Opinioni
13 Ottobre 2022
15:10

Smettiamola con le classifiche: la bellezza non è una gara (soprattutto se la misura un algoritmo)

Le classifiche sulle donne “più belle del mondo” potevano andar bene per qualche rivista degli anni Cinquanta, non per una società inclusiva che antepone il benessere all’aspetto.
A cura di Beatrice Manca
Jodie Comer
Jodie Comer

Ci risiamo: mesi e mesi a parlare di diversità, di amore per il proprio corpo e poi basta la comparsa di una classifica (o pseudo tale) per tornare a giudicare le donne in base al loro aspetto, ad assegnare loro un punteggio, a metterle una "sopra" o "sotto" l'altra. La notizia in questione ha avuto grande eco sulla stampa italiana: Jodie Comer è la più bella del mondo e a dirlo non è una giuria, ma un algoritmo. Nel 2022 avevamo bisogno di un'altra classifica sulle donne più belle del pianeta? Probabilmente, anzi certamente, no. E non sono utili a nessuno, se non a chi le stila.

No, la bellezza non si può misurare

Iniziamo dalle basi: nella classifica composta dal dottor Julian De Silva del Centre for Advanced Facial Cosmetic and Plastic Surgery di Londra la scienza c'entra poco o nulla. Tutto è partito da un post di Instagram del dottor De Silva che, di mestiere, è un chirurgo estetico (ma pensa un po'). Il calcolo, dice, è stato effettuato secondo le ultime tecniche computerizzate di mappatura facciale, ma è il presupposto a essere sbagliato: come si fa a misurare un concetto così soggettivo come la bellezza? Al massimo l'algoritmo stabilisce la simmetria di un viso, e morta lì. La bellezza non è misurabile perché è un concetto che muta nel corso dei secoli, nelle varie società, di generazione in generazione. Di individuo in individuo, addirittura. La bellezza elude ogni definizione, anche se siamo ossessionati dal racchiuderla in uno standard, in un canone, e di tracciare strade sicure per raggiungerla: questa taglia, questo tipo di corpo, queste misure, questa forma delle labbra.

Zendaya, nella
Zendaya, nella "classifica" delle più belle del mondo

Ogni epoca ha il suo ideale estetico che, seguendo alla lettera la parola, non è reale. È ideale, quindi irraggiungibile. L'industria della cosmetica, insieme alla moda, ha costruito un impero sull'aspirazione a uno standard, spostando il focus dalla cura di sé al giudizio degli altri. Vestiti per sembrare più magra. Trucca gli occhi per farli sembrare più grandi. I trucchi per snellire il viso. Come applicare il correttore per sembrare dieci anni più giovani. L'elenco potrebbe andare avanti all'infinito, ma avete colto l'idea. Solo negli ultimi anni, con grande fatica, si è affermato un modo più consapevole e libero di rapportarsi con la propria immagine. Il movimento body positive ha incoraggiato le donne a guardarsi con occhi più indulgenti e ad amare il proprio corpo per come è. A coccolarsi per il piacere di farlo, a considerare la salute e il benessere prima dell'estetica. L'idea di bellezza ha abbracciato l'individualità di ogni singola persona, con i tratti che la rendono unica.

Selena Gomez è nella classifica del dottor De Silva
Selena Gomez è nella classifica del dottor De Silva

Com'è cambiata l'industria cosmetica

L'industria si è aperta alla pluralità dei corpi umani, con le loro forme e i loro colori diversi. Intendiamoci: make up, trattamenti di bellezza e hair styling non sono da condannare, così come non lo è la chirurgia estetica. Ogni persona è libera di plasmare il corpo come la rende felice e di vedersi allo specchio come desidera: la moda è un gioco, nelle sue infinite sperimentazioni. Da condannare, semmai, sono le pressioni che le donne subiscono dall'esterno: i commenti sull'aspetto fisico, le martellanti immagini ritoccate sui social, l'ossessione collettiva per l'eterna giovinezza, che considera le rughe un peccato mortale. Le classifiche di questo tipo rispondono alla stessa logica: ridurre la complessità della bellezza a un mero punteggio, che "premia" chi ha un volto simmetrico in base a un canone matematico vecchio di secoli come la sezione aurea. Forse potevano andar bene per qualche rivista femminile degli anni Cinquanta, di sicuro non per la società inclusiva che puntiamo a diventare.

Gigi Hadid
Gigi Hadid

Il grande equivoco sulla bellezza

La definizione più calzante di bellezza forse l'ha data Immanuel Kant, parlando di "universale soggettivo". Un concetto che assume tante declinazioni quante sono le teste che lo pensano. E che sicuramente nessun algoritmo potrà mai spiegare. Il clamoroso equivoco sulla bellezza è che il modo in cui appariamo sia la chiave per il successo, se non proprio per la felicità. Che essere "belli", qualunque cosa significhi, renda attraenti, desiderabili, desiderati. Ma l'essere umano è molto più complesso di così: siamo sensibili al fascino, al carisma, alla grazia degli altri esseri umani, tra le moltissime altre cose. Tutte doti che hanno poco a che fare con la distanza tra gli occhi o le proporzioni delle labbra. E poi, una volta raggiunta la perfezione, che ce ne facciamo?

Nata a Roma nel 1992 e cresciuta a pane e libri a Viterbo, sono giornalista professionista dal 2019. In tasca una laurea in Editoria e un master in giornalismo alla Scuola Rai di Perugia. Lavoro a Fanpage nella sezione Stile e Trend. Mi occupo di questioni di genere e di moda, con un occhio di riguardo alla sostenibilità ambientale. Prima al Fattoquotidiano.it e Fq Millennium.
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