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Sensini a Fanpage: “Non mi aspettavo Simone Inzaghi così, oggi l’Inter può aprire un ciclo”

Molto legato all’Italia, dove ha vissuto per oltre 15 anni, Roberto Nestor Sensini parla della Serie A, dell’ex compagno Simone Inzaghi e dei suoi illustri connazionali Lautaro Martinez e Paulo Dybala.
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A cura di Antonio Moschella
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Il mate, infusione alle erbe diffusissima in Argentina e Uruguay, accompagna le giornate estive di Roberto Nestor Sensini, ex difensore di Udinese, Parma e Lazio che dalla sua casa di Rosario, mentre sorseggia la sua bevanda preferita, concede un lungo pezzo del suo tempo a Fanpage.it per ripassare alcuni momenti della sua carriera e commentare il calcio italiano di oggi. Difensore e all'occorrenza centrocampista, l'argentino in Italia ha conquistato una storica Coppa Uefa con il Parma e soprattutto un epico Scudetto con la Lazio nel 2000, squadra nella quale c'erano anche Diego Simeone Roberto Mancini, allenatori vincenti, e  quel Simone Inzaghi oggi all'Inter che sta stupendo anche lui per quanto fatto in panchina.

Dopo l'esperienza da tecnico all'Everton cileno, Nestor Sensini pensa a un ritorno in Italia?
"Per ora mi godo l'estate a Rosario, casa mia. Sto aspettando che arrivi una buona occasione. L'Italia sarà sempre un posto speciale per me. Ci ho vissuto a lungo e lì sono nati i miei figli, Julieta e Federico".

Julieta è nata a Udine, dove lei approdò nell'estate del 1989.
"L'allora direttore sportivo dell'Udinese Marino Mariottini aveva notato me e Abel Balbo nella Coppa America giocatasi a luglio in Brasile. Lui e Giampaolo Pozzo hanno creduto in me. A quell'epoca, inoltre, non era facile venire a giocare in Italia da fuori, perché vigeva il limite massimo di tre stranieri per squadra".

La prima stagione al Friuli, però, finì con la retrocessione in B…
"Fu un duro colpo. Un'esperienza triste. In Italia non era facile giocare all'epoca. C'erano squadroni come Milan, Juventus, Inter, il Napoli di Maradona. Ma nonostante la retrocessione il presidente credette in noi e dopo due anni tornammo in Serie A. In questo Udine è una piazza perfetta, perché ti fa lavorare con tranquillità e ti permette di crescere Gente come Bierhoff e Handanovic ne ha tratto giovamento. E dopo l'arrivo di Zaccheroni nel 1995 le cose sono cambiate e puntando su un ottimo scouting sui giovani di tutto il mondo l'Udinese è diventata una grande realtà".

L'ultimo grande gioiello uscito dall'Udinese è il suo connazionale Rodrigo De Paul, che si è rivelato decisivo nella vittoria della Coppa America per l'Argentina.
"Già al Racing di Avellaneda De Paul aveva dimostrato di avere grandi qualità, ma nell'Udinese è riuscito a crescere molto e a diventare completo. È stato sicuramente un giocatore fondamentale per vincere questa Coppa America così bramata dall Selección. L'Udinese in Italia è una delle squadre che lavora di più sui giovani, anche se non sono tutti italiani. In Argentina, invece, è diverso, perché molti calciatori locali sono già titolari a 17/18 anni, cosa che in Serie A non accade spesso".

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Lei, però, durante la tappa al Parma fu testimone del debutto da 16enne di un certo Gianluigi Buffon…
"Lui è stato un caso eccezionale. In allenamento vedevamo già le sue qualità, ma va ricordato che debuttò perché si infortunarono sia il titolare Bucci sia la riserva Nista. Ma è anche vero che quell'esordio contro il Milan fu strepitoso: fece tantissime parate spettacolari e finì 0-0. Per me è stato importante per lui iniziare la sua carriera contro un grande Milan, perché ha potuto dimostrare subito non solo di essere un grande portiere ma di avere anche una grande personalità".

Quel Parma fu spesso vicino allo Scudetto…
"Era una squadra fortissima. C'era Chiesa, Crespo, Verón, Thuram, Cannavaro, Buffon, e tanti altri… Credo che nella stagione 1998-99, con Malesani in panchina, avremmo meritato di vincere lo Scudetto. Durante una buona parte della stagione facemmo la rincorsa alla Lazio, anche se alla fine fu il Milan a imporsi. La Coppa Uefa, che poi vincemmo, ci tolse molte energie".

Uno dei suoi compagni più eccentrici fu Tino Asprilla.
"Era l'allegria della squadra. In allenamento e fuori. È vero che ogni tanto si lasciava andare, ma ci trasmetteva tanta armonia con il suo comportamento, e se lui stava bene, anche noi lo stavamo. Latinoamericani e non, eravamo tutti affascinati da Tino, che è vero che con Nevio Scala a volte non si prendeva. Ma noi gli concedevamo tutto, perché sapevamo che ci faceva vincere. In quell'epoca gente come lui e George Weah faceva la differenza in Italia. Erano giocatori veloci, agilissimi, e cambiavano velocità in un secondo. Oggi ce ne sono pochi di giocatori così, mentre in quel periodo in Serie A ogni domenica ti toccava un cliente difficile".

Lei ha dovuto marcare anche Ronaldo…
"Il Fenomeno! Nel suo primo anno all'Inter era immarcabile. Per fermarlo serviva il lavoro dell'intera difesa, come succede oggi con Messi, Neymar e Mbappé. Ricordo un Inter-Parma nel quale in un fazzoletto fece fuori tre di noi, io lo potevo solo guardare (ride)".

Poi, purtroppo, lei fu testimone dell'orrendo infortunio al ginocchio del fenomeno.
"Fu all'Olimpico contro la Lazio. Io ero dietro di lui, che andava verso la porta marcato da Fernando Couto. Sentii subito il crack del suo ginocchio, fu scioccante. È stata una delle cose più brutte che mi siano mai capitate in un campo di calcio".

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Quella Lazio alla fine avrebbe vinto uno storico Scudetto. E oggi molti di quei campioni d'Italia sono allenatori importanti.
"Guarda, per quanto riguarda Simeone, Mancini, Almeyda e anche Mihajlovic, sapevo che sarebbero diventati tecnici di rilievo. Loro allenavano già in campo, vedevi come amavano dare istruzioni. E anch'io lo facevo. Su tutti il Cholo, era uno che parlava di calcio anche dopo le partite, analizzando tutto. Ma Simone (Inzaghi ndr) non mi aspettavo che potesse diventare così bravo da tecnico, così come Conceiçao, oggi affermatosi al Porto".

Qual è la grande differenza tra un tecnico affermato come Simeone e uno in rampa di lancio come Inzaghi?
"Il Cholo vedeva calcio ovunque. Oggi i ragazzi che giocano a calcio pensano più alla tecnologia e non agli aspetti tecnici e tattici del gioco una volta finito l'allenamento o la partita. Lo vedo anche in mio figlio. I giovani non guardano le partite con attenzione, anche se è vero che oggi ci sono più distrazioni rispetto ai miei tempi. Simone l'ho conosciuto da giovane, non pensavo davvero potesse fare questa scelta. E invece è stato bravissimo a partire dalla Primavera della Lazio fino ad arrivare in prima squadra e ottenere ottimi risultati. E oggi sta facendo benissimo all'Inter".

Un'Inter che sembra essere la favorita alla vittoria dello Scudetto.
"Credo che l'Inter stia dando il via a un ciclo, prendendo il posto della Juventus. La differenza con le sue rivali esiste, perché la Juve non è quella di qualche anno fa e le altre sembrano essere un po' più indietro. Anche se va ricordato che il Milan di Pioli sta facendo bene, così come il Napoli del mio amico Luciano Spalletti, con il quale mi sento spesso e che anni fa all'Inter mi chiese proprio di Lautaro Martinez".

Lautaro, appunto. Il centravanti dell'Inter è quello di un'Argentina che con lui sembra aver risolto un rebus in punta dopo anni d'insoddisfazioni con Higuain, Aguero e Icardi.
"Lautaro è uno dei centravanti più forti del mondo. Ha tecnica ed è un ottimo finalizzatore. È un bomber vero che attacca benissimo lo spazio e in area non guarda in faccia nessuno. In alcuni movimenti mi ricorda anche il primo Tevez, soprattutto nei tiri al volo. E ora è il giusto titolare dell'attacco della nazionale".

Nella sua Argentina, invece, Paulo Dybala stenta a trovare posto. E adesso persino la sua permanenza alla Juventus è in bilico, vista la fine del contratto a giugno.
"A discolpa di Dybala va detto che non è facile diventare leader della Juve. Io lo conosco poco ma lo vedo come una persona molto tranquilla e calma. Per me è un leader in campo a livello tecnico, ma è anche vero che è difficile ottenere lo status e l'aura di giocatori come Del Piero o Baggio, che l'hanno preceduto in bianconero con la numero 10. Ma per l'età che ha è un capitale del quale la Juve non si può privare. È un giocatore troppo importante per farlo andar via".

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