Sempre all'attacco, sulle Alpi, sui Vosgi e sui Pirenei. Nibali si è preso il Tour di forza a Chamrousse e sul Tourmalet. Ha vinto la prima tappa alpina nel giorno della nascita di Bartali, e della morte di Fabio Casartelli, da uomo solo al comando. Un'azione costante, quella di Nibali che ha riunito quest'Italia dal futuro incerto come Ginettaccio nel 1948 quando De Gasperi gli chiese di vincere il Tour dopo l'attentato a Togliatti. Un martellare continuo sui pedali a cadenze che nessuno è riuscito a mantenere. Ma non è l'azione sofferente del Pantani che scattava per abbreviare l'agonia, ultimo italiano in giallo agli Champs-Elysées dopo Bottecchia, Bartali, Coppi, Nencini e Gimondi. È la forza tranquilla del predestinato che non ha bisogno di sollevarsi sulla sella, per cancellare gli avversari e prendersi un posto nella storia. «Sembra che tu vada a passeggio» gli ha detto non a caso Laurent Jalabert, uno dei simboli del ciclismo francese degli anni '90, che però alle salite preferiva le grandi classiche e le cronometro.

Un posto nella storia – Nell'anno che sposta in Sicilia il centro della geografia ciclistica, dopo il trionfo di Aru al Giro, Nibali diventa il sesto a vincere Giro (2013), Tour e Vuelta (2010) in carriera dopo Anquetil (il primo a completare la "Tripla corona" nel 1963), Merckx, Gimondi, Hinault e Contador, che si è rotto la tibia alla decima tappa, quando Nibali ha staccato tutti sull'arrivo al olle della Mulhouse-La Planches de belle filles (una salita durissima, con pendenze intorno al 20% al traguardo) e si è ripreso la maglia gialla, senza più lasciarla. E così ha battuto anche un altro primato, è diventato l’italiano che in una singola edizione del Tour l'ha indossata per più giorni, 19, uno in più di Felice Gimondi che nell’edizione 1965 mantenne il simbolo di leader della classifica generale per 18 tappe. Una maglia, che come da promessa, arriverà anche a casa Pantani. Lo scorso 15 febbraio Tonina, la madre di Marco, ha dato a Michele Scarponi la maglia di suo figlio come portafortuna per il Tour di Nibali. E il re del Tour ha promesso che se avesse vinto avrebbe riportato la maglia gialla a Cesenatico. Tra Pantani e Nibali, gli ultimi italiani a trionfare al Tour, c'è una costante, un trait-d'union: è Giuseppe Martinelli, team manager della Mercatone Uno del Pirata nel 1998, direttore dell'Astana dello Squalo oggi.

Suggello al Tourmalet – Il sigillo dello Squalo dello stretto sulla Grande Boucle tocca il Tourmalet, una costante del Tour dal 1910, anche se la prima salita in bicicletta risale a un concorso del 1902: sulla vetta passò in testa Jean Fisher ma la corsa, con partenza e arrivo a Tarbes, la vinse il livornese Rodolfo Muller, primo italiano a partecipare al Tour. L'immagine del Tour 2014 è Nibali a braccia alzate all'arrivo di Hautacam, dove vent'anni fa vinse Luc Leblanc, campione del mondo pochi mesi dopo in Sicilia nel giorno di un memorabile duello Pantani-Indurain. Per coprire i 13,6 km della salita finale ha impiegato 37'26”, più di Armstrong nel 2000 (36’25”), più di Pantani nel 1994 (35’37”), più di Riis nel 1995 (34’35”). è questo il marchio dello Squalo. Una crescita costante, un vantaggio costruito poco per volta, senza nessuna impresa ai limiti del sovrumano, di quelle che, considerata la storia recente di questo sport, generano inevitabili sospetti. Anche se Le Monde ha provato a screditare Nibali con insinuazioni e inviti a guardare con scetticismo alle sue prestazioni e ai watt di potenza media erogati dallo Squalo in salita. Sull'argomento, è arrivata ieri la stoccata dello Squalo. "Qualche anno fa mi staccavano in tanti, e dubitavo di poter arrivare un giorno in maglia gialla. Devo dire grazie per tutti i passi avanti che sono stati fatti con il passaporto biologico. Se non c'erano controlli così mirati e ferrei forse non sarei qui oggi". E chi l'ha visto correre, chi l'ha seguito nel lungo percorso che l'ha portato a 30 anni in giallo a Parigi, ha raccolto l'immagine di una crescita costante, graduale, continua. Una carriera racchiusa in un Tour che ha dominato tappa dopo tappa con quella sua incontenibile progressione costante, graduale, continua, che non prevede esplosioni e strappi fuori misura ma asseconda uno sviluppo progressivo delle doti naturali.

Trionfo senza condizioni – Se ci fosse stato Contador sarebbe stato il Tour di Alberto” ha detto il patron della squadra dello spagnolo, Oleg Tinkoff. Se ci fosse stato Froome sarebbe stato un Tour diverso, sostengono altri critici. Ma il britannico-keniota del team Sky ha dato forfait alla quinta tappa sul pavé della Parigi-Roubaix. Note di frustrazione a margine di un trionfo che non si può sminuire, che ha fatto "incazzare" ancora i francesi, come nella celebre canzone di Paolo Conte. Francesi che però hanno scomodato per lo Squalo, in un titolone a tutta pagina sull'Equipe, l'aggettivo “Dantesque” che riassume trionfo e tragedia, pathos e dramma. Per vincere, spiega, «Bisogna sapere aspettare, come ho fatto io, senza pretendere di avere tutto subito. Io ho fatto un cammino molto lungo prima di raggiungere i miei sogni di ragazzino. E poi bisogna circondarsi di persone sagge, corrette, giuste».

La cura dei dettagli – Persone sagge come Paolo Slongo, 42enne trevigiano che si occupa della preparazione atletica e dell'alimentazione di Nibali. È lui che si è messo su uno scooter al passo San Pellegrino per riprodurre gli scatti di Froome e ha chiesto allo Squalo di andare a riprenderlo. Le sue tabelle di preparazione hanno funzionato al meglio, Nibali ha saltato il Giro per puntare tutto sul Tour e arrivare in giallo sotto l'Arc de Triomphe, ed è arrivato al top della forma a metà corsa: meglio di così, proprio non si può. Con Slongo si conoscono dal 2001, dai tempi della nazionale juniores, ma il lavoro individuale inizia solo nel 2006.«Non sono state sempre rose e fiori. Agli inizi ci siamo scontrati, un giorno gli ho detto che poteva far le valigie e tornarsene a casa, siamo stati due giorni senza dirci una parola. Vincenzo è un corridore d'istinto, un ragazzo che sa essere testardo, che non vuole rivedere le sue idee. Non capiva a cosa servissero certi test, ma il ciclismo è fatto anche di numeri. Da quando Vincenzo sta attento ai dettagli, in corsa sbaglia meno, anche se sbagliare gli è servito. Io continuo a coltivare un'idea romantica del ciclismo. Vincenzo ama attaccare e sarebbe assurdo cambiarlo. Si trattava solo di lavorare per metterlo in condizione di attaccare con più profitto».

Ritratto dello Squalo da giovane – «Vincenzo non è un campione costruito, non viene fuori da un allenamento da robot: in lui tutto è spontaneo, anche il talento», dice Eddy Lanzo, suo testimone di nozze che ha coniato il soprannome di "Squalo dello Stretto". La scintilla scocca grazie a papà Salvatore, grande tifoso di Moser, che compra una bicicletta perché vuole dimagrire: ma non ci riesce del tutto e la passa al figlio. Così il piccolo Vincenzo scopre di essere un grande ciclista, un prodigio che a 14 anni, nella sua prima gara su una mountain bike presa in prestito, tiene in salita contro ciclisti più grandi ed esperti e li stacca in discesa. Ha imparato sui colli Peloritani, dove porta i compagni di squadra e spesso ha portato il caro amico Valerio Aglioli. Anche a lui è toccato il percorso Nibali, il giro dei due mari che fa sempre quando torna a casa, si sale lungo la riviera jonica da Messina a Taormina, poi si scende a ritroso costeggiando il Tirreno. Un campione vero, che non è mai cambiato e quando torna a Messina, dove mamma e papà continuano a gestire la videoteca di famiglia, si concede la granita di caffè con panna e brioche o gli arancini speciali della rosticceria Famulari, accanto alla videoteca dei Nibali, che ne sta preparando uno “giallo uovo” dopo quello al salmone per celebrare la maglia rosa del Giro. Un ritorno alle origini per il campione che ha i piedi piantati a terra e lo sguardo lanciato lontano oltre le montagne. Un omaggio a quei peccati gola di papà Salvatore che l'hanno fatto nascere ciclista.