In un giorno storico, in cui l’Atalanta può davvero scrivere una pagina leggendaria nella sua ultracentenaria parabola sportiva, è utile volgere lo sguardo a quello che fu e da dove tutto ebbe inizio. A Bergamo ovviamente, simbolo del dinamismo sportivo di una squadra che in questi giorni rappresenta una città tra le più colpite dal coronavirus, dal Covid-19. E che nel football può cercare una piccola forma – per quanto possibile – di riscatto, un po' di resilienza in più. E così, dalle origini del nome, preso dalla mitologia greca, alle prestazioni continentali della compagine orobica, ecco le radici di un sodalizio diventato una autentica realtà del calcio, non solo italiano.

Atalanta, come la Dea della mitologia greca: bella, veloce e letale

L’Atalanta Bergamasca Calcio viene fondata il 17 ottobre del 1907 da cinque studenti locali col nome di Società Bergamasca di Ginnastica e Sports Atletici Atalanta da una costola della compagine “Giovane Orobia” che già si disimpegnava in zona a partire dal 1901. Riconosciuta solo sette anni dopo, e quindi nel 1914, dalla Figc, la società è una polisportiva che, fra le tante discipline, punta forte anche sul calcio. Ginnastica, atletica, scherma e nuoto, con ben tre tesserati che prendono parte anche ai Giochi Olimpici di Stoccolma nel 1912 e di Anversa nel 1920, a completare il quadro.

Atalanta, un nome un po’ particolare. Di certo quasi un unicum nel panorama nazionale dove molti club prendono la denominazione dalla città in cui nascono. Ma i liceali Ferruccio e Giulio Amati, Alessandro Forlini, Giovanni Roberti ed Eugenio Urio amano gli studi classici e la mitologia. E scelgono di dare il nome di una divinità greca alla loro realtà. Parliamo di Atalanta. Figlia di Iaso e Climene. Il mito narra che il padre di Atalanta desiderasse un maschio e che alla nascita della bambina, l’avesse abbandonata sul monte Pelio. Allevata prima da un’orsa e poi da un gruppo di cacciatori Atalanta diventa bella, forte, vigorosa ed un autentico portento quando c’è da cacciare. Tanto da uccidere i centauri Ileo e Reco che tentarono di stuprarla.

Unica dea a partecipare alla spedizione degli Argonauti (sebbene secondo altre versioni Giasone la rifiutò per paura della presenza di una donna sulla nave Argo) venne alla fine accettata dal padre Iaso solo quando fu la prima a ferire il cinghiale calidonio (un cinghiale di particolare forza) nella caccia al pericoloso animale. L’impresa la rese molto famosa e la sua bellezza attirò più di un pretendente col padre desideroso di maritarla. Allora, pur di accontentare il genitore, decise di promettersi in sposa solo a chi l’avesse battuta in una gara di velocità, di corsa. Pena, la morte del pretendente. Solo Ippomene, con l’aiuto di Afrodite, riuscì a vincere e ad averla in moglie.

La maglia bianconera, e poi nerazzurra…si gioca in 11 ma con un solo portiere

Un nome mitologico, leggendario e che ben si sposa con la velocità frenetica dell’Atalanta di Gasperini che potrebbe piacere – e non poco – alla predetta Dea. Una Dea nerazzurra ma che in origine veste i colori bianconeri. Solo dal 1919, e quindi dopo la grande guerra, il sodalizio lombardo assume gli attuali e ormai storici colori sociali. Grande guerra che restituisce una squadra risicata. I drammi del conflitto riducono a sole 11 unità, i calciatori disponibili per la ripresa. Con un solo problema, due di questi sono entrambi portieri. Francesco Angarano, l'altro numero uno, si sposta in avanti, in posizione di mediano, e il problema è risolto. Veloci, come la Dea, matti come il primo stadio post-bellico.

Dal 1919 il vecchio impianto che ospita i bergamaschi, in via Maglio del Lotto, che peraltro era vicino ad una ferrovia con tanto di rallentamento dei treni per far vedere qualche istante della gara, è inagibile. Poco male perché la madrina della prima inaugurazione del campo dell’Atalanta, l’imprenditrice Elisabetta Ambiveri, offre gratuitamente un terreno di sua proprietà, un vecchio ippodromo in disuso con tanto di ex manicomio pubblico vicino.

La storia europea dell’Atalanta: semifinale in Coppa delle Coppe nell’88 e oggi…

Tornando ai giorni nostri, l’Atalanta è ad un passo da un’impresa storica. Mai lambita prima d’oggi. L’accesso nel novero delle migliori otto della maggiore competizione calcistica continentale. Contesti internazionali affrontati per la prima volta negli anni ‘60 e mai troppo ricchi di soddisfazioni. Un secondo posto nel 1984/85 in Mitropa Cup, dietro l’Iskra Bugojno compagine bosniaca, una finale nella Coppa della Alpi nel 1963, persa per 3-2 con la Juventus, un secondo posto nella Coppa dell’Amicizia dietro la Spal nel 1968 e poi, le gioie più recenti. Negli anni ‘80, è l’Atalanta di Mondonico e di Garlini a far sognare i tifosi. Finalista l’anno prima col Napoli in Coppa Italia, e quindi chiamata di diritto a disputare il torneo dedicato alle squadre vincitrici delle coppe nazionali, la Dea anche se da formazione di Serie B, sfiora la finale della Coppa delle Coppe arrestando la sua corsa contro il Malines di Preud’homme dopo aver fatto fuori Merthyr Tydfil, Ofi Creta e Sporting Lisbona. Una corsa folle, da underdog designata che resterà nella memoria di tutti gli sportivi nostrani.

Non solo quelli bergamaschi. Arriva nel corso dello stesso anno la promozione in A, mentre la stagione seguente il 6° posto consente l’esordio in Coppa Uefa. Trentaduesimi di finale alla prima, quarti di finale nell’annata 1990/91 con Frosio in panchina e Evair e Caniggia in campo. Poi, più nulla. Fino all’era Gasp ed alla contemporaneità di un presente fastoso e dal sapore del trionfo. Oggi si fa la storia (forse) e si ricordano le origini di una Dea. Forte, veloce e atletica, di più: mitologica.