Ho 40 anni, quindi l'irruzione di Valentino Rossi nel mondo del motorsport me la ricordo bene. Non ricordo solo il pilota. Ricordo cosa rappresentava. Ricordo quella sensazione che dava quando partiva dietro e cominciava a rimontare, un sorpasso dopo l'altro, come se il problema non fosse capire se avrebbe superato quello davanti ma semplicemente quando. Ricordo il modo quasi insolente con cui riusciva a far sembrare divertente qualcosa che per tutti gli altri appariva tremendamente serio. E ricordo soprattutto l'effetto che ebbe fuori dalla pista: a un certo punto Valentino non era più soltanto il motociclismo italiano. Era diventato un pezzo dell'immaginario nazionale.
Domenica, guardando Kimi Antonelli partire diciannovesimo a Monza, effettuare 26 sorpassi e vincere il Gran Premio d'Italia della Formula 1 2026, per la prima volta ho provato qualcosa di simile. Non uguale. Simile. Ed è una distinzione importante.
Conosco Kimi da quando correva sui kart e credo che la prima cosa da evitare sia proprio quella più facile: definirlo "il nuovo Valentino Rossi". Non lo è. Probabilmente non lo sarà mai. Rossi ha cambiato il motociclismo anche fuori dalla pista. Ha inventato un modo diverso di essere campione, ha trasformato le celebrazioni in spettacolo, ha costruito rivalità, personaggi, gag. Ha portato a guardare le moto gente che fino al giorno prima pensava che il Mugello fosse solo una bella valle verde della Toscana.
Antonelli, finora, non ha cambiato la Formula 1. E forse il parallelismo diventa interessante proprio quando si smette di cercare di farli coincidere. La somiglianza non è nei risultati, né nell'impatto storico. È nell'atteggiamento.
Rossi aveva una qualità rarissima: era feroce mentre sembrava divertirsi. La pressione diventava una battuta, il duello quasi un gioco. Antonelli non ha la stessa teatralità. Anzi, qui c'è una delle differenze più grandi tra i due. Valentino costruiva il personaggio e sapeva perfettamente di farlo. Kimi sembra quasi non accorgersi di averne già uno.
Non provoca, non cerca il nemico, non sembra interessato a trasformare ogni rivalità in una storia. È molto meno divisivo e molto più ingenuo nella comunicazione.
Poi però abbassa la visiera. E qualcosa cambia. A Monza doveva limitare i danni. Partiva 19°. Ha superato 26 volte, ha risalito il gruppo, è arrivato addosso a Russell, è finito nella ghiaia proprio quando stava provando a prendersi la gara, ha pensato di aver perso tutto e poco dopo era di nuovo lì. A riprovarci. Poi lo ha superato e ha vinto.
La cosa che mi ha ricordato Rossi non è stata tanto la rimonta. È stato quanto quella rimonta sembrava naturale. Non dava l'impressione di un pilota che stava compiendo un'impresa disperata. Sembrava uno che aveva trovato una macchina davanti e aveva semplicemente deciso che doveva passarla.
Il talento rende possibile una cosa del genere. La leggerezza la fa sembrare normale. E questa è una caratteristica tremendamente rossiana.
Poi c'è un'immagine che, dopo domenica, sembra quasi creata apposta. Antonelli ha corso a Monza con un casco ispirato a quello utilizzato da Valentino al Mugello nel 2002. Sul retro c'era proprio Rossi che lo portava sulle spalle. Prima della gara sembrava un bell'omaggio. Dopo la vittoria, con Kimi sul gradino più alto del podio di Monza, ha assunto inevitabilmente un significato diverso.
Anche perché tra loro il rapporto esiste davvero. Kimi è stato al Ranch, frequenta Valentino, lo considera un riferimento. Rossi, da parte sua, ha già detto chiaramente che, pur sapendo cosa rappresenti Ferrari per un italiano, lui in questo Mondiale tifa Antonelli.
E questo ci porta forse alla differenza più affascinante tra i due: Valentino poteva unire l'Italia, Kimi rischia di dividerla. Non per antipatia, ovviamente. Perché la Formula 1 italiana ha avuto per decenni una regola semplicissima: si tifava Ferrari. Cambiavano i piloti, cambiavano gli avversari, qualche volta cambiavano persino le aspettative. Il colore però restava quello.
Antonelli sta introducendo una variabile nuova. Corre per Mercedes. È italiano. Ha vent'anni. Guida il Mondiale. Ha appena vinto a Monza partendo dal fondo. Prima o poi qualcuno dovrà farsi una domanda che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata persino strana: Ferrari o Kimi?
Valentino correva contro altri piloti. Kimi corre anche contro una religione laica italiana: la Ferrari. Ed è forse proprio questo che rende interessante capire fin dove potrà arrivare il suo impatto sul pubblico italiano.
Perché no, Kimi Antonelli non è Valentino Rossi. Rossi era più provocatore, più teatrale, più consapevole del proprio personaggio. Ha cambiato il linguaggio del suo sport e ha trasformato il rapporto tra pilota e pubblico. Antonelli non ha ancora fatto niente di paragonabile e sarebbe ingiusto pretendere che lo facesse.
Ma possiede già quella combinazione difficilissima da costruire a tavolino: talento, leggerezza e capacità di far sembrare semplice qualcosa che semplice non è affatto.
Valentino Rossi ha cambiato il modo in cui l'Italia, e non solo, guardavano il motociclismo. Non sappiamo ancora se Kimi Antonelli cambierà la Formula 1.
Ma potrebbe cominciare da qualcosa di molto più piccolo e, da queste parti, quasi altrettanto rivoluzionario: farci accendere la televisione non soltanto per sapere come è andata la Ferrari, ma semplicemente per vedere cosa diavolo si inventerà lui.