Lo psicologo Pazzona: “Il cognome De Bruyne è niente rispetto alla maglia del Napoli. Guardate l’esempio di Pinsoglio”

Immagine
Il faccia a faccia molto duro tra Kevin De Bruyne e Lorenzo Lucca a Oporto.
Fanpage.it ha chiesto a uno psicologo dello sport di leggere la situazione esplosiva all’interno del Napoli. E nell’intervista sottolinea: “Tutte le persone che si trovano lì dentro devono mettere il club e la sua storia davanti a tutto”.
Intervista a Dott. Riccardo Pazzona
Psicologo dello Sport, lavora con atleti e atlete di alto livello in diversi contesti sportivi, collaborando con club di primo piano e squadre nazionali. È professore di Psicologia dello sport presso l'Università degli Studi di Cagliari.

"Il cognome non è niente rispetto allo stemma che si porta davanti. E la maglia del Napoli viene prima di tutto". Lo dice Riccardo Pazzona, psicologo dello sport, nell'intervista a Fanpage.it quando riflette sulla crisi degli azzurri. E lo afferma come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Che poi, forse, lo è. A Oporto De Bruyne litiga con Lucca davanti a tutti. E Lucca lo prende a parolacce. In diretta, senza neanche provare a nasconderlo. Poi Hojlund va in tv e dice che non è d'accordo con Allegri. Politano manda un messaggio a "qualche straniero" che non ci mette la faccia. E McTominay sostiene l'opposto: guardiamoci dentro. Quattro versioni diverse. Della stessa squadra, in teoria. Se le prendi una per una, sembrano episodi in capo a una serata storta e nervosa. Se le metti insieme dicono che il Napoli non ha solo un problema di risultati. Ne ha uno più profondo di coesione nello spogliatoio, ruoli che non vengono riconosciuti. De Bruyne è il caso più evidente per capirlo. Non è la causa, sia chiaro. E questo non è un processo al belga: la storia del litigio con Lucca è solo il momento in cui è scoppiato tutto in pubblico. La questione vera è un'altra. Ed è quella di cui abbiamo discusso col dottor Pazzona. Cosa succede quando una società non riesce a costruire un ambiente dove campioni, nuovi acquisti e giocatori storici si riconoscono in un'identità collettiva? In sintesi: non sono una squadra. E poi c'è la società. Che da anni chiede all'allenatore di compensare, tenere insieme, dare una direzione. Conte lo faceva con il carisma. Allegri prova a farlo in un altro modo. Ma se ogni volta deve essere l'allenatore a tappare i buchi, cosa resta in piedi quando l'allenatore non basta più? Niente. O quasi niente. Ed è lì che Pazzona alla fine torna. Con una frase che è anche la chiave di tutto.

Partiamo dalla crisi. È un problema di appartenenza?
"Più che appartenenza in senso stretto diciamo che possiamo parlare di coesione. E lì sì, lì c'è qualche criticità".

Di che coesione parliamo?
"Di due coesioni. Quella tecnica e quella sociale. Il Napoli negli ultimi anni ha cambiato calciatori, ha cambiato allenatori, ha dovuto anche rivedere in alcune situazioni gli obiettivi. Quest'anno sono state fatte delle scelte di un determinato tipo sia da un punto di vista tecnico sia tattico. Sono state create determinate aspettative. E arrivati alla decima giornata la distanza dagli obiettivi prefissati è piuttosto elevata".

E questo cosa fa alla squadra?
"Impattata sulla coesione. Sia sulla coesione tecnica, quindi sull'alchimia che si dovrebbe vedere in campo. Sia sulla coesione sociale. Perché poi è nei momenti di difficoltà che se non sei molto compatto ti perdi. Ti metti un po' contro. Hai delle frizioni interne".

È quello che abbiamo visto a Oporto?
"È un po' quello che è emerso, no? C'è stato il diverbio in campo, ma poi ci sono state anche delle posizioni contrastanti nelle dichiarazioni post gara. Che fanno capire che l'ambiente in questo momento non è particolarmente coeso. E che rispetto alle stesse situazioni ha letture piuttosto differenti".

Immagine
De Bruyne abbraccia McTominay dopo il gol del pareggio in Champions.

Ogni volta si affida tutto a una figura carismatica: prima Conte, ora Allegri. È così che si alimenta la mancanza di coesione?
"Assolutamente. La rende sicuramente più complessa. Nel momento in cui l'allenatore, quindi colui che è chiamato a guidare, viene cambiato, cambiano anche gli equilibri interni. Cambiano le richieste".

Perché?
"Le richieste che faceva Conte rispetto a quelle di Allegri sono differenti. E quindi ci vuole del tempo per metabolizzarle. Ci vuole anche grande disponibilità dei calciatori. Parlo di richieste soprattutto legate a questioni tecnico-tattiche, perché hanno delle proposte di gioco e dei principi che non sono equivalenti. E pertanto quando hai a che fare con campioni che sono abituati a giocare in un determinato modo, magari fanno un po' più fatica ad adattarsi".

La barra a dritta della società quanto conta?
"Il modo di affrontare la situazione della società in questo momento è assolutamente funzionale. In questi casi occorre fare quadrato e cercare di rimanere il più compatti possibile. Chiudersi e prendersi dei momenti è fondamentale".

Per esempio: il ritiro?
"Esatto. Il ritiro sotto questo punto di vista può essere sicuramente un momento funzionale per confrontarsi. Se necessario anche per scontrarsi. Per poi uscire tutti nella stessa barca e remare nella stessa direzione. In queste situazioni i giocatori sono particolarmente focalizzati sul campo e sullo staff tecnico".

Passiamo a De Bruyne. Sbuffa, sbraccia, poi si isola. Una volta sostituito è andato in panchina, testa sotto il cappotto, senza parlare con nessuno. Che leader è?
"Diciamo che sicuramente è un leader. È un leader sicuramente tecnico".

Un leader che non viene riconosciuto o che non riesce a esserlo?
"È un leader tecnico. E su quello non ci sono dubbi. Ma… è sempre meglio che certe cose si chiariscano nel chiuso dello spogliatoio. Poi c'è un altro fattore: non so in questo momento quanti riesca a essere compreso con facilità. Cioè, non so se tutti lì dentro si capiscono. Hanno banalmente la necessità di un traduttore. Che può sembrare una cosa banale, ma banale non è".

Si può essere leader tecnico senza essere leader emotivo?
"Assolutamente sì. Ci sono tantissimi casi di calciatori che da un punto di vista tecnico sono dei grandissimi leader, poi magari da un punto di vista più socio emotivo ci sono altre persone che hanno un ruolo più rilevante".

Un esempio?
"Il terzo portiere della Juventus, Pinsoglio, è un leader socio emotivo, ma non è un leader in ambito tecnico. Un calciatore come Messi è un leader tecnico. Ma da un punto di vista socio emotivo magari ci possono essere dei calciatori che fanno qualcosa in più per facilitare la coesione della squadra".

Immagine
Matteo Politano ha usato toni polemici nei confronti di alcuni compagni.

A Oporto lui e Lucca se ne sono dette di tutti i colori. Brutto spettacolo.
"Purtroppo sono cose che capitano. E fanno capire che probabilmente c'è necessità di prendersi un momento per confrontarsi. Ma non in campo. Perché poi lo spogliatoio sa che quello che succede dentro lo spogliatoio. E lì dovrebbe restare. Perché in questo momento è necessario che la squadra sia allineata per affrontare il resto del campionato".

Tutto davanti alle telecamere.
"Sarebbe stato meglio evitare anzitutto in termini di immagine. Questo denota però il nervosismo che c'è, ovviamente. È chiaro. Quando i risultati non vanno è normale che vengano fuori criticità di questo tipo".

Al City era al centro del progetto. A Napoli entra in un gruppo che ha già vinto due scudetti. E Allegri lo mette da regista basso, lui si vede più vicino alle punte.
"De Bruyne è passato da un campionato inglese, che ha naturalmente una sua cultura, al campionato italiano che ne ha una completamente differente. E peraltro anche con un'età che avanza. E quindi sotto questo punto di vista probabilmente qualche difficoltà nell'adattarsi c'è stata".

C'entra anche il cambio di ruolo?
"E poi anche il fatto di aver cambiato più volte posizione, di aver cambiato allenatori che stanno cercando la collocazione più funzionale per lui, può metterlo sicuramente in una condizione di difficoltà. Va da sé che poi il compito di qualsiasi tecnico, ma di qualsiasi professionista che deve lavorare al supporto di un calciatore, è quello di metterlo nelle condizioni migliori per esprimersi".

C'è chi lo definisce bambino viziato. Chi presuntuoso. Chi ospite, corpo estraneo. Ci crede?
"Diciamo che queste tipologie di etichette che molte volte vengono attribuite ai calciatori lasciano un po' il tempo che trovano. De Bruyne anche con il Napoli ha dimostrato in determinati momenti di essere un calciatore di valore. Con la sua personalità, con la sua storia".

Immagine
McTominay ha richiamato tutta la squadra al senso di responsabilità.

E ora che succede?
"Serve un momento di confronto vero dove ci si dice quello che ci si deve dire. E si trovano soluzioni. Non soluzioni personali ma soluzioni collettive. Perché il cognome Lucca o il cognome De Bruyne non è niente rispetto allo stemma che si porta sul petto. Che è lo stemma del Napoli. Che ha una storia, che ha un valore, che ha dei valori che devono essere rispettati e devono andare al di sopra di qualsiasi cosa personale".

E Lucca? Pagato tanto, pressione addosso. Non era la prima scelta di Conte, è finito dietro anche con Allegri. Giocare per non sbagliare quanto pesa?
"Da un punto di vista personale non si vive bene. Perché non si riesce a esprimere al massimo. È un bel peso da portare. Poi è un attaccante. E nel suo caso è anche peggio. Perché per un attaccante il gol è tutto. E se non arriva…"

Allegri dice "70 minuti buoni". Hojlund in tv: non sono d'accordo. Due versioni della stessa partita. Anche qui: non una bella figura.
"Sì, è un segnale tosto che probabilmente poteva essere evitato. Perché naturalmente poi si dà una certa immagine all'esterno, si mostrano all'esterno delle crepe. E questo alimenta ulteriori pressioni che rendo la situazione più complessa e pesante da gestire".

Come si evita?
"Sarebbe meglio cercare di limitare le dichiarazioni dopo la partita. E magari decidere prima versioni che siano concordate per preservare il benessere della squadra. Perché quando vengono fuori criticità di questo tipo stai facendo vedere che la squadra in quel momento ha visioni contrastanti. Per il futuro sicuramente attenzionare in maniera più oculata queste situazioni può essere funzionale".

Politano dice: vorrei che qualche straniero ci mettesse la faccia.
"Sì, al di là del calciatore a cui si stava riferendo sarebbe sempre preferibile gestire queste cose internamente. C'è il detto, i panni sporchi si lavano in casa".

McTominay invece dice il contrario. Niente alibi, guardiamoci dentro. La leadership vera è questa?
"Assolutamente. Il suo discorso richiama molto il concetto di responsabilità personale. La partita non è andata come ce l'aspettavamo, torniamo a casa, ognuno rifletta su cosa effettivamente poteva fare meglio".

E poi?
"Dopodiché rivediamoci insieme e continuiamo a lavorare insieme per crescere. E partire da questa sconfitta e cercare di far funzionare ciò che oggi magari non ha funzionato per il verso giusto. La sua è stata una visione molto matura".

Conte trascinava. Allegri gestisce. Una squadra abituata a essere trascinata va in difficoltà se cambia leadership?
"Sicuramente avere un cambio di leadership così radicale può mettere in difficoltà soprattutto nel primo periodo. Perché magari l'altra tipologia di leadership poteva essere più funzionale per determinati calciatori. Allegri, però, è un grandissimo allenatore, ha una storia importantissima. E nell'ambito della gestione della squadra è uno dei migliori. Credo che sia uno degli allenatori più adatti per uscire da un momento di difficoltà".

Immagine
Le parole di Hojlund dopo la partita hanno fatto rumore per il dissenso con Allegri.

E se ogni volta deve essere l'allenatore a tappare i buchi non si crea dipendenza da carisma?
"Diciamo che all'interno di un club dobbiamo c'è da fare una distinzione tra team di successo e club di successo".

Ci spieghi.
"Il team di successo sta all'interno di quella rosa che poi riesce a raggiungere i risultati che tutti sperano. In un club di successo ci sono tutta una serie di figure che stanno nelle retrovie e che nella loro cooperazione permettono al team di raggiungere i risultati. Quindi se da questo punto di vista c'è qualche mancanza, è bene che si cerchi di dare una maggiore struttura. L'allenatore deve allenare, non si deve occupare di altro".

Cosa succede ai giocatori quando la struttura non c'è?
"Confusione. Quando manca la struttura si generano tutta una serie di potenziali incertezze che possono, giocoforza, creare confusione. Confusione da un punto di vista di direzione. Qual è? Dove vogliamo arrivare? Non solo in questa stagione, ma in termini di progettualità. Questa è una prima criticità".

E poi?
"C'è una difficoltà a capire quali sono i valori che devono guidare quella squadra, quel club".

Da dove si riparte?
"Io partirei dallo stemma del Napoli. Che ha una storia che va ricordata e che va tutelata. Ricorderei a tutte le persone che entrano lì dentro e che vestono una maglia, un polo, una t-shirt, hanno un logo addosso, che quel logo, quella storia, quel marchio viene prima di tutto. Tutte le persone che si trovano lì dentro devono mettere il Napoli davanti a tutto. Da quel momento chi decide di restare all'interno dello spogliatoio deve fare il bene del Napoli. Ed essere allineato da un punto di vista tecnico, da un punto di vista socio emotivo, per raggiungere i risultati che il Napoli si è prefisso".

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra il paziente ed il proprio medico.
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views