Sembra che divertirsi in estate sia un obbligo, la psicologa: “Niente sensi di colpa, segui il tuo ritmo”

Siamo sempre stati abituati ad associare l'estate all'idea di divertimento e di spensieratezza, come se fosse il momento dell'anno in cui ci si può liberare dallo stress accumulato durante i mesi lavorativi, rigenerandosi e ricaricandosi tra mare, spiagge e nottate "folli". La verità, però, è che non sempre ci si trova nel mood adeguato per godersi le ferie con leggerezza, dunque ci si ritrova ad adeguarsi alle comuni convenzioni sociali, come se godersi le vacanze estive con sorriso ed entusiasmo fosse un dovere. Abbiamo analizzato la questione con la psicologa clinica Fabiana Sanseverino, che ci ha spiegato per quale motivo ognuno di noi si sente tanto influenzato da simili luoghi comuni.
L’estate viene da sempre associata a divertimento e leggerezza, tanto che spesso ci si sente in “dovere” di sfruttarla al massimo. Perché ci sentiamo tanto influenzati da questa convenzione sociale?
Ci sentiamo tanto influenzati da questa convenzione sociale perché nasciamo da una cultura in cui fin da bambini i mesi estivi sono i mesi di riposo dopo l'impegno scolastico. Questa idea poi ce la portiamo fino al diploma. Veniamo, inoltre, anche da anni in cui si faceva la "villeggiatura", una vacanza lunga più di un mese, dove il tempo era lento e si aveva modo di rilassarsi, di rigenerarsi. Tutto questo è rimasto come "sottofondo" nella nostra cultura: ci hanno insegnato che quel tempo vuoto trascorso in vacanza va sfruttato al massimo, va usato per divertirsi e per staccare la spina da tutto ciò che è produttivo.
Quali sono le pressioni di cui nessuno parla legate all’estate?
In estate ci si sente in "dovere" di vivere lentamente e di divertirsi perché tutti lo fanno: tutti vanno in spiaggia, tutti si divertono con gli amici, tutti fanno tardi la sera. In verità, però, bisognerebbe decidere di trascorrere il proprio tempo in relazione a ciò che fa stare bene. Non deve essere per forza qualcosa di divertente, può essere anche qualcosa di produttivo per se stessi, come sviluppare un progetto, dedicarsi alla famiglia, fare beneficenza: l'importante è che sia qualcosa che genera benessere. Ancora oggi, inoltre, sembra che sia "obbligatorio" andare in vacanza: è un pensiero tanto radicato che chi non organizza nulla per l'estate comincia a sentirsi "manchevole" di qualcosa. Se, però, non mi va di organizzare nulla, per quale motivo dovrei sentirmi in colpa? Un altro tipo di pressione legata all'estate è quella del "corpo da spiaggia": adesso questa questione è stata abbastanza normalizzata ma in passato il corpo, soprattutto quello femminile, doveva essere necessariamente "perfetto" per essere accettato.
Quanto influiscono i social su questa percezione che abbiamo dell’estate?
I social influiscono su questa percezione in maniera molto molto forte perché sono il principale canale di comunicazione della società contemporanea. Quando si vedono persone famose, amici e conoscenti andare in posti paradisiaci, molte persone si sentono in difetto, dimenticando, però, che vedono solamente la parte patinata di quelle vacanze. Tutto il "backstage", dai momenti di intimità ai litigi, fino ad arrivare ai gesti della vita reale come preparare un pranzo, non viene assolutamente mostrato. Chi scrolla, dunque, vede gente che si diverte, vede colori pazzeschi, vede luoghi bellissimi e si lascia influenzare pensando di valere meno perché rimasto a casa o in un luogo poco lussuoso.
Come affrontare un periodo difficile in estate, quando tutti si aspettano che tu sia al 100% della forma? Bisogna sforzarsi a fare le cose oppure sarebbe bene seguire il proprio ritmo?
Non bisogna sforzarsi, bisogna seguire il proprio ritmo, quindi si può scegliere come vivere la propria vacanza. La si può dedicare tutta al divertimento oppure ci si può ritagliare dei momenti che siano produttivi per il proprio benessere. L'estate può essere anche un periodo difficile e malinconico perché si tende a uscire di più, a stare più spesso in compagnia, a condividere: se, però, non ho nessuno con cui condividerla, magari non ho più una famiglia con me, diventa un momento delicato da vivere. Nel momento in cui seguire i ritmi veloci e frenetici degli altri non ci fa stare bene, possiamo scegliere di fermarci e di mettere il nostro benessere al centro. Il tempo non deve essere per forza performativo, deve essere un tempo nostro, quindi se decidiamo che deve essere contemplativo, lo deve essere, senza aver paura di poter rimanere esclusi.
Spesso si pensa che una vacanza possa risolvere qualsiasi problematica emotiva: verità o luogo comune?
La vacanza è effettivamente qualcosa di diverso rispetto alla normale routine quotidiana, quindi può mettere davvero in pausa una determinata situazione. La pausa, però, non risolve una situazione. È vero che ci possono essere momenti contemplativi, che ci si confronta, che ci si mette alla prova, ma solitamente si metto solo in stand-by una situazione problematica. L'unica eccezione potrebbe essere un viaggio di crescita personale, dove si affrontano situazioni che fanno paura, dove ci si dà alla contemplazione, dove si dedica molto tempo a se stessi: in questi casi posso tornare realmente cambiato, cosa che può aiutarmi a risolvere problematiche emotive che avevo lasciato in città.
Come affrontare una vacanza quando si ha una problematica emotiva?
Bisogna essere chiari con se stessi: se c'è necessità di prendersi un momento di pausa da una problematica emotiva e di passare del tempo leggero, devo sapere che al ritorno troverò le stesse problematiche. Se ho deciso di fare una vacanza più costruttiva, può essere che tornerò cambiato dal mio viaggio, dunque posso aver risolto quella problematica oppure la saprò gestire con delle nuove abilità che ho affinato durante il percorso di crescita.