Vingegaard: “Non consiglierò mai ai miei figli di fare ciclismo, diventerà sempre più pericoloso”

Le parole di Jonas Vingegaard risuonano come un monito allarmante. Non solo perché provengono da uno dei più forti corridori dell'ultimo decennio del ciclismo, ma anche e soprattutto perché è una res incondizionata da parte di un professionista sul tema sicurezza. Dichiarazioni rilasciate a Feltet e che rimbombano in un momento preciso in cui sono accadute diverse situazioni che contestualizzano il sempre più complicato panorama ciclistico in ogni sua forma, gravel, pista o strada che sia. "Non consiglierò mai ai miei figli di fare ciclismo" ha detto il campione danese della Visma, non a caso rimasto vittima di un brutto incidente che ne ha condizionato l'inizio di stagione. "Sarà sempre meno sicuro".
Parole che aprono e chiudono nello stesso istante il dibattito sulla sicurezza nel ciclismo professionistico, oramai da anni votato alle performance sempre più estreme dove più che il successo e la gloria personale di vincere è nata la gara di watt e velocità da battere, ogni volta e appena si può. E gli incidenti non mancano, anzi. Si susseguono con un ritmo impressionante. E così le dichiarazioni e i pensieri di Vingegaard non passano inosservati: "Sicuramente sconsiglierei ai miei figli di diventare ciclisti. Innanzitutto, è estremamente pericoloso e staranno via per molti giorni. E poi, con gli sviluppi attuali nel mondo del ciclismo, come sarà in futuro?"

Una domanda retorica perché il corso degli eventi è sotto gli occhi di tutti. Lo stesso Vingegaard ai Paesi Baschi 2024 rischiò la vita, andando a sbattere in una canalina di cemento e a inizio stagione ha subito un incidente stradale mentre era in allenamento, che gli ha pregiudicato la preparazione. Passando per la "denuncia" del danese alla Parigi-Nizza di quest'anno, poi vinta. E poi, l'incredibile incidente su pista a Gand, occorso al povero Moritz Mauss, trafitto da una scheggia schizzata via dall'anello (lo stesso incidente che ben 7 anni prima accadde sullo stesso tracciato al nostro Lorenzo Gobbo), la caduta nel fosso di Tom Pidcock al Catalunya, in cui si è salvato solo grazie alla radio che funzionava ancora per avvisare ammiraglia e compagni che non si erano accorti della sua scomparsa in gara, non avendo con sé alcun strumento GPS.
A proposito di Pidcock, la disavventura del capitano della Pinarello Q36.5 Pro Cycling Team si riallaccia tristemente a quella del 2024 quando fu la sfortunata Muriel Ferrer a morire, lasciata agonizzante per un'ora e mezza in un fossato prima che venisse soccorsa, per poi cedere in ospedale a causa dei violentissimi traumi cerebrali subiti. Evento che a distanza di 18 mesi è stato derubricato come "normale incidente di gara senza che siano stati ravvisati comportamenti penalmente punibili da parte dell'organizzazione", si legge nel fascicolo con cui si è archiviata l'inchiesta. Dunque, si ritorna all'inizio, alle parole di Vingegaard e alle sue riflessioni che vanno ben oltre la semplice preoccupazione di un padre. E alle sue domande: "Oggi il ciclismo è diventato o no ancora più pericoloso? E io non vedo come, con quello che si sta facendo ora, possa diventare meno pericoloso in futuro".