La nuova vita di Carlo Ancelotti in Brasile: “Vivo a Rio, pago le tasse qui. Ogni tanto vado in Canada”

Carlo Ancelotti non ha solo scelto di restare sulla panchina della Seleçao. Ha deciso di abbracciare un Paese, uno stile di vita e un progetto che sente parti integranti di questa fase della sua vita. Lo ha raccontato senza lasciare spazio a interpretazioni: vive a Rio de Janeiro, ha la residenza fiscale in Brasile, è lì che paga le tasse e dice "amo questo Paese" spiegando quanto ne sia rimasto affascinato a prescindere dalla sua storia calcistica, apprezzando la cultura locale, sapori che in cucina sono stati una scoperta e molte delle bellezze naturali che questo angolo di mondo offre.
È in questo contesto che si innesta (anche) il rifiuto all'offerta della FIGC. Dietro il "no" alla Nazionale italiana non c'è stata una questione economica o contrattuale, ma il desiderio di rispettare un impegno preso con la Federazione brasiliana e con un Paese che, come lui stesso ha spiegato, lo ha accolto "in maniera molto calorosa".
La vita di Ancelotti oggi è a Rio: "Vivo qui, pago qui le tasse"
Nel corso dell'intervista concessa a ge.globo.com, Ancelotti ha raccontato come sia cambiata la sua quotidianità da quando ha accettato la guida della Seleçao. "In certi periodi sono anche nella mia casa in Canada. Ma vivo a Rio, pago le tasse a Rio, sono residente fiscale qui. Questo non significa che non passi qualche giorno a casa mia". Parole che descrivono una scelta ormai consolidata. Rio de Janeiro non rappresenta semplicemente la città in cui lavora durante i raduni della Nazionale, ma il luogo in cui ha deciso di costruire la propria vita. La sua permanenza in Canada è diventata occasionale, mentre il Brasile è ormai il centro della sua quotidianità.
Quanto all'Italia, fa parte sicuramente della sue radici che non dimentica, ha rappresentato (e rappresenta) un pezzo importante anche della sua carriera. È un dettaglio che aiuta anche a comprendere quanto il progetto con la CBF sia stato costruito pensando al lungo periodo, ben oltre l'immediato futuro della Nazionale. E La stima che ha saputo costruire a livello internazionale lo ha reso cittadino del mondo.

Il rapporto di Ancelotti col Brasile non si limita al calcio: Carnevale, viaggi e un piatto che sa di Italia
L'allenatore italiano ha raccontato di essersi immerso nella cultura locale e di aver scoperto molte delle bellezze del Paese. "Mi è piaciuto molto Rio, mi è piaciuto molto il Carnevale, tante cose. Sono stato in molti posti in Brasile, a Trancoso, a Bahia… Sono tutti posti fantastici". Il suo rapporto con il Brasile va oltre il perimetro del campo sportivo, sia quello d'allenamento o di un palcoscenico come il Mondiale. Ancelotti ha scelto di conoscere il Brasile, di visitarlo e di viverlo.
E tra i piatti che più apprezza ha indicato la polenta, ricordando come la tradizione sia arrivata in Brasile grazie all'emigrazione italiana. "È un piatto della mia regione, e gli italiani che sono venuti qui hanno portato con sé questa tradizione. La polenta è un piatto che apprezzo davvero molto".
Le ragioni del "no" all'Italia nasce anche da questo legame
Carlo Ancelotti non è persona che straccia contratti e se ne va. Prima della rottura con Giovanni Malagò e la FIGC, Paolo Maldini e Leonardo lo avevano contattato per offrirgli l'incarico di commissario tecnico della Nazionale italiana. Non avrebbero potuto nemmeno farlo, perché agire sotto traccia – magari sfruttando una conoscenza personale che accorcia le distanze – e provare anche solo a trattare un tesserato di un'altra federazione, senza che quest'ultima ne sia a conoscenza, è operazione scorretta oltre che sgradevole. E adesso le parole usate dall'allenatore per spiegare il suo rifiuto agli Azzurri raccontano molto di più una scelta professionale: ha deciso di restare sulla panchina verde-oro, il motivo non è né economico né contrattuale.
"Penso sia giusto così e corretto restare dove sono stato accolto così bene da chi mi ha dato l'opportunità di lavorare bene", è la frase che dice tutto. In un calcio in cui gli accordi e i progetti sono spesso messi in discussione alla prima occasione utile e ricca (Roberto Mancini, infatti, si è sentito in dovere di scusarsi per il voltafaccia di 3 anni a fronte dell'offerta milionaria dell'Arabia), Ancelotti ha scelto di chiarire il suo "no, grazie" con un'espressione che oggi si sente sempre meno: correttezza. La lealtà, tenere fede alla parola data, possono ancora avere un valore inestimabile.
Il principio che ha guidato Ancelotti: "Penso che sia giusto così"
C'è una ragione ulteriore dietro il diniego di Ancelotti. Mai avrebbe abbandonato l'incarico di commissario tecnico del Brasile dopo un Mondiale complicato e deludente per la Seleçao. Anzi, ha anche ammesso senza giri di parole di aver "sbagliato valutazioni e cambi" in occasione della partita persa contro la Norvegia. Ecco perché il concetto più significativo ribadito nell'intervista a ESPN riporta a queste dichiarazioni.
"Non è stato un problema di contratto, non è quella la ragione – ha aggiunto il tecnico italiano -. Ho fatto questa scelta perché ho un impegno con la Federazione brasiliana e perché questo Paese mi ha accolto in maniera molto calorosa in questo primo anno. Ringrazio la Federazione italiana, ma voglio restare qui".
Ancelotti avrebbe potuto cavarsela facendo riferimento alla sua posizione contrattuale. Invece, ci ha tenuto a precisare che la sua decisione è legata a un principio personale. Per lui il vincolo con la CBF va oltre gli aspetti formali: c'è il rispetto verso chi gli ha affidato un progetto e lo ha accolto con fiducia. È una motivazione che restituisce l'immagine di un allenatore che considera la parola data parte integrante del proprio lavoro.