Franco Uncini sugli incidenti in MotoGP: “Il rischio zero a trecento all’ora non può esistere”

Il Gran Premio di Catalogna lascia dietro di sé due immagini opposte. Da una parte la vittoria di Fabio Di Giannantonio, bravo a imporsi in un weekend caotico e pieno di tensione. Dall’altra, però, resta la paura. Quella vera. Perché a Barcellona la MotoGP si ritrova ancora una volta a fare i conti con il lato più fragile e crudele del motorsport. Prima l’incidente di Alex Márquez, travolto dalla sfortuna dopo la rottura improvvisa della moto di Pedro Acosta in pieno rettilineo. Poi la caduta al via della seconda partenza, in curva 1, con Johann Zarco coinvolto insieme a Pecco Bagnaia e Luca Marini, immediatamente corsi ad aiutarlo richiamando i soccorsi.
Due episodi diversi, ma accomunati dalla stessa sensazione: quella di aver sfiorato qualcosa di molto peggiore. Da qui nasce inevitabilmente la domanda. Nel motociclismo moderno, nonostante gli enormi progressi tecnologici e i circuiti sempre più sicuri, bisogna ancora aspettare la tragedia per intervenire davvero? Oppure certi incidenti fanno parte inevitabilmente del DNA del motorsport? Abbiamo affrontato il tema parlando di sicurezza con chi di sicurezza, in MotoGP, ne sa più di tutti, Franco Uncini.

La prima cosa che ti chiedo è dobbiamo sempre avere paura che qualcuno ci lasci la pelle per intervenire su queste piste? È stata solo una concomitanza di sfortune e imprevisti o si poteva fare qualcosa?
Sinceramente quello di Marquez non mi è sembrato un incidente così grave da pensare subito che qualcuno potesse lasciarci la pelle. È stato un incidente importante, certo, ma situazioni del genere possono capitare su qualsiasi circuito. La dinamica particolare è stata il blocco improvviso del motore della moto di Acosta, qualcosa di abbastanza raro da vedere. Però parliamo di prototipi estremamente sofisticati e molto potenti, quindi un guasto simile può succedere.
L'impatto delle immagini è stato forte.
La vera sfortuna è stata che Alex Márquez fosse completamente in scia e quindi troppo vicino nel momento in cui è accaduto tutto. Da lì è nato il contatto. Dal punto di vista visivo è stato un incidente molto impressionante, anche perché si è staccata una ruota che ha colpito Di Giannantonio. Però, fortunatamente, le conseguenze sono state molto più limitate rispetto a quello che sembrava in diretta. E il fatto che Diggia (Fabio Di Giannantonio, nda) sia riuscito addirittura a vincere la gara lo dimostra.
Mentre sull'incidente di Zarco? Molti dicono che c'è troppa distanza dalla partenza alla Curva 1 e quindi il percolo aumenta.
Secondo me no. Nel senso che penso che ogni circuito ha una sua caratteristica. E semmai il problema è maggiore quando la prima curva è molto vicina alla partenza e non il contrario. I piloti arrivano ad alta velocità, ma hanno più tempo per controllare e capire come affrontare la Curva 1. I piloti fanno un mestiere a trecento all'ora, è impossibile pensare che non ci sia mai qualche intoppo.
Serve sempre sfiorare la tragedia per migliorare la sicurezza?
No, anche se oggi le velocità vengono contenute di più, le potenze vengono appiattite e le moto sono molto più vicine tra loro, non credo che questo aumenti automaticamente il rischio di incidenti mortali. Quando si corre su circuiti davvero sicuri, normalmente certe tragedie non accadono. Poi è chiaro: con moto così veloci non puoi mai avere la certezza assoluta che non succeda nulla. Il rischio zero non esiste nelle auto, nelle moto o nello sport in generale.
Nelle moto fa sempre un certo effetto.
La vera differenza è che nell’auto il pilota è protetto da un telaio, mentre in moto, nel momento della caduta, moto e pilota si separano e il pilota resta inevitabilmente più esposto. Però, finché non si va a sbattere contro qualcosa di rigido o particolarmente duro, spesso le conseguenze possono restare limitate e non troppo gravi.
Nel corso del weekend, Pecco Bagnaia ha anche sollevato il tema della partecipazione dei piloti alle riunioni della Safety Commission, spiegando che molti ormai scelgono di non presentarsi. Perché?
Il fatto che oggi i piloti partecipino meno alla Safety Commission non lo considero un problema, anzi. Probabilmente molti di loro pensano che i circuiti abbiano ormai raggiunto standard di sicurezza molto elevati e quindi sentono meno la necessità di esserci sempre. Forse, in alcuni casi, la vedono anche come una perdita di tempo. Io mi ricordo quando la facevamo noi: partecipavano tutti. Non era soltanto un momento per parlare di sicurezza o dei problemi dei vari circuiti, ma anche un’occasione per stare insieme, scherzare, rilassarsi e socializzare un po’, cosa che normalmente durante i weekend di gara succede molto poco.
I tempi sono cambiati?
Oggi sinceramente non so più bene come funzioni, perché io ho lasciato nel 2022. Quando c’ero io, però, i piloti partecipavano. Se ora vanno meno, non lo vedo come un campanello d’allarme. Anzi, forse significa proprio che il livello di sicurezza raggiunto è ormai molto alto e che non c’è più quella continua necessità di chiedere modifiche o interventi, cosa che invece accadeva spesso anni fa durante queste riunioni.