Nella lite tra Allegri e De Bruyne a Villarreal c’è il più grande equivoco del Napoli
La lite tra Massimiliano Allegri e Kevin De Bruyne a Villarreal nasconde il più grande equivoco per il Napoli. Lo hanno preso per fare il 10, ruolo che si sente cucito addosso, ma gli chiedono di fare Andrea Pirlo. Ed è esattamente quello che sta succedendo in azzurro da quando è arrivato dopo aver chiuso l'esperienza al Manchester City. E la scena in Champions, il tecnico che urla "Kevin! Kevin!" e lui non si gira – lo racconta meglio di qualsiasi analisi tattica. Da Antonio Conte al tecnico livornese cambia solo il modo in cui gli viene detto. Quel modo di stare in campo, però, non gli piace. E oltre ai nervi, saltano pure gli equilibri.
A Villarreal è esplosa un'idea tattica che non s'incastra
"Non ci siamo capiti". Massimiliano Allegri ha liquidato così l'argomento, aggirando le osservazioni più scomode sulla insofferenza palese mostrata dal calciatore (anche) nei confronti dei compagni di squadra. È nella seconda parte della sua spiegazione che c'è la sintesi perfetta di come il colpo più grande voluto da Aurelio De Laurentiis adesso sia diventato il problema più grande. "Gli ho detto di andare in mezzo ai due perché ha più tecnica di McTominay, che invece è più bravo davanti". Più chiaro di così? Vuole il belga basso a costruire e lo scozzese alto ad attaccare l'area.
Lo stesso concetto che aveva espresso dopo la vittoria (3-0) col Frosinone, quando De Bruyne da play aveva fatto doppietta. "Se si mette a fare il play diventa ancora più bravo e potrebbe allungare la carriera di un paio d'anni. Anche se lui preferisce divertirsi davanti". Non è una critica. È un progetto alla Pirlo, solo che De Bruyne non vuole diventarlo. S'immagina in un'altra porzione di campo, a fare altro.
Da Conte ad Allegri cambia il tono, ma non la sostanza
La sensazione che il Napoli si sia incartato sulla collocazione tattica di De Bruyne e sulla possibile coesistenza con McTominay si trascina da un anno. Conte lo gestiva così: "patti chiari, amicizia lunga" o ancora "era l'unica sostituzione che potevo fare". Lui ha definito lo stile di gioco adottato dall'ex allenatore eccessivamente prudente e privo di divertimento ("non giriamoci intorno, èuna visione di calcio molto diversa dalla mia"). Ha criticato la scelta del modulo (il 5-4-1) e il baricentro troppo basso ("non sono mai riuscito a giocare nel mio ruolo abituale"), sottolineando che "segnare un solo gol a partita e difendere non è un granché".
Poi c'era il feeling mai scoccato con un tecnico "molto rigido, più focalizzato sul rapporto professionale. Però non puoi legare con tutti nella carriera". Con Allegri è cambiato tutto sul piano umano. De Bruyne lo ha detto chiaramente: "È più sciolto w cura di più il legame personale". Ma sul campo finisce col chiedergli la stessa cosa. E il belga risponde allo stesso modo: "Sono sempre stato un numero 8 o un numero 10" o ancora "Lo stile di gioco di Van Bommel (ct del Belgio, ndr) mi si addice di più".
L'equivoco del Napoli: ha preso un regista ma gli chiede un altro mestiere
De Bruyne era il calciatore simbolo, quello che nelle intenzioni avrebbe dovuto far sognare il Maradona. Almeno questo era il copione che aveva in mente il presidente-produttore. In campo le cose sono andate diversamente e a lui è stato chiesto di recitare un ruolo diverso: con Conte per coprire, con Allegri per dare più geometria. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Kevin che a Villarreal prende voti brutti in pagella (come quasi tutta la squadra) e che invece con il Belgio si esalta perché gioca tra le linee, nei mezzi spazi. Dove si sente pienamente se stesso.
Fino a quando il Napoli non decide se vuole allungare la carriera di De Bruyne oppure vincere le partite di De Bruyne, resterà in un cul de sac come da oltre un anno. E ogni urlo "Kevin!, Kevin!" sarà sempre accompagnato da un diplomatico "non ci siamo capiti" a scandire il più grande equivoco dei partenopei.