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Jannik Sinner: “Ho pagato per un errore non mio”. La verità sulla squalifica che lo ha cambiato

Il numero uno al mondo del tennis si racconta in un’intervista senza filtri toccando gli aspetti più belli e brutti della sua carriera, come il caso doping e la batosta presa al Roland Garros. Dietro la macchina perfetta ci sono un’educazione familiare e un cuore di ragazzo che batte forte.
Dopo la vittoria agli Internazionali di Roma, Sinner è atteso dal Roland Garros.
Dopo la vittoria agli Internazionali di Roma, Sinner è atteso dal Roland Garros.

Jannik Sinner arriva al Roland Garros da numero uno del mondo, che ha la possibilità di consolidare la propria leadership grazie (anche) all'assenza di Carlos Alcaraz (che non sarà nemmeno a Wimbledon a causa dell'infortunio al polso destro), e uomo simbolo del tennis moderno. Freddo, preciso, quasi impenetrabile in campo tanto da essere considerato un "robot" (alias che non gli dispiace). Ma dietro l'immagine del campione perfetto c'è stato un periodo che lui stesso definisce tra i più difficili della sua vita: il caso doping per il Clostebol e la successiva squalifica patteggiata con la Wada. "Ho pagato per un errore che non era mio", dice ancora oggi ripensando a quei momenti di grande sofferenza personale. E se in quel caso il dolore si abbinava alla rabbia per conseguenze scontate da innocente, l'amarezza sportiva provata proprio al Roland Garros, per la finale persa con lo spagnolo quando ce l'aveva in pugno, fu un colpo durissimo. Nell'uno e nell'altro caso, da quelle delusioni sono nate nuove consapevolezze: "Ho imparato lezioni preziose da quella sconfitta a Parigi".

Il crollo silenzioso dopo la squalifica per il caso Clostebol

Per mesi Sinner ha dovuto convivere con un peso enorme senza poterne parlare apertamente. È questo il dettaglio che emerge con più forza dalle sue parole: la solitudine. "La parte più difficile sono stati i mesi che hanno preceduto la squalifica – ha ammesso nell'intervista al quotidiano sportivo L'Equipe -, perché non potevo parlarne con nessuno. Ero triste, non mi sentivo libero". Una frase che sintetizza bene quali emozioni abbia provato in quel lasso di tempo in cui gli è sembrato di restare sospeso in un limbo, col timore di prendere una batosta che ne avrebbe potuto segnare profondamente la carriera. Un'esperienza che si è conclusa con la sospensione di 3 mesi concordata con la Wada.

La pressione mediatica, i dubbi, le critiche e il silenzio obbligato lo hanno costretto a combattere una battaglia mentale continua, silenziosa, logorante. "È stato un episodio difficile da superare perché ho dovuto pagare le conseguenze di un errore che non era mio. Ma credo che nulla accada per caso. Sono convinto che tutto questo mi abbia reso una persona più forte. Ho capito chi erano i miei veri amici. E anche questo mi ha aiutato".

Il rifugio nella famiglia, nel lavoro quotidiano e nella preparazione fisica lo hanno aiutato a non lasciarsi travolgere dalla frustrazione. "Una mattina mi sono svegliato con l'idea di trasformare tutto questo in qualcosa di positivo. Ho trascorso del tempo con la mia famiglia e poi sono tornato al lavoro, dedicandomi al lavoro in palestra".

La sconfitta nella finale di Parigi dell’anno scorso è stata una "lezione" per il numero uno al mondo.
La sconfitta nella finale di Parigi dell’anno scorso è stata una "lezione" per il numero uno al mondo.

La sconfitta come momento di crescita: la lezione del Roland Garros

La parte più interessante del racconto di Sinner è forse questa: il dolore non lo ha rallentato. Lo ha reso ancora più forte. Il campione italiano ha alzato ulteriormente il proprio livello, mostrando una continuità mentale impressionante. Una crescita che è figlia anche delle difficoltà attraversate: in quest'ottica, la mazzata presa al Roland Garros nella finale dell'anno scorso con Alcaraz ha segnato un punto di svolta importante. "È stato uno dei momenti più difficili della mia carriera. Mentirei se dicessi che è stato facile superarlo. Ma quella sconfitta mi è servita per le lezioni preziose che ho appreso".

Sinner "robot", in campo può sembrare una macchina

È stato il brasiliano Joao Fonseca a raffigurare Sinner come un robot per la percezione che dà ai suoi avversari: hanno l'impressione di trovarsi dinanzi a una sorta di "terminator" che si rigenera di continuo. Credi di averlo sconfitto, te lo ritrovi col fiato addosso mentre tu spara colpi imprendibili. All'alto-atesino, però, l'accostamento al robot non dà fastidio. "Non mi sembra un termine dispregiativo perché è così che mi comporto. Ho l'immagine di un giocatore senza emozioni, ma questo perché sono molto concentrato su ciò che devo fare. E per farlo al meglio devo essere in ottima forma fisica e mentale".

Il legame molto forte di Jannik con i genitori e la sua famiglia.
Il legame molto forte di Jannik con i genitori e la sua famiglia.

Le radici della sua forza mentale: l'esempio della famiglia

Nel racconto di Sinner c'è spazio anche per la famiglia e per l'infanzia vissuta tra scuola, allenamenti e il ristorante dei genitori. "Da bambino vedevo i miei genitori solo nel pomeriggio e la mattina presto perché erano al ristorante tutto il giorno", una situazione che lo ha costretto a crescere rapidamente e a diventare autonomo molto presto. "Quando tornavo da scuola, andavo a cena dai nonni e poi dovevo cambiarmi velocemente per l'allenamento. Ho dovuto imparare molte cose da solo e credo fermamente che questo mi abbia fatto maturare". L'esempio dei genitori è stato fondamentale per la formazione caratteriale. "A prescindere da quanto fosse stata difficile la giornata, tornavano sempre a casa con il sorriso. È questa la mentalità che cerco di avere oggi". Dietro la macchina perfetta c'è un cuore di ragazzo che batte forte.

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