza, che descriviamo la rottura quando ci meravigliamo del fatto che le “canzoni dell’estate” non sembrano più (accento sul “sembrare”) universali, condivise, rilevanti. Oh, certo, di aspiranti tormentoni ne abbiamo eccome, ma quelli che la spuntano dal punto di vista commerciale non sembrano più (di nuovo, quel verbo) descriverci accuratamente.

Come si è detto tante volte qua sopra, la ricetta di questa reazione chimica contiene solo due ingredienti: la sorpresa e la familiarità. Canzoni dotate di questi elementi in giusta miscela, anche se non dovessero portarsi a casa tutto il malloppo dei nostri stream (per quel che valgono), continuano a esistere in gran quantità. E anche quando orbitano intorno alla vetta senza mai toccarla, molte di queste hanno tutte le carte in regola per meritare una dissertazione, poiché dicono qualcosa di noi. È il caso, per esempio, di Bossa nostra di Gaia.

Cosa potrebbe dire del nostro tempo una canzone che fin dal titolo (la solita mano pesante dei nostri attuali autori musicali) richiama un genere musicale impolverato come la bossa nova? Se ti stai ponendo questa domanda potresti non aver mai sentito nominare Laufey. Oltre venti milioni di abbonati a Spotify e molti milioni di altre persone sulle altre piattaforme, invece, sanno benissimo di cosa stiamo parlando. La polistrumentista e cantautrice islandese è divenuta popolare nel 2023 con la canzone in pienissimo stile bossa nova From The Start (1,2 miliardi di stream su Spotify, al momento). Nel giro di un annetto la canzone l’ha catapultata da ennesima promessa jazz partorita dall’università musicale di Berklee che cerca di accalappiare pubblico con live-stream online e che acciuffa qualche comparsata televisiva sulla scia di fan celebri (Billie Eilish, per esempio) a fenomeno commerciale in grado di fare il giro del mondo in concerto già un paio di volte – in Italia i biglietti per il primo concerto a Milano nel 2024 evaporarono in poche ore e a marzo ha incantato l’arena di Bergamo con un piano e un quartetto d’archi.

La mania verso quest’artista è arrivata al punto da spingere qualche collega dal titolone facile (e un po’ troppo condizionato dalla stan culture) a parlarne come della salvezza del jazz. Ma questo è un altro discorso. Quello che resta, della non ancora terminata sbornia delle canzoni di Laufey da parte di un pubblico crescente, è l’efficacia tutt’altro che passata di certi suoni per un vasto pubblico.

La bossa nova, che Laufey in buona parte dei suoni brani ricalca con estrema perizia, non è musica vecchia. A patto che, come nel caso della cantautrice di cui stiamo parlando al momento, la si pieghi a servizio di una scrittura lirica vulnerabile, tenera, onesta, talvolta perfino adorabilmente goffa che risuona nelle corde del pubblico degli anni ‘20 più di versi come “ho corso sette leghe d’amore, pianto sette litri di mare”. Non è la canzone brasiliana ispirata dal samba in sé e per sé a essere ripescata, e ci mancherebbe altro. È l’incantamento (Bewitched è il molto sinatriano titolo del secondo fortunatissimo album di Laufey) da parte di un mondo musicale lontano, che si ripresenta a noi con le parole e le movenze dell’oggi. Ed è precisamente la stessa cosa che fa Gaia nel suo singolo.

A ciascuno la sua attualizzazione e trasposizione culturale, e non c’è nulla di scandaloso in questo. Laufey oggi prende Astrud Gilberto e la fa aderire per il tramite della voce a basso volume agli standard lirici e tematici del pop da cameretta (bedroom pop è proprio il nome del genere, secondo il consenso critico): estreme insicurezze personali; moderate alienazioni; esitazioni nei rapporti sentimentali; dubbi sulla percezione estetica di sé. Ma questo è sempre accaduto.

Quando nel mezzo di Aruanda di Wanda de Sá dobbiamo far spazio a 32 battute strumentali con un assolo di pianoforte, dobbiamo ricordarci che questo passaggio musicale (arrangiato da Jack Marshall) deriva da un preciso compromesso artistico fatto per incastonare la canzone brasiliana dentro i canoni del jazz americano, che ancora nel 1965 era una forza commerciale abbastanza mainstream da condizionare musiche d’importazione con le sue regole di arrangiamento, come quelle in vigore presso molte delle registrazioni della Capitol Records dell’epoca (pensiamo ad altre artiste prodotte da Marshall come Peggy Lee o Judy Garland).

Forse non ci facciamo tanto caso, perché a 60 anni di distanza dal momento in cui quei fenomeni culturali hanno condizionato la cultura pop coeva (in parallelo, ma non in dialogo, con la Beatlemania o il revival folk o il soul Motown), abbiamo perso i contorni delle loro regole rigide e ci riscopriamo più benevoli verso le loro prepotenze artistiche. Bossa nostra di Gaia, con lo zampino del solito Riccardo Zanotti e del socio Marco Paganelli, compie precisamente la stessa operazione di contagio con il vocabolario pop (italiano) del presente. E andiamo allora a vedere dove nella “stranezza” di una bossa nova del 2026 si inseriscono i germi della familiarità.

Prima di tutto, l’attualizzazione del pezzo si nota nella produzione vocale. Mentre in una Falling Behind la già citata Laufey può permettersi di mantenere le texture felpate delle vecchie incisioni analogiche grazie alla larga adesione del pop intimista americano a questo standard (sentire Clairo per farsi un’idea), il nostro palato non apprezza queste morbidezze, e di conseguenza la voce naturalmente calda di Gaia lotta con un mix decisamente più gelido e affilato, come usa qui da noi nel grande pop da classifica.

Poi, c’è una questione di struttura: rispetto alla semplice struttura strofa-ritornello (talvolta nemmeno quello!) perfezionata da João Gilberto e Vinicius de Moraes, il nostro pop attuale è decisamente più impostato e formulare. Così, la Bossa nostra di Gaia si muove per sezioni con l’andatura agile ma megalitica di un grosso cetaceo: abbiamo pre- e post- ritornelli (“una favola da faveeeela” e “siamo lontani nello stesso letto”, rispettivamente) che inquadrano un refrain in cui il titolo-calembour (peraltro, non proprio originale) irrompe subito come uno slogan da memorizzare e con un disegno melodico che alle quinte discendenti di Ipanema sostituisce una sesta maggiore ascendente, che scivola subito di un tono in giù, che ricorda piuttosto carole natalizie e scene madri da musical; e infine lascia campeggiare al centro un imponente bridge (“la vita ci riavvicinerà”) che sembra voler collegare più la nostra sensibilità pop con un vecchio genere musicale, piuttosto che i differenti quartieri concettuali e musicali del pezzo.

A livello strutturale e melodico non si tratta della più minimalista delle creazioni, anzi, ma la sottigliezza non fa parte delle nostre preferenze. Molto più popolari sono le canzoni che, dentro una facciata di semplicità e spontaneità, contengono costruzioni ampollose, che ci provano a conquistare esaurendo le nostre risorse di attenzione e pazienza. L’arrangiamento del brano funziona esattamente così. Mentre chi fa revival di bossa nova nel mercato atlantico punta ad altri gusti acquisiti (per esempio il musical, tuttora nelle vene del mainstream angloamericano, come si nota nelle grandi orchestrazioni di archi in Laufey), noi rimediamo con una cornucopia di suoni che includono anche le corde di nylon pizzicate della bossa nova, ma con l’aggiunta di sapori più familiari: le percussioni latin-disco e latin-funk (senti il fill di batteria un attimo prima del ritornello), i fiati e i cori maschili che abbondavano in una reference evidente del brano (citata anche di sfuggita), La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria di Ornella Vanoni.

Adattare le fonti non è un errore, sia chiaro, anzi: è la soluzione più prevedibile  probabilmente efficace per inserire qualche elemento di novità in un panorama musicale che, a dispetto dei frizzi e lazi, è decisamente conservatore (la “locura” di Boris, sempre attuale). Così, in Bossa nostra abbondano gli elementi di chiarissima matrice brasiliana, al di là dell’ascendenza culturale della popstar stessa: seppure in versione asciugata ed efficientista, nella progressione di accordi della canzone si ritrovano quelle relazioni armoniche basate sulla relazione tra secondo grado minore e quinto grado che fanno parte del patrimonio comune di bossa e jazz. Potresti, insomma, accostare una Batidinha, di Antônio Carlos Jobim a questo brano senza troppe trasposizioni, se non fosse per la struttura pesante di Bossa nostra di cui parlavamo sopra.

Un’altra caratteristica genuina è la ricchezza di guizzi sincopati nella melodia di Gaia, che in molti punti si esibisce in deliziosi saliscendi, che in modo molto “bossa” funzionano proprio grazie agli accostamenti tra momenti statici e momenti dinamici: fai caso a come “vivere una vita insieme a me” spicca all’orecchio dopo le lunghe note di “tanto” e “bianco” (forse un liricista più astuto avrebbe messo in questa posizione pigra la parola “stanco”). Il fatto che a mettere la voce su queste gentili acrobazie in modo credibile sia un’artista che da sempre e spesso ha fatto della sua radice brasiliana un punto d’orgoglio è quel che serve per far funzionare veramente la canzone dentro i grandi schemi del pop odierno, che – se può – premia l’autenticità, qualunque cosa significhi.

Non che questo sia un ostacolo troppo insormontabile in un paese dove un artista con una parola giapponese e una inglese nel nome d’arte sbanca tutto da mesi con una canzone di latin pop caraibico: ma questa è la fotografia che ci facciamo oggi come pubblico italiano, anche se magari non piace a tutti, specie a noi critici. Fortunatamente, con la balcanizzazione del mercato culturale, non dobbiamo più accontentarci di un’unica immagine, e chi vorrà immaginarsi più vicino ad altri tempi e altri mondi con un pizzico di verità in più, potrà provarci con questa canzone che, con tutti i suoi compromessi, sembra descrivere il presente con qualche nuance in più.

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