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Mondiali di calcio 2026

La lezione di Capo Verde all’arroganza italiana sulle ‘piccole’: non riconosciamo più la magia del calcio e dei Mondiali

Da mesi in Italia si critica la presenza di tante ‘piccole’ ai Mondiali 2026 in virtù dell’allargamento a 48 squadre ma il nostro fallimento non c’entra nulla con le imprese di Capo Verde o la storia di Curaçao. Il vero ‘nemico’ è la geopolitica d’ufficio della FIFA.
La formazione di Capo Verde scesa in campo contro l’Argentina.
La formazione di Capo Verde scesa in campo contro l’Argentina.
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C’è qualcosa di profondamente patetico, per non dire grottesco, nel fegato amaro che è stato riversato sui media e su social durante la prima fase di questa elefantiaca Coppa del Mondo 2026. Sentire le critiche davanti a nazionali come Capo Verde o Curaçao, che vomitavano il solito ritornello stantio ("Noi a casa a guardare il soffitto e questi scappati di casa al Mondiale, che vergogna!") dà l’esatta misura del nostro analfabetismo in materia di ‘cultura sportiva‘.

Parliamoci chiaramente, senza filtri e senza la pretesa di fare sconti a nessuno: chi ha usato la presenza di queste piccole realtà per alimentare il proprio livore, dimostra di avere la testa vuota e il cuore pieno di veleno. La verità che nessuno ha il coraggio di ammettere è che l'Italia non è stata "scippata" da Capo Verde o da Curaçao. La selezione azzurra è stata eliminata tra la presunzione e un declino strutturale che dura da anni. Pretendere che il resto del pianeta si fermi a piangere sulle nostre macerie, o che i Mondiali debbano essere riservati per diritto divino a chi ha quattro stelle sul petto è pura follia egoriferita.

L’Italia in una delle ultime uscite ufficiali.
L’Italia in una delle ultime uscite ufficiali.

La lezione di dignità delle "piccole" che tanti in Italia non vogliono capire

Mentre in Italia si faceva ironia da bar sul valore di questi ragazzi eccezionali, il campo, che resta l'unico giudice supremo, raccontava una storia completamente diversa. Capo Verde è andato a un passo da quella che sarebbe stata la più grande, epica e clamorosa impresa della storia dei Mondiali, costringendo l'Argentina a sputare sangue fino all'ultimo secondo. Questi "intrusi", come li hanno definiti i nostalgici del calcio che fu, sono rimasti imbattuti nei tempi regolamentari contro Spagna, Uruguay e i campioni in carica della Seleccìon di Messi.

Un’azione di Argentina–Capo Verde.
Un’azione di Argentina–Capo Verde.

Hanno mostrato un'organizzazione, hanno messo sul campo un cuore e una dignità sportiva che la nostra Nazionale ha smarrito da tempo e chi ha passato le serate a sghignazzare sui nomi dei giocatori di Curaçao o sulle dimensioni geografiche di Capo Verde ha ricevuto una lezione magistrale di calcio e di vita.

Ma l'autocritica, si sa, è un esercizio troppo complesso per chi vive di presunzione e risentimento. È molto più facile dare la colpa al "sistema" piuttosto che guardarsi allo specchio e ammettere che, oggi, quelle Cenerentole corrono il doppio di noi, hanno più fame di noi e, soprattutto, onorano il gioco.

Il vero ‘nemico’ non è Capo Verde, ma la geopolitica d’ufficio della FIFA

Se proprio dobbiamo incazzarci, ed è sacrosanto farlo, allora dobbiamo indirizzare la rabbia verso l'alto, non verso il basso. Il problema di questo Mondiale non sono le storie come quella di Capo Verde, che da sempre costituiscono l'essenza e la magia della Coppa del Mondo: il vero problema è il cinismo burocratico di Zurigo e di Gianni Infantino.

L’allargamento a 48 squadre è stato spacciato come l'avvento della ‘democrazia pallonara’, ma si è rivelato un mostruoso meccanismo di redistribuzione elettorale che penalizza l'Europa e fa parte di un gioco politico sempre più chiaro. Ed è qui che la protesta italiana ed europea diventa legittima.

La Coppa del Mondo.
La Coppa del Mondo.

È sacrosanto denunciare i criteri FIFA come profondamente ingiusti e penalizzanti per la UEFA ed è sacrosanto pretendere che il Mondiale sia il torneo dei migliori e non una fiera campionaria della ‘geopolitica d'ufficio' ma tutto questo non ha nulla a che fare con il fango gettato dalle nostre parti su Capo Verde o Curaçao.

Loro hanno conquistato il loro sogno sul campo, sudando ogni singolo centimetro di erba. Noi, invece, il Mondiale lo abbiamo perso prima ai gironi, con la Norvegia che ci ha asfaltato ("Ma se dobbiamo avere paura della Norvegia allora stiamo a casa”); e poi ai playoff per la supponenza e la pigrizia di un movimento che preferisce commentare e criticare dal divano, autocelebrarsi e guardarsi allo specchio senza mai rifondarsi davvero.

Chi non capisce la differenza tra la sacrosanta battaglia politica contro la  geopolitica della FIFA e il misero insulto verso chi ce l'ha fatta, semplicemente non merita la magia del calcio e la magia della Coppa del Mondo. 

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Periodista, collaboro con la pagina sportiva di Fanpage.it. Appassionato di Sport, Comunicazione e Politica, lucano amaro, credo che dietro ogni persona ci sia una storia che vale la pena ascoltare. Sono contrario all'opinionismo emozionale.
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