Luca Stefanini, direttore del J Medical: “Federica Brignone da noi ha imparato di nuovo a camminare”

Il J Medical è nato dalla collaborazione con la Juventus. Si tratta di una struttura aperta al pubblico specializzata in traumatologia sportiva, diagnostica, medicina specialistica e riabilitazione, rivolta sia ad atleti professionisti che a tutti i pazienti. Un centro di eccellenza situato nel cuore dell'Allianz Stadium dove la medicina sportiva d'avanguardia incontra i campioni più iconici dello sport mondiale.
In un'intervista a Fanpage il Dott. Luca Stefanini, Medico chirurgo in Medicina dello Sport e punto di riferimento della struttura nonché storico collaboratore della Juventus, è uno degli specialisti che ha seguito i percorsi di recupero di diversi atleti come Jannik Sinner (per il delicato infortunio all'anca nel 2024) e Federica Brignone (nel suo lungo ritorno dopo il grave incidente dell'aprile 2025). Con lui siamo entrati a contatto col ‘laboratorio dei miracoli', dove la tecnologia più avanzata e l'approccio multidisciplinare permettono di rimettere in piedi gli sportivi appartenenti a ogni disciplina. Analizzeremo cosa significhi curare oggi un atleta d'élite e come la scienza stia rivoluzionando i tempi di recupero.
Dottore, si dice che nel recupero di un atleta d'elite le prime 24-48 ore siano cruciali. Qual è il protocollo d'urgenza che scatta al J Medical quando un campione arriva dopo un trauma acuto?
"Tutto il percorso riabilitativo deve essere programmato fin dalle prime fasi che prevedono chiaramente la diagnosi alla quale normalmente segue un'ipotesi di prognosi, cioè di quanto l'atleta starà fermo, perché chiaramente a livello di sport professionistico è la prima domanda dello staff. Per cui è fondamentale fare subito una valutazione clinica che addirittura a volte viene fatta in campo, se parliamo di calcio".
E dopo cosa accade?
"A questo punto si passa alla parte della classica ecografia in caso di lesioni muscolari che è bene fare non nell'immediato, ma a distanza di 24-48 ore per un'accuratezza diagnostica migliore e fino a eventuali radiografie piuttosto che TAC. Una volta fatta la diagnosi, il medico definisce un protocollo di cura che prevede una gestione della fase acuta, quindi con dei trattamenti rivolti a ridurre il dolore, l'infiammazione, il gonfiore eventuale e poi un percorso riabilitativo che deve portare, per forza di cose, a quella che è una guarigione funzionale per una ripresa dell'attività sportiva".
Dalla crioterapia sistemica alla robotica per la riabilitazione, la tecnologia è fondamentale. Ma quanto conta ancora l'occhio clinico e la capacità di ‘ascoltare' il corpo dell'atleta in un percorso di cura così rapido?
"La tecnologia è un qualche cosa che ci aiuta molto nell'ambito della medicina dello sport e della traumatologia, sia in sede di trattamento o in caso di intervento chirurgico. Abbiamo a disposizione delle tecnologie che sono molto importanti, consentono di ottenere dei risultati direi non tanto in termini di rapidità di accelerazione del percorso di guarigione quanto di certezza che il percorso sia corretto e la guarigione sia perfetta".
Ma cos'è che fa la differenza per una guarigione immediata?
"Devo dire che l'elemento soggettivo di competenza del medico, ma soprattutto del fisioterapista e nel rapporto che si instaura con l'atleta sono un elemento fondamentale e imprescindibile. Il rapporto di fiducia che c'è tra staff medico e atleta è un po' il cardine del percorso realizzativo".

È successo questo anche con Jannik Sinner quanto a maggio 2024 ha scelto il J Medical per trattare il problema all'anca che lo aveva costretto al ritiro da Madrid?
"Abbiamo da sempre definito con lui, così come con altri atleti, un rapporto di fiducia spiegando quali saranno i passi da compiere e monitorare il percorso di guarigione durante tutto il il periodo. C'è proprio una una condivisione di obiettivi che solitamente sono obiettivi di breve termine, nel senso che in un percorso riabilitativo ci si pone degli step che bisogna raggiungere prima di passare allo step successivo. Questo inevitabilmente crea una relazione con l'atleta che è consapevole di quello che sta facendo, sa esattamente qual è l'obiettivo che assieme ci si propone e quindi consente di fare un viaggio condiviso verso la guarigione".
Sinner è noto per la sua disciplina ferocissima. È vero che anche durante la riabilitazione ‘interrogava' lo staff medico per capire ogni singolo dettaglio del suo trattamento?
"Diciamo che questo vale per tutti gli atleti, soprattutto gli atleti di alto livello. E fondamentale l'approccio con cui il campione si dedica al suo percorso riabilitativo, per cui l'approccio è estremamente professionale con la richiesta di chiarimenti, di spiegazioni relative a ciò che sta facendo, che è un elemento che caratterizza tutti i campioni".
Ci racconta perché la il J Medical si distingue in modo così netto rispetto agli altri tanto da diventare un centro all'avanguardia a livello mondiale?
"Il J Medical è strutturato in modo da poter offrire ai pazienti qualsiasi e ad atleti, tutta una serie di servizi che hanno come motivo finale quello di consentire la ripresa dell'attività dopo un infortunio. È un percorso di cura che parte da una diagnosi medica, eventualmente col supporto di appunto apparecchiature diagnostiche. Abbiamo due palestre dove viene fatta la riabilitazione, una vasca idroterapica dove c'è la possibilità di fare esercizi in acqua, e siamo dotati di un livello di competenza dei fisioterapisti molto alta. Si tratta di professionisti abituati a seguire atleti. Inoltre abbiamo un'area dedicata alla polispecialistica dove fanno visita medici di alto livello di altre specialità e spesso succede che l'atleta, quando viene a seguire un percorso di riabilitazione, si appoggia anche ad altri consulenti nostri per essere seguito a 360°".
C'è una cura totale dell'atleta infortunato.
"Sì, anche la parte psicologica, alla parte nutrizionale, alla possibilità di fare dei test di valutazione o fare una sorta di check-up di salute che va al di là di quello che è il l'infortunio. Chiaramente abbiamo una parte dedicata alla medicina dello sport, quindi con la possibilità di certificare l'idoneità, piuttosto che eseguire test di valutazione funzionale per definire un pochettino anche il livello di preparazione dell'atleta e conseguentemente apporre eventuali correttivi ai programmi di allenamento".

Federica Brignone ha trascorso oltre 100 giorni nella vostra struttura dopo il terribile infortunio a tibia, perone e crociato. Come si gestisce, dal punto di vista medico, un recupero così complesso per un'atleta che puntava ai Giochi di Milano-Cortina 2026?
"E sicuramente molto complesso l'approccio tra medico, fisioterapista e atleta. Non dobbiamo mai dimenticarci che ci troviamo di fronte ad un atleta che è abituato a delle prestazioni che non sono all'ordine del giorno consuete. Per esempio, nel caso di Federica, ad andare in discesa libera a 140 km/h all'ora a trovarsi in una situazione in cui il suo obiettivo è imparare di nuovo a camminare".
È stata la sfida più grande?
"L'approccio psicologico mentale dell'atleta in questo caso diventa fondamentale per indirizzare al meglio il percorso di tipo riabilitativo. In questo caso si ragiona solitamente ponendosi degli obiettivi ben chiari di breve termine: non tanto rimetterci in piedi tra 10 mesi, ma rimpariamo a camminare, poi rimpariamo a correre".
La Brignone vi ha messo in pressing per accelerare il recupero verso le Olimpiadi?
"In realtà no, il suo obiettivo era guarire e imparare di nuovo a camminare, riprendere a camminare, poi è chiaro che si crea una sorta di rapporto di fiducia e di alleanza, per cui in tutto il percorso riabilitativo non c'è mai stata questa spinta psicologica o pressione che dirsi voglia legata al ‘devo tornare'. Ma siamo andati avanti valutando ciò che si poteva fare".
Senza fretta.
"In tal senso il campione fa la differenza perché poi magari dentro di lei aveva ben chiaro l'obiettivo e tutti i suoi sforzi erano focalizzati su questo, però non è mai stato esplicitato nulla in particolare né da parte di chi l'ha seguita né da parte sua".
C’è qualche retroscena simpatico sulle giornate al J Medical tra atleti e persone normali in cura?
"Sembra sempre che parliamo di atleti che sono fuori dal mondo. In realtà gli atleti che frequentano il J Medical riescono a creare un rapporto di complicità, se vogliamo, con gli altri pazienti perché svolgono le loro attività riabilitative in spazi condivisi. Qui si crea uno stimolo reciproco da parte del paziente normale che si approccia all'atleta aiutandolo a uscire dalla sua bolla scambiandosi suggerimenti. Possiamo considerarla come una complicità quotidiana che vista da fuori a volte è anche simpatica".

E di Cristiano Ronaldo cosa l'ha maggiormente colpita? Si parla tantissimo del suo fisico perfetto e della sua cura che lo portano anche ad incorrere in pochissimi infortuni.
"Devo dire che quello che è l'aspetto professionale, quindi la professionalità e l'attenzione ai dettagli mi hanno sicuramente stupito. Nel caso suo sinceramente non ricordo atleti con un livello di professionalità, attenzione e cura dei dettagli legati al proprio benessere, alla propria attenzione verso gli allenamenti come ha tutt'ora lui. Non è un caso che alla sua età sia ancora performante ad alto livello".
In che senso?
"È sempre il frutto del lavoro, dell'attenzione, della preparazione, della cura dei dettagli, ciò che fa la differenza tra l'atleta e il non atleta, il campione e il non campione, oltre che chiaramente una componente genetica anche perché non dimentichiamoci che quella è una dote sicuramente importante, ma non è la sola".
Milik è da classificare con un caso a parte? Cosa gli è successo?
"L'ultimo infortunio subito è di tipo muscolare, indipendente dalla sua situazione. Io dico sempre che al di là del singolo soggetto esistono, in letteratura scientifica, nel calcio, ma nello sport in generale, dei fattori di rischio. Alcuni sono fattori di rischio intrinseci del calciatore.
Banalmente, mi vien da citare l'età, è un fattore di rischio e gli atleti con qualche anno in più si fanno più frequentemente male rispetto ai giovani".
Gli infortuni pregressi sono stati decisivi?
"Sono un fattore di rischio, chi ha avuto infortuni in passato che interessano anche articolazioni, interventi chirurgici, è chiaro che è più a rischio rispetto ad altri. Ovviamente un altro elemento di rischio è la metodologia di allenamento, come ci si allena, ma non è il caso di Milik. Poi ci sono fattori esterni all'atleta come il calendario di gare particolarmente fitto o la filosofia del club".
Ci spieghi.
"Faccio un esempio, se gioco nella Juventus che ha pressioni per vincere, per cercare di performare il più possibile, come giusto che sia, chiaramente l'intensità degli allenamenti è maggiore, la pressione è maggiore e quindi rischio di farmi più male rispetto a una società, un club che magari non ha ambizioni così alte. Anche questi non sono elementi intrinseci del calciatore. In sintesi, ci sono alcuni calciatori che sono più predisposti ad avere delle problematiche, magari in una determinata fase della sua carriera, rispetto ad altri. Milik però si è dimostrato un professionista esemplare, non ha mai voluto affrettare".