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Il Dongi di Cash or Trash, come riconoscere il valore degli oggetti: “Vetri di Murano valgono anche 250mila euro”

Gli oggetti vintage o i pezzi d’antiquariato hanno un valore che spesso è difficile da decifrare a primo impatto. Il Dongi di Cash or Trash ha spiegato a Fanpage.it quali sono i passi da mettere in pratica per non cadere in errore, sottolineando come sia fondamentale approcciarsi con curiosità per notare i dettagli che fanno la differenza nel prezzo finale.
Intervista a Stefano D'Onghia (Il Dongi)
Perito del tribunale di Verona, proprietario del negozio di oggetti vintage Dongi Second Life Shop.
Stefano D’Onghia (Il Dongi)
Stefano D’Onghia (Il Dongi)

Gli oggetti hanno spesso un valore che va ben oltre quello economico. Custodiscono storie, ricordi ed emozioni e, proprio per questo, meritano una seconda possibilità invece di essere semplicemente sostituiti. Lo sa bene Stefano D’Onghia, conosciuto dal pubblico come Il Dongi grazie alla trasmissione Cash or Trash. Perito del Tribunale di Verona e fondatore di Il Dongi Second Life Shop, dal 2009 ha trasformato la sua passione per l’antiquariato e il recupero in una professione, oltre che in una vera filosofia di vita. Per lui il riuso non è soltanto una scelta sostenibile, ma un modo per riscoprire il valore nascosto delle cose e il legame che ciascun oggetto porta con sé.

Da dove si parte quando ci si trova davanti a un oggetto sconosciuto?

Il primo approccio è quasi primordiale. Mettiamo che tu sia a un mercatino e una persona stia andando via in fretta, lasciando un unico oggetto. A quel punto ci siete solo tu e lui. La prima cosa da fare è osservarlo attentamente, girarlo, vedere se presenta rotture, controllare se ci sono firme o piccoli segni che potrebbero fare la differenza. Bisogna capire il materiale, se la superficie è porosa o lucida. Gli oggetti continuano a “urlarti” quello che sono, ma devi saperli ascoltare. E non è una banalità, a volte mi è capitato di non vedere subito un punzone e quel dettaglio cambia completamente la valutazione. Un oggetto che sembra valere 100 euro può arrivare anche a 1000 prestando attenzione.

C’è un oggetto che negli anni ti ha colpito particolarmente?

Il vetro di Murano. Mi affascina l’idea che il silicio e la polvere possano trasformarsi in arte. È anche uno degli esempi migliori di quanto sia importante osservare con attenzione. Ci sono vetri di Murano degli anni ’50 che rivelano il loro timbro soltanto in controluce e inoltre alcuni pezzi sono stati battuti all’asta a 250 mila euro. E poi c’è una frase di Gabriele D’Annunzio che amo molto: pensare che un materiale che può essere dominato soltanto dal fuoco sia nato nell’acqua, a Venezia.

Oggi quali sono invece gli oggetti che attirano maggiormente chi cerca soprattutto il valore economico?

C’è una grande corsa ai metalli preziosi, soprattutto all’argento, ma è un mondo molto complesso. Un oggetto che sembra in argento può esserne in realtà soltanto ricoperto e richiede una conoscenza approfondita dei punzoni. Ci sono pezzi che si acquistano pensando valgano 1000 euro e in realtà ne valgono 10, mentre altri possono arrivare a 50mila euro perché sono stati realizzati da argentieri antichi. È un settore che fa brillare gli occhi a molti, ma che richiede grande esperienza.

Il riuso è al centro della tua attività da molti anni. Come è nato questo approccio e qual è la filosofia che lo accompagna?

Conosco molto bene il panorama del riuso perché ho aperto il mio negozio nel 2009. Mi è sempre piaciuto, perché essendo appassionato di antiquariato ho sempre pensato che salvare gli oggetti fosse qualcosa di davvero magico e importante. È una passione che mi accompagna fin dall’adolescenza e che sono riuscito a trasformare in un lavoro. Poi è arrivata anche la televisione, ma il mio modo di vedere le cose non è cambiato. Io ho una sorta di fede negli oggetti: sono convinto che mi abbiano premiato e che abbiano fatto il tifo per me, permettendomi di celebrare quanto sia importante imparare a leggerli e a comprenderli. Nel mondo dell’antiquariato un oggetto ha certamente un valore economico, ma ancora più importante un valore storico e personale che può cambiare con il tempo e per questo può avere una nuova vita. Per questo il mio negozio si chiama Second Life Shop: preferisco parlare di seconda vita più che di semplice usato.

Oggi il tema della sostenibilità è sempre più centrale. Quanto può incidere concretamente il riuso?

Credo moltissimo in questo concetto. Allungare la vita di un oggetto è una cosa semplicissima, quasi banale, ma può cambiare il mondo. È un piccolo gesto che può fare chiunque, del resto il riuso è qualcosa di radicato nella nostra storia. Basti pensare al mercatino delle pulci, il nome nasce in Francia, ai tempi del cardinale Richelieu, quando gli abiti delle persone decapitate venivano rivenduti e, essendo pieni di pulci, diedero origine a quella definizione. Già allora si sceglieva di recuperare invece di produrre nuovamente. Significa che il riuso fa parte di noi da sempre.

Dietro ogni oggetto si nascondono storie e memorie. Qual è il ruolo della curiosità?

Tempo fa avevo fondato una sorta di linguaggio che chiamavo “oggettese”. Era nato durante un corso con alcuni ragazzi delle scuole superiori e serviva a coinvolgerli, ma dietro quel gioco c’era una convinzione molto seria. Parlare con gli oggetti significa ascoltare la loro storia, osservare il decoro, analizzare una firma, una marca, una provenienza. Ogni oggetto racconta qualcosa e non va mai sottovalutato.

Il riuso può essere anche divertente?

Assolutamente sì. Celebro ogni giorno il riuso e penso che uno dei suoi aspetti più belli sia proprio la possibilità di divertirsi. Immagina una persona che arriva in infradito e pantaloni di lino, poi acquista un foulard Hermès, un paio di occhiali vintage e una borsa Louis Vuitton a un prezzo accessibile: all’improvviso sembra appena uscita da Saint-Tropez. Il riuso permette di avere oggetti di valore, ma soprattutto oggetti con una storia. E vale anche per la casa: magari compri un mobile da 250 euro e lo abbini a un poster di design e tutti pensano che ci sia dietro il lavoro di un architetto. In realtà hai semplicemente espresso il tuo gusto; e questo è il bello del riuso.

In un’epoca dominata dal fast fashion e dal consumo veloce, il riuso può rendere le nostre case più autentiche?

Sì, perché il riuso non passerà mai di moda. Negli ultimi anni abbiamo assistito a grandi cambiamenti, tra fast fashion e fast furniture, che hanno reso tutto più accessibile ma anche meno durevole. Oggi la qualità non è più quella della cucina in massello da 30mila euro destinata a durare tutta la vita. Le nuove generazioni cercano soprattutto individualità e personalità. Una casa costruita attraverso oggetti scelti con cura racconta qualcosa di chi la abita; c’è sincerità e credo che proprio questa autenticità sia uno degli elementi che indicaon il successo del riuso.

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