Il trionfo dell'Atletico Madrid nella Liga 2020-21 ha origine a Lisbona, quando a pagare lo scotto della nefasta debacle di 8-2 nei quarti di finale di Champions League contro il Bayern Monaco nell'agosto scorso fu solamente Luis Suarez. Il numero 9 uruguaiano venne segnalato subito dopo il cambio di panchina da Quique Setién a Ronald Koeman, il quale lo informò immediatamente di non contare su di lui. Una doccia gelata per un lavoratore infaticabile che al Camp Nou aveva messo in piedi una società strepitosa con Lionel Messi. Paradossalmente, però, l'addio forzato al club blaugrana aveva spinto Suarez a cercare quanto prima una soluzione adeguata per il suo futuro immediato. A 33 anni suonati, le opportunità non fioccavano. A salvarlo è stata la decisione di Diego Simeone e soprattutto di Oscar Ortega, preparatore atletico dell'Atlético, di puntare su di lui. Il resto l'ha fatto la voglia del Barcellona di togliersi di dosso un pesantissimo salario, circostanza che ha permesso ai Colchoneros di acquistare il suo cartellino per soli 5 milioni di euro.

Casa Atleti

Di fronte il centro d'allenamento del Cerro del Espino, nella periferia di Madrid, esiste la pasticceria argentina più rinomata di Spagna. Alla base della sua creazione vi è la piccola parte di mondo rioplatense creatasi all'Atlético proprio dopo l'arrivo di Simeone in panchina, qualcosa che ha rivoluzionato in positivo la mentalità della squadra madrilena. La cultura del lavoro argentina e uruguaiana, che si fonda sul sacrificio, ha creato nel seno dell'Atleti un rifugio nella quale giocatori come Godín, Giménez e lo stesso Ortega hanno sentito l'aria di casa. La stessa aria che Suarez ha respirato fin da quel giorno di fine settembre in cui si metteva in discussione dopo anni nella zona di comfort del Camp Nou dove aveva goduto della protezione continua – che aveva comunque guadagnato partendo da zero – di Messi, suo amico in divisa e in borghese. La motivazione era infinita, e più forte degli acciacchi.

A inizio settembre, il terzo miglior goleador di sempre del club catalano era stato costretto ad allenarsi in disparte, vedendo come i suoi ultimi sette anni si vaporizzavano al sole di un finale di estate tristissimo per lui e la famiglia. "Mia moglie e i miei figli hanno sofferto tanto, così come me, e mi sono sentito bistrattato. Ed è per questo che sarò sempre grato all'Atletico per la fiducia", ha esclamato l'uruguaiano ai microfoni di Movistar alla fine dell'incontro con il Valladolid nel quale ha messo a segno il 2-1 finale che è stato decisivo per la vittoria del titolo da parte dei biancorossi.

Luis Suarez primo protagonista

Arrivato a Madrid con un gran curriculum ma con un ginocchio in disordine, Suarez ha avuto nel suo connazionale Ortega un complice necessario per il recupero fisico. Il preparatore fisico, rinomato per la sua severità, ha stabilito fin da subito per l'ex arrivato un piano di allenamento speciale, convincendo inoltre Simeone a esonerare Suarez dai compiti difensivi, qualcosa di inedito per un giocatore dell'Atleti. L'allenatore argentino aveva visto negli occhi delll'uruguaiano il fuoco che Koeman non aveva potuto percepire, vuoi per pressioni della dirigenza vuoi per pregiudizi propri. E i risultati della scommessa del Cholo si sono visti: l'ex Barça ha giocato ben 32 partite su 38 in campionato, andando a segno in 21 occasioni. Senza goal per cinque incontri consecutivi nel rush finale, Suarez si è svegliato proprio nel penultimo match contro l'Osasuna, culminando una rimonta da urlo, e si è ripetuto contro il Valladolid, quando ha confermato con un centro in contropiede la sua centralità in questa squadra.

L'undicesimo titolo di Liga per l'Atletico ha visto come protagonista assoluto l'uruguaiano, lasciato andare via troppo facilmente dal Barça e per giunta a un rivale attrezzato come la squadra colchonera. Con Simeone come motivatore e Ortega come guida, Suarez ha trovato al Wanda Metropolitano il giardino dove vivere una terza giovinezza. Eppure, dopo il mancato titolo di Premier League con il Liverpool nella stagione 2013-14 e i tanti successi con un Barcellona pieno di stelle, questo è probabilmente il trionfo che più lo ha visto ergersi a figura principale rispetto agli altri, se prendiamo in considerazione i grandi campionati europei. A 34 anni, e dopo essere stato etichettato come un giocatore finito. E senza il suo amico Messi come assistman, bensì procacciandosi egli stesso i goal, da vero attaccante ferito ma mai domo. E, proprio per questo, più risoluto che mai.