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Cosa bisogna fare per far ripartire l’economia italiana, con Carlo Cottarelli

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Tagliare la spesa improduttiva, non fare debiti, tagliare le tasse. E poi rinnovabili, nucleare e nuove regole per attrarre investimenti e manodopera dall'estero. Con un occhio a non farci fregare in campagna elettorale da promesse irrealizzabili. Le proposte dell'economista

Oggi rispondiamo alla domanda di Vera:

“Ma come è messa l’economia italiana? E cosa può fare il governo per cambiare le cose?”

Partiamo dai dati, Vera. L’economia italiana non se la sta passando benissimo, a guardare i numeri. Il PIL nel 2026 crescerà, a oggi, dello 0,8%, al di sotto della media europea dell’1,1% e con la Spagna che crescerà invece del 2,5%. Non siamo messi bene nemmeno con l’inflazione, e quindi con l’aumento dei prezzi, che quest’anno raddoppiano rispetto al 2025, fino a raggiungere il 2,8% – in Germania l’aumento è pari al 2%, in Francia è pari all’1,8%. Questo ha peggiorato ulteriormente il potere d’acquisto di famiglie e imprese che già tra il 2021 e oggi è calato di 6 punti percentuali, il peggiore dato di tutta Europa. Tradotto: crescita bassa e prezzi alti. Non esattamente il migliore dei mondi possibili, insomma.

Colpa del sistema economico italiano? O del governo? O di alcuni eventi degli ultimi mesi, l’attacco di Usa e Israele all’Iran e la relativa chiusura dello stretto di Hormuz, fondamentale punto di passaggio per i combustibili fossili provenienti dal Golfo Persico come petrolio e gas naturale? Oggi qui su Direct, ne parliamo con il professor Carlo Cottarelli, economista, direttore dell’Osservatorio su Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano, presidente del consiglio incaricato nel 2018 e Commissario straordinario di Governo per la revisione della spesa pubblica, sotto i governi di Enrico Letta e Matteo Renzi tra il 2013 e il 2014. Cottarelli è stato senatore del Partito Democratico, da cui è uscito, e recentemente è stato anche sondato tra i possibili candidati del centrodestra per la poltrona di Sindaco di Milano.

Partiamo con l'attualità, quindi. Chiedendogli quanto è grave la crisi energetica legata allo stretto di Hormuz per l'economia italiana? E quanto può costare a un Paese come il nostro, che è importatore netto di energia?

“Chiaramente la crisi di Hormuz non è una buona notizia per l'economia italiana, però non è una crisi confrontabile con quelle che abbiamo avuto in passato, come a partire dalle dagli shock petroliferi degli anni 70, la crisi del 2008-2009, la crisi globale appunto Lehman Brothers, la crisi dell'area dell'euro 2011-2012 per non parlare del Covid. E per ora l'economia italiana non sembra aver risentito moltissimo di queste in termini di crescita economica. In parte perché il mondo si è un po' aggiustato al blocco parziale e temporaneo di Hormuz. Andranno avanti ancora questi su e  giù, momenti in cui la guerra riprende momenti in cui il prezzo del petrolio va su, ma saranno alternati a fasi di discesa, quindi non è una buona notizia, però insomma mettiamo le cose in proporzione”.

Secondo Cottarelli, insomma, Hormuz pesa, ma non va equiparata alle grandi crisi degli ultimi decenni. Almeno per ora. Però, quando un paziente è già ammalato, anche un raffreddore può causare problemi piuttosto seri. E tra le malattie dell’Italia non c’è solo quella della scarsa crescita, o quella dei prezzi che crescono. Abbiamo anche un problema, enorme, legato ai conti pubblici.  Anche sul fronte del debito e del deficit – la differenza tra uscite ed entrate – le  cose non vanno bene: il rapporto debito/Pil dovrebbe crescere al 138%, un rapporto che, per la prima volta, sarà peggiore di quello della Grecia, fanalino di coda per eccellenza dell’Europa. Mentre il deficit, nel 2025, è sceso parecchio rimanendo però al 3,1%, sopra la soglia del 3%, quindi,  non consentendoci di uscire dalla procedura d’infrazione in cui siamo entrati negli ultimi anni, a causa della spesa eccessiva per uscire dalla crisi economica post pandemia.

Debito e deficit alto sono un problema soprattutto quando si deve fare una manovra di bilancio. Per due motivi, di solito. Il primo: perché i mercati, se spendi troppo, ti fanno pagare di più gli interessi sul debito che emetti, perché più aumenta rispetto al PIL più diventa un titolo rischioso. Secondo: perché l’Unione Europea, proprio perché non vuole far finire fuori controlli i debiti dei Paesi membri, ha fissato dei parametri che non si devono superare. Superati i quali si finisce in procedura d’infrazione. Cosa significa? Che si pagano multe e che non si può accedere a strumenti finanziari convenienti come il fondo Safe, un prestito a tassi agevolati per l'acquisto di sistemi di difesa che abbiamo promesso alla Nato e a Trump di comprare  – su questo ci torniamo fra poco. In estrema sintesi: se hai i conti pubblici in disordine hai pochi margini di manovra, quando scrivi la legge di bilancio, per finanziare misure che aiutino il Paese a crescere o per migliorare il potere d’acquisto degli italiani. E questo, purtroppo per il governo e per il ministro dell’economia Giorgetti, è quel che ci toccherà in sorte nel 2026.

“I soldi per la prossima manovra saranno pochi, tranne che per i margini molto elevati di flessibilità relativi alla spesa nell'area energetica -, ma per fare investimenti per ridurre la nostra vulnerabilità agli shock nel prezzo degli idrocarburi –  e per la flessibilità che c'è stata per la spesa militare. Ora: queste cose, investimenti relativi al settore energetico – ma non tagli delle accise finanziati a debito – e spesa militare non sono cose che magari attirano particolarmente l'attenzione delle famiglie però comunque in termini di impatto sull'economia possono aiutare a superare una fase di recessione. Però io non non vedo molto la necessità di fare più debito per uscire da una recessione, perché ancora non ci sono segnali di recessione”.

Proviamo a rimettere in fila tutto. In pratica il prossimo anno potremo spendere solo per due cose, o quasi. Per investire in energie rinnovabili. E per comprare sistemi d’arma. Secondo Cottarelli, questi investimenti avranno un impatto positivo sulla crescita. E il suo suggerimento implicito al ministro Giorgetti e alla premier Meloni è quello di non farsi prendere troppo la mano, oltre a questo. Perché, dice lui, non essendoci una vera e propria recessione in vista, non è il caso di fare altro debito per misure una tantum come un taglio radicale delle accise sui carburanti, che avrebbero  sicuramente un impatto positivo sulle famiglie e le imprese, ma effetti negativi sui conti pubblici, perché sarebbero misure finanziate facendo nuovo debito pubblico. Tutto vero, ma c’è un pero. Che usciamo da questo quadriennio di governo Meloni con la minor crescita d'europa, con un potere d'acquisto in forte calo e un debito pubblico/Pil superiore a quello greco. Come si inverte la rotta se non ci sono soldi e se non si può fare debito?

“Dunque: dal 2000 alla fine del 2022 noi non siamo stati il fanalino di coda della crescita europea, la Germania ha fatto molto peggio. Abbiamo avuto una crescita un po' più bassa della media europea. Non è una buona notizia, però: perché noi, al contrario di quello che stanno facendo gli altri paesi del sud Europa, non stiamo recuperando il terreno che abbiamo perso nei primi 20 anni di questo secolo. Crescere un po' meno della media europea vuol dire comunque che non stai recuperando. Come si inverte la rotta se non ci sono soldi? Facendo riforme. Non credo sia la spesa pubblica che manca in Italia. Quello che manca sono fare riforme che rendono il paese un posto dove è più facile fare attività di impresa. Il che vuol dire tagliare le tasse. Non ci sono i soldi? In quel caso si creano riducendo la spesa.  Quindi, per prima cosa credo sarebbe utile ridurre la pressione fiscale, però al tempo stesso ridurre la spesa pubblica, focalizzandola sulle cose che sono più essenziali. Secondo, ridurre la burocrazia. Anche lì non servono soldi. Burocrazia vuol dire semplificare, gestire meglio il personale della pubblica amministrazione cosa che si sta parzialmente cercando di fare, però bisogna che diventi l'obiettivo principale del governo. Terzo, c'è il problema del costo dell'energia. Rilanciamo le rinnovabili e il nucleare. Queste anche queste sono cose che possiamo fare senza troppi soldi. E infine dobbiamo avere un piano di immigrazione regolare, però perché secondo me in Italia i migranti non devono arrivare con gli sbarchi, ma col permesso di entrata per fornire personale alle nostre imprese, metà delle quali ha difficoltà a trovare personale”.

Sintetizziamo la ricetta di Cottarelli in cinque punti chiave.

Primo: tagliare la spesa pubblica, quella improduttiva o inessenziale.

Secondo: abbassare le tasse, con particolare attenzione a quelle per le imprese, per aumentare gli investimenti dell’estero.

Terzo: semplificare e ridurre la burocrazia, anche qui per rendere l’Italia un Paese un po’ più attrattivo per chi investe.

Quarto: abbandonare progressivamente i combustibili fossili, perché dipendiamo da chi li ha e li vende a caro prezzo, e investiamo sulle energie rinnovabili e sul nucleare, usando i soldi europei e quelli dei privati.

Quinto: cambiamo le regole dell’immigrazione passando da un sistema in cui si entra in Italia per chiedere asilo e un sistema in cui si viene qua per lavorare.

Sono tutti punti su cui si può legittimamente essere d’accordo o dissentire – anzi, sarebbe interessante sentire che ne pensate voi -, ma ce n’è uno che oltre a essere oggetto di dibattito è per sua natura molto complicato da raggiungere. Peggio: chiunque ci abbia provato, a tagliare la spesa pubblica italiana, ha dovuto rinunciare. Cottarelli compreso. E allora forse vale la pena di chiederglielo, all'uomo della spending review al tempo dei governi Letta e  Renzi: crede ci sia ancora spazio per tagliare la spesa pubblica improduttiva del nostro Paese?

“Io, da uomo della spending review, credo ci siano margini sostanziali per ridurre la spesa senza creare danni sociali. Abbiamo una spesa che l'anno scorso è arrivata, mi sembra al 51,8% del PIL e che anche al netto degli interessi sul debito pubblico era di circa 6 punti percentuali di PIL superiore a quella che era alla metà degli anni 90. Non è che non ci fosse il welfare state a metà degli anni 90. Il problema è che per fare una revisione della spesa bisogna avere un mandato elettorale per farlo. Perché se non è un problema tecnico, se fai un elenco delle cose che si possono fare e lo presenti al Presidente del Consiglio, il Presidente del Consiglio ti dice "Io politicamente queste cose non le posso fare". Non le puoi fare perché non hai avuto un mandato popolare per farla, quindi vedremo se alle prossime elezioni ci sarà qualcuno che chiede al popolo un mandato per ridurre la spesa pubblica e con questi soldi, magari, appunto, tagliare le tasse”.

Il tema quindi, è emintentemente politico. Per tagliare la spesa pubblica devi presentarti alle elezioni dicendo che taglierai la spesa pubblica. Cosa non semplice, in un Paese che storicamente chiede – da destra a sinistra – più spesa pubblica. E in cui c’è molta gente che non paga le tasse – o perché è povero, o perché le evade -, cosa che renderebbe l’incentivo ad abbassare la pressione fiscale forse meno forte di quanto il professor Cottarelli immagina. Anche perché, va detto, le campagne elettorali sono davvero un mondo completamente dissociato dalla realtà, in cui ognuno la spara più grossa che può: ricordiamo che la Lega, nel 2022 prometteva sia l’aumento della spesa pubblica – l’abrogazione della legge Fornero sulle pensioni – sia l’abbassamento della pressione fiscale con l’adozione di un sistema con un’unica aliquota, la cosiddetta tassa piatta – o flat tax – uguale per tutti. Che fossero promesse irrealizzabili lo sapevano tutti, eppure molti elettori le hanno votate, quelle come altre. E allora, visto che tra poco inizierà la campagna elettorale e cominceranno le promesse dei partiti, incuranti di qualunque vincolo di bilancio, tra tutte le cose che ci sono da fare, il professor Cottarelli da dove consiglierebbe di partire?

“Presto inizierà la campagna elettorale e cominceranno le promesse dei partiti a non finire,  incuranti di qualunque vincolo di bilancio, e spero che questo si possa evitare. Io ho lanciato di recente una campagna di raccolta firme a sostegno di una legge, un disegno di legge che io ho presentato in Parlamento a inizio 2023, nei pochi mesi che ho fatto in Parlamento, che dice una cosa semplicissima: d'ora in poi nelle campagne elettorali, nei programmi dei partiti dovrà essere indicato non soltanto che cosa vi offrono, cosa offrono i cittadini, ma anche da dove prendono i soldi per finanziare le promesse elettorali.Legittimo dire che i soldi saranno presi a debito, in certi momenti occorre fare debito, però se non dici che devono essere fatti a debito, allora devi dire quali le fonti di copertura, quali tasse aumenterai oppure quali spese taglierai. Questa raccolta di firme sta andando molto bene, siamo vicini alle 40.000 firme. Continueremo a andare avanti più più sono le firme e più abbiamo una probabilità di essere ascoltati. Per firmare si può andare o sui social di Carlo Cottarelli oppure sul sito della Fondazione Luigi Einaudi, con cui stiamo lanciando questa raccolta firme www.fondazione luigieinaudi.it. È la Fondazione Einaudi di Roma, ce n'è un'altra di Torino, non confondetele. Grazie per chi vuole firmare e diffondere l'esistenza di questa raccolta firme”.

E a questo appello, a cui volentieri ci associamo, anche per oggi è tutto.

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