L’ultima ad esserci riuscita è stata una trans brasiliana di 38 anni, estetista e parrucchiera, che da tempo vive in Italia, a Bologna. “Ho il mio lavoro e un fidanzato, che tra poco diventerà marito, ma adesso che ho ottenuto l’asilo sono più contenta” racconta Vittoria, costretta fin da bambina a continue discriminazioni e violenze (anche in famiglia e a scuola) per tutto il tempo in cui è rimasta nel suo Paese d’origine. Un Paese che oggi, con l’arrivo alla presidenza di Jair Messias Bolsonaro, ha visto un notevole calo delle tutele e dei diritti acquisiti finora dalla comunità LGBTI. “È omofobo, xenofobo e molto pericoloso –continua Vittoria-. Negli ultimi tempi, da quando c’è lui, sono state accoltellate già sei persone trans”. Proprio per il clima che si respira in Brasile, la commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Bologna ha accolto qualche giorno fa la sua richiesta. E non si tratta certamente della prima volta, anche se “non ci sono dati precisi”, spiega Jonathan Mastellari. È il presidente di IAM, Intersectionalities And More, giovane associazione per i diritti delle persone LGBTI, ma con una lunga storia all'interno di un altro movimento, che fra le tante iniziative conta anche quella di affiancare i migranti in pericolo nel proprio Paese, a causa delle discriminazioni dovute all’identità di genere o all’orientamento sessuali, a portare avanti l’iter per il riconoscimento della protezione internazionale. Secondo le stime dell’associazione mondiale Ilga, attualmente l’omosessualità è ancora reato in 72 nazioni. E in otto di queste è persino prevista la pena di morte.

I Paesi d’origine di chi ha bisogno di questo tipo di protezione, spiega ancora Mastellari, dunque coincidono non solo con Nigeria, Camerun, Bangladesh o Pakistan, cioè territori dai quali sono arrivati negli ultimi anni migliaia di persone in cerca di una vita decisamente migliore. Ma anche ex repubbliche sovietiche e nazioni est europee, nelle quali anche solo l’attivismo LGBTI può costare il carcere.

“È importante ricordare che non ci dev’essere per forza una legge per chiedere protezione –sottolinea il presidente di IAM- ma ci dev’essere un ambiente e una situazione omofoba e transofoba”. Un po’ come il Brasile “machista” di Bolsonaro, per usare le parole della commissione bolognese che ha accettato la richiesta di Vittoria. Oppure come la Moldavia, del presidente Igor Dodon, diventato famoso nelle ultime settimane anche dalle nostri parti, vista la partecipazione al Family Day di Verona.

“È un grande omofobo” dice David, 23 anni. Da quando la sua omosessualità è diventata nota in paese e a casa, la sua vita in Moldavia è diventata praticamente impossibile. Licenziato dal supermercato in cui lavorava dopo la partecipazione al gay pride nel Paese, picchiato da tre compagni di scuola dopo il coming out e rinnegato dalla famiglia (“Mia madre diceva: è una moda, passerà e ti ritroverai solo con la vergogna”), David una volta ha persino tentato il suicidio. “Mi sono lanciato da un muro molto alto e sono stato in coma per un giorno” ricorda.

“Il mio Paese non mi manca, ho capito che lì le persone non accettano questa cosa, in tanti vengono picchiati perché gay e neanche la polizia fa niente” dice infine David, che in attesa della convocazione da parte della commissione ha per il momento ottenuto il permesso di soggiorno. È il primo passo per una vita normale, insieme al suo fidanzato (“Forse tra qualche anno tornerò in Moldavia solo in vacanza, perché lui vuole conoscere mia madre” dice col sorriso) lontano dalle violenze e da chi, ancora, non riesce ad accettare l’idea che ognuno possa essere libero di decidere come vivere davvero l’amore e la sessualità.