Da agosto 2010 a gennaio 2020. Sono passati quasi 10 anni, una vita nel calcio. Eppure eccoli di nuovo insieme: Zlatan Ibrahimovic e il Milan. Lo svedese ha accettato la proposta formulata dal club rossonero – sei mesi di contratto con possibilità di prolungare l'accordo fino all'estate 2021 – e si prepara a tornare in Italia, la sua patria calcistica adottiva. Juventus, Inter e Milan, sette anni vissuti al massimo, alla Ibrahimovic. Ed è con la stessa mentalità che Zlatan si rituffa nel nostro calcio: per lasciare il segno, non per una semplice comparsata.

Cosa può dare Ibrahimovic al Milan?

Ibrahimovic l'aveva raccontato qualche settimana fa alla Gazzetta dello Sport. Sembravano dichiarazioni di circostanza, ma tra le righe lo svedese stava scrutando il proprio orizzonte svelandone i contorni.

In Serie A ancora oggi sarei in grado di realizzare una ventina di gol. A Los Angeles ho passato un periodo splendido, ma per proseguire ho bisogno di stimoli, che siano qui o da qualche altra parte. E l'Italia lo sapete, è la mia seconda casa, ho moltissimi ricordi. Ascolterò tutte le proposte, ma se tornassi sarebbe per puntare al massimo, non sono un animale dello zoo che la gente viene a guardare.

E' sulla sua voglia di rivalsa, di dimostrarsi ancora al top, che il Milan ha puntato tutte le sue fiches per raddrizzare una stagione che già a meta strada ha le sembianze di un nuovo buco nell'acqua. La zona Champions dista 14 punti e lo stato attuale della squadra è stato ben fotografato dall'umiliante 5-0 subito prima della sosta natalizia contro l'Atalanta. I problemi del Milan sono così complessi e strutturati che solo uno slancio spropositato di ottimismo potrebbe indurre a pensare di risolverli con l'acquisto di Ibrahimovic, peraltro molto diverso dal primo Ibra visto in rossonero.

Dall'infortunio al ginocchio rimediato nell'aprile 2018 con il Manchester United, di fatto, Zlatan non è stato più lo stesso. E i 53 gol segnati in 58 partite con i Los Angeles Galaxy vanno parametrati al livello della MLS, ancora molto distante dalla competitività del calcio europeo – anche da una Serie A meno scintillante rispetto a quella che Ibrahimovic aveva imparato a conoscere nei suoi primi anni in Italia.

Ibrahimovic: la mossa disperata del Milan

Ma Ibra è sempre Ibra, dentro e fuori dal campo, e su questo si basa la scommessa del Milan. Riportarlo a Milano per creare entusiasmo, guadagnare un po' d'ossigeno e magari sfruttare il suo carisma e la sua personalità per ridare verve ad un gruppo parso sfiduciato e privo di veri leader nel corso degli ultimi mesi. Persino a costo di dover sfiduciare definitivamente Krzysztof Piatek ad un anno dal suo acquisto.

Un epilogo a cui il polacco ha contribuito in modo robusto – un solo gol su azione in questa stagione – ma che racconta in modo efficace le difficoltà di progettualità che il Milan non riesce a mettersi alle spalle: un altro degli acquisti record di questi anni, dopo Bonucci e Andrè Silva, rischia di fare le valigie nel giro di un anno dal suo arrivo, per fare posto ad un cavallo di ritorno. Dieci anni più tardi. La sfida scelta da Ibrahimovic, stavolta, sembra più grande anche del suo ego.