La strage di Amendolara e l’inferno dei braccianti: “Nelle campagne della Calabria nuove forme di schiavitù”

Ullah Ismat Qiemi, 19 anni; Safi Iayjad, 27 anni; Amin Fazal Khogjani, 28 anni; Waseem Khan, 29 anni. Sono i quattro giovani bruciati vivi ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Avevano chiesto di essere pagati per il loro lavoro di braccianti ma invece della paga che spettava loro sono stati intrappolati nel mezzo, cosparsi di benzina e poi dati alle fiamme vicino a una stazione di servizio lungo la Statale Jonica 106.
Erano venuti in Italia in cerca di una vita migliore rispetto a quella che conducevano in Pakistan e Afghanistan, i loro paesi d'origine, ma nelle campagne di Puglia e Basilicata hanno trovato solo violenza, sopraffazione e infine la morte. Le mani che materialmente hanno appiccato il rogo al minivan sono quelle di due caporali, anche loro pakistani, che non conducono una esistenza molto rispetto a quella delle loro vittime.
Come spesso avviene quando si parla di caporalato, vittima e carnefice fanno parte del medesimo gruppo, quello degli sfruttati. Una dinamica che Giuseppe Marra, sindacalista Usb di lungo corso, conosce bene: "Sul caporalato c'è molto da dire. Spesso nei territori c'è una presenza di lavoratori stranieri più anziana e strutturata, quindi è chiaro che le aziende si rivolgono a queste persone per reperire mano d'opera, e anche per tutto il resto. Ma concentrarci su di loro significa guardare il dito e non la luna", spiega a Fanpage.it.
I migranti che approdano in Italia portano sul corpo e sulla mente i segni di quello che hanno subito durante il viaggio, e una volta nelle nostre campagne l'orrore per loro non è destinato a finire, come sa bene Emilia Corea, coordinatrice dell'equipe socio-sanitaria dello sportello anti-tortura di Cosenza: "Molti dei giovani che incontriamo durante i nostri percorsi terapeutici lavorano o hanno lavorato nelle campagne della Sibaritide, della Piana di Rosarno, Amantea, di Campora e in altri distretti agricoli della regione. I loro racconti ci restituiscono un quadro che mostra giornate interminabili di lavoro, salari da fame, alloggi degradati, assenza di contratti, assenza di pensioni, e anche impossibilità di denunciare per paura di perdere l'unica fonte di sostentamento o essere portati all'interno di qualche CPR [Centri di permanenza per i rimpatri n.d.r.]. Il tema della tortura e quello dello sfruttamento lavorativo non sono separati".
"Dopo le torture in Libia in Italia i braccianti trovano ricatto e umiliazione"
Emilia Corea opera all'interno dello sportello per l'emersione, la diagnosi e la presa in carico dei richiedenti protezione internazionale sopravvissuti a tortura. È attivo a Cosenza dal 2012, ed è una delle pochissime esperienze specialistiche presenti nel Mezzogiorno.
È stato creato dall'associazione La Kasbah, della quale Corea fa parte, e opera sulla base di un protocollo d'intesa con l'ASP e la Regione Calabria: "In 14 anni abbiamo attivato mille percorsi di riabilitazione sia fisica che psicologica. La riabilitazione non riguarda solo l'ambito medico o psicologico, ma riguarda un percorso complesso di ricostruzione della persona, perché la tortura non lascia soltanto cicatrici solo sul corpo, ma porta con sé tutta una serie di conseguenze: distrugge la fiducia negli altri, compromette la capacità di immaginare il futuro, produce isolamento, paura e depressione. La nostra esperienza ci insegna che nessun percorso terapeutico può dirsi efficace se la persona una volta uscita dal nostro ambulatorio torna a vivere in condizioni di sfruttamento e di marginalità".
Si tratta di giovani e uomini per i quali la spirale della violenza non si interrompe mai. "Una persona che ha subìto torture in Libia, in Afghanistan, in Turchia durante il percorso migratorio arriva qui per essere pagato 4 o 5 euro l'ora nelle campagne della Calabria, vivere in un appartamento sovraffollato, spesso senza servizi essenziali, e continua a subire forme quotidiane di ricatto e di umiliazione".
Con l'equipe multidisciplinare dello sportello anti-torture, i migranti iniziano sedute di psicoterapia e poi a seconda del trauma altri interventi specialistici come visite ortopediche, psichiatriche, terapie farmacologiche, o esami strumentali.
"Ricordo un ragazzo in particolare – dice Corea – in Calabria raccoglieva le cipolle per pochi euro al giorno. Viveva in un ex capannone, all'interno del quale mancava l'acqua calda, di notte non c'era energia elettrica, e per andare di notte al bagno esterno usava la torcia del cellulare. Quando ci ha raccontato delle torture vissute in Libia si è tolto la maglietta: il suo corpo sembrava una cartina geografica tante erano le cicatrici che aveva sul corpo. Aveva segni anche alle caviglie perché era stato legato e poi è sospeso, è la ‘tortura della sospensione', è molto praticata in Libia. Si sta legati a testa in giù mentre si viene picchiati. Ora non è più in Calabria, si è trasferito e lavora nelle campagne siciliane".
Questo è probabilmente anche il background dei migranti afghani e pakistani uccisi da due connazionali. "Questo ennesimo episodio di sfruttamento ci obbliga a guardare in faccia una realtà che spesso preferiamo ignorare, cioè che in molte aree agricole di questa regione, ma in generale del Mezzogiorno, esistono ancora delle condizioni che somigliano a forme contemporanee di schiavitù. Siamo oltre lo sfruttamento e non parliamo di episodi isolati, ma di un sistema che si alimenta grazie alla vulnerabilità delle persone migranti, della loro necessità di lavorare, della paura di perdere i documenti, della mancanza di alternative, e spesso anche dell'indifferenza collettiva".
La denuncia dei sindacati: "Le aziende agricole prosperano grazie alla zona grigia"
A favorire il fenomeno, e ad alimentarne la violenza, è il sistema stesso, come sostiene Giuseppe Marra, sindacalista da oltre un decennio attivo nelle campagne calabresi. "La relazione tra lavoratore e datore passa attraverso i ‘caporali', soggetti che in maniera violenta e criminale procacciano la mano d'opera e la gestiscono, spesso facendo anche la cresta sulle paghe".
La violenza è spesso silenziosa perché non viene quasi mai denunciata da chi la subisce: "Quando seguiamo i lavoratori solitamente non li iscriviamo al sindacato, per evitare che abbiano ripercussioni dai datori e che non gli vengano rinnovati i contratti. Una volta però siamo stati costretti a farla perché il lavoratore era stato minacciato più volte, quindi lo abbiamo iscritto per fare capire che non era da solo. Purtroppo non avevamo prove, era la parola del lavoratore contro quella dell'imprenditore".
Secondo gli ultimi dati dell'Istat, il 17,4% dei lavoratori in agricoltura è irregolare, un valore decisamente superiore alla media nazionale. L'intero comparto agricolo si basa sul lavoro sommerso, ma dall'esperienza di Marra il problema principale non è il lavoro illegale, ma quello che viaggia in una zona d'ombra.
"Il lavoro nero ormai è limitato a chi non ha i documenti, ma quello che è veramente a imperversa è il lavoro grigio: il lavoratore è registrato ma non viene pagato per le ore che fa effettivamente. Per eliminare questo sistema basterebbe poco, ma non viene fatto perché conviene a tutti, tranne che alle vittime".