Tanto tuonò… che no, non piovve. Leo Messi resta al Barcellona, dopo aver lasciato tifosi e appassionati con il fiato sospeso per settimane, in attesa che si chiarisse l'enigma sul suo futuro. L'argentino lo ha spiegato in una lunga intervista nella quale ha raccontato com'era maturata la decisione e soprattutto perché è dovuto tornare sui propri passi. Non proprio spontaneamente. In sintesi: Messi resta al Barcellona perché non lo lasciano andare via.

Il botta e risposta con la Liga a colpi di comunicato è stato come mostrare i muscoli. Un'esibizione di forza. Come guardarsi in cagnesco senza mai azzannarsi, scegliendo di non farsi del male reciproco. Alla fine Lionel Messi resta al Barcellona ma non è stata una tempesta in un bicchier d'acqua. La portata dello scontro è (stata) alta anche se gli effetti contenuti. "Se queda (non si muove) in Catalogna ma a malincuore", fanno sapere dall'Argentina.

Tiro alla fune. Da un lato il campione argentino che, nel ribadire il proprio diritto a far valere la clausola rescissoria anche oltre il 1° giugno, ha sostanzialmente ammesso: resto qui anche se potevo andare via gratis. Lo farà tra un anno – salvo clamorose retromarce – in occasione della scadenza naturale del contratto e da gennaio – se vorrà – potrà liberamente accordarsi con il prossimo club. Dall'altro il club catalano e i vertici del calcio spagnolo che hanno fatto fronte comune rispetto alla dura reticenza del sei volte Pallone d'Oro.

È finita con un passo indietro della stella sudamericana. Ma definire un gesto del genere come debolezza o anticamera della pace è impossibile sia per i toni della contesa sia per le posizioni espresse dalle parti in causa. E se dall'Argentina arrivano conferme al riguardo, in Spagna chiariscono i contorni della vicenda e forniscono l'unica spiegazione plausibile rispetto a quanto accaduto a Barcellona.

I legali di Messi dopo l’incontro con il campione e i suoi rappresentanti
in foto: I legali di Messi dopo l’incontro con il campione e i suoi rappresentanti

Messi non aveva scelta. O andava allo scontro totale (accettando anche di essere trascinato in una battaglia legale lunga, dispendiosa, dall'esito incerto, pericolosa e soprattutto incomprensibile per i tifosi) nel tentativo di liberarsi entro il 5 ottobre (quando scade la sessione di calciomercato) oppure – pur dichiarando pubblicamente il proprio disagio – sceglieva di deporre le armi e rimandare tutto di qualche mese. Ha prevalso la seconda opzione.

La decisione di Messi trova fondamento anche in un'altra ragione. È vero che un club (il Manchester City di Pep Guardiola) lo avrebbe accolto a braccia aperte ma le condizioni poste dalla controparte erano state altrettanto precise. Niente strascichi legali né battaglie giudiziarie da affrontare: non era (e non è) questo il modo migliore per iniziare una nuova avventura. E quando il padre dell'argentino, Jorge, ha capito che il presidente, Josep Bartomeu, mai avrebbe permesso una cosa del genere (è a fine mandato e sarebbe stata un'onta sulla sua gestione) null'altro ha potuto suggerire al figlio di non spingersi oltre. Non adesso, non ancora.