Carlo Bertone: “L’Uzbekistan mi ha cambiato la vita. Fa un certo effetto quando ti chiama Cannavaro”

A volte bisogna allontanarsi migliaia di chilometri da casa per capire davvero il calcio. Carlo Alberto Bertone, classe 1994, lo ha scoperto in Uzbekistan, una destinazione che per molti allenatori italiani suona ancora esotica e lontana. Eppure proprio tra Tashkent, il Bunyodkor e l'esperienza accanto a Fabio Cannavaro nella nazionale uznbeka è maturata la crescita professionale che lo ha portato, pochi mesi dopo, a compiere una delle imprese più sorprendenti della Serie D con la salvezza del Sasso Marconi.
Un percorso costruito senza scorciatoie, passando dai settori giovanili, dall'analisi video e da anni di gavetta lontano dai riflettori. Bertone non ama le etichette e diffida delle certezze assolute. Per questo il ricordo più prezioso che conserva dell'Asia Centrale non riguarda una vittoria o un risultato, ma una lezione di umiltà. "Se arrivi pensando di insegnare a tutti perché sei italiano, sei già finito", il giovane allenatore emiliano si racconta a Fanpage.it tra aneddoti, giovani talenti e un movimento in crescita con paragoni continui con la realtà che sta vivendo il movimento italiano.
Mister Bertone, l'Uzbekistan non è esattamente la prima destinazione che viene in mente a un allenatore italiano. Come è nata questa avventura?
"È nata quasi per caso. Un allenatore dei portieri con cui avevo lavorato conosceva il tecnico del Bunyodkor, che cercava una figura italiana capace di fare sia il collaboratore tecnico sia il match analyst. Gli ho inviato alcuni lavori, ci siamo sentiti e da lì è arrivata la proposta. Poi sono partito".
Cosa le ha lasciato quell'esperienza?
"Mi ha cambiato la vita. Dal punto di vista umano, tecnico e professionale. Mi sono ritrovato a lavorare in una Serie A, a confrontarmi con giocatori che oggi andranno al Mondiale con l'Uzbekistan e ad ampliare enormemente i miei orizzonti. Se oggi mi sono sentito pronto a fare il primo allenatore, una parte importante del merito è proprio di quell'esperienza".

Qual è stato l'impatto con una cultura calcistica così diversa dalla nostra?
"All'inizio c'è sempre un po' di diffidenza reciproca. Ma il calcio, in fondo, è uguale ovunque: i risultati aiutano tutto. Noi al Bunyodkor abbiamo fatto una stagione importante e, una volta conquistata credibilità, siamo stati accolti e rispettati. È stato un percorso bellissimo".
Molti italiani che vanno all'estero raccontano di aver dovuto cambiare mentalità. È stato così anche per lei?
"Assolutamente sì. Anzi, penso sia la lezione più importante. Se vai in un altro Paese pensando di portare la tua cultura e di cambiare tutto dal primo giorno, sei morto. Devi capire dove sei, conoscere le persone, rispettare le abitudini e la cultura locale. Solo dopo puoi provare a introdurre qualcosa di tuo".
Quindi il calcio italiano dovrebbe guardare di più all'estero?
"Sì, ma senza complessi. Noi abbiamo ancora una grande scuola di allenatori e tante competenze. L'errore è pensare che il fatto di essere italiani basti da solo. In molte parti del mondo possiamo ancora rappresentare un valore aggiunto, ma bisogna arrivarci con umiltà e non con la convinzione che tutto ci sia dovuto".

In Italia spesso si parla di certi campionati come realtà minori o periferiche. È davvero così?
"No. Questa è una delle cose che mi ha colpito di più. Al Bunyodkor avevamo strutture che molte squadre italiane si sognano. Campi, palestra, organizzazione: un livello altissimo. A volte siamo noi a conoscere poco quello che succede fuori dai nostri confini".
In Uzbekistan ha lavorato anche con Fabio Cannavaro in nazionale. Come è nata l'occasione?
"Mi hanno chiamato per fare il match analyst della Nazionale uzbeka durante un torneo di preparazione. Quando ti chiama Cannavaro, per uno della mia generazione, ti fa un certo effetto. Per me è stata un'esperienza incredibile, anche se breve".
Che impressione le ha fatto il movimento calcistico uzbeko?
"È un movimento in crescita. Hanno investito, lavorano bene e oggi raccolgono i frutti. Ho avuto la possibilità di vedere da vicino giocatori di alto livello e un'organizzazione che, sotto molti aspetti, non ha nulla da invidiare ad altre realtà più celebrate".
Tornerebbe all'estero?
"Sì, senza dubbio. Oggi penso di essere un allenatore migliore proprio grazie a quell'esperienza. Spero che in futuro ci sia di nuovo l'occasione di lavorare fuori dall'Italia".

Se dovesse riassumere in una frase la lezione che le ha lasciato l'Uzbekistan?
"Che non bisogna mai pensare di essere superiori agli altri. Se arrivi con la spocchia dell'italiano che sa tutto, hai già perso. Se invece sei disposto a imparare, allora puoi crescere davvero".
Farei un passo in avanti rispetto all'Uzbekistan e le chiedo della salvezza miracolosa ottenuta con il Sasso Marconi in Serie D: come ci siete riusciti?
"Abbiamo fatto veramente qualcosa di straordinario soprattutto per come si era messa. Farla a questa età, con un po' lo scetticismo che c'era e che percepivo un pochettino nell'ambiente, cioè non ti dico dentro la mia società ma fuori un pochino la sentivo. Secondo me sono stati veramente una mosca bianca, mi riferisco alla mia società, perché dare un'opportunità così e in una situazione del genere non è facile: magari darla all'inizio dell'anno è una cosa ma darla in corsa penso che sia stato veramente qualcosa di veramente incredibile".