Marino Magrin è stato un calciatore apprezzabile, tiratore dal dischetto perfetto, bravo sui calci di punizione, diligente dal punto di vista tattico ma non è mai stato fortunato. Indossò la maglia della Juventus nel periodo meno felice della ‘vecchia signora', quello con Marchesi in panchina e di una squadra un po' sbiadita dopo l'era Platini. Ne avrebbe dovuto prendere il posto, compito che sarebbe stato ingrato per chiunque e altrettanto ingiusto sarebbe stato (ed è stato) paragonarlo a "Le Roi". Non era abbastanza all'altezza per farlo e nemmeno nelle sue corde tattiche.

"Agisco preferibilmente da mezzala destra", ricordava spesso ai critici più impietosi e a quanti credevano fosse lui l'erede del francese. Per evitare che restasse schiacciato da quell'onere, per tenerlo fuori da quel cono d'ombra così imbarazzante, il tecnico fece sì che la maglia numero dieci finisse sulle spalle di Gigi De Agostini. Aveva ragione, tant'è che le due stagioni a Torino saranno avare di soddisfazioni per il calciatore che a Bergamo dà il meglio di sé in carriera.

E dev'essere per il "furore" bergamasco che nell'intervista a Sky Sport sul momento della squadra di Gasperini si lascia trascinare dall'entusiasmo e "pur restando coi piedi per terra" gongola quando afferma di voler assistere a un quarto di finale tra la "sua" Dea e il Barcellona, un avversario certamente emblematico per una qualificazione storica. Come dargli torto? Chi non sogna di vedere da vicino Messi? Tutto molto bello, davvero. L'Atalanta non è più solo una piacevole rivelazione in campionato (dove adesso è una certezza consolidata, un modello di riferimento per fare calcio, una nuova idea di fare azienda) ma anche in Europa, per fortuna in quella che conta.

È entusiasmante e grande motivo d'orgoglio che una società italiana riesca a farsi largo tra i giganti della Champions. Però, c'è qualcosa che non va nelle parole di Magrin e nell'euforia giornalistica di chi lo intervista. L'uno e l'altro dimenticano che tra il Barcellona e la qualificazione ai quarti di finale c'è un'altra formazione italiana, il Napoli, che merita un'attenzione e un rispetto differenti non la sicumera di certe affermazioni. Al San Paolo il 25 febbraio c'è l'andata degli ottavi con i blaugrana, avversario di spessore notevolmente superiore al Valencia travolto a San Siro dall'Atalanta ma per Magrin (e per il giornalista che nemmeno fa cenno alla partita) questo è un dettaglio.

Per loro il risultato è già scritto e l'esito dell'urna "scontato". Sogna i catalani e perché non CR7 e la Juventus? Sarà che non vuole fare uno sgarbo alla "vecchia signora" o sarà che, in tv come ai tempi in bianconero, si lascia tradire dall'ansia da prestazione. Non sarebbe più bello ancora per il calcio italiano auspicare che le nostre vadano avanti il più possibile e, magari, che si arrivi a una finale tutta tricolore? Ma non è (tutta) colpa di Marino, oggi come allora.