Zlatan Ibrahimovic nel cognome le sue origini slave, bosniache e croate. Porta nel suo cognome, l'integrazione razziale iniziata sul finire degli anni 60 e continuata in una serie di alti e bassi, tra lotte e rivolte e mai definitivamente avvenuta. Porta nel suo cognome le contraddizioni di Rosengard, il quartiere ghetto di Malmoe, fucina di etnie diverse, babele di lingue e di culture, assembrate in una zona della città che mai riuscirà negli anni ad innalzarsi oltre il ghetto. E porta nel suo cognome anche la stessa degradazione di quelle case e di quelle vie e le umilissime origini in cui ha dovuto crescere e formarsi, come uomo prima e come atleta poi.

Zlatan Ibrahimovic è tutto questo, e la sua storia è una storia che nasce nei sobborghi svedesi da due genitori immigrati, papà Sefik e mamma Jurka che si separeranno qualche anno più tardi, lasciando in balia degli eventi i figli, Sapko, Aleksander,  Sanela, Violeta e Monika e il piccolo Zlatan di 2 anni appena. Infanzia difficile, gioventù vissuta tra qualche furto nei magazzini della zona e di biciclette per andare agli allenamenti, la poca voglia di studiare e il sogno di poter giocare a calcio per lasciare un giorno Rosengard. Per scrollarsi l'anonimato di dosso, per riscattare il proprio io, in una lotta quotidiana sin dalla gioventù.

"Dopo la separazione con mamma, sono cresciuto con mio papà. Lavorava tanto per permetterci di vivere. Il nostro frigorifero non era mai pieno, non avevamo tanto da mangiare ma faceva di tutto per darci le alternative giuste. Se non avevo soldi per andare agli allenamenti me li dava lui e non pagava l'affitto del mese".

Ibrahimovic ci prova una prima volta con la maglia della squadra del suo quartiere, senza sbocchi. Ma il giovane Zlatan non molla: "Dovevo dimostrare sempre tutto, dovevo lavorare 10 volte in più degli altri, dovevo essere sempre il migliore agli occhi altrui per essere notato". Passa così al FBK Balkan, un club fondato e gestito da immigrati jugoslavi. Si destreggia, impone il proprio fisico già possente, segna gol a valanga e gioca con i ragazzi più grandi, ma tutti gli indicano un'altra via: quella del basket, per il calcio è scoordinato e poco incline.

E' però già in età giovanile che Zlatan tempra il proprio carattere, l'orgoglio e l'ego che lo accompagneranno per sempre, indicandogli la giusta via da seguire: non ascolta nessuno, lui vuole giocare a calcio e per farlo meglio si appassiona alle arti marziali che gli permettono di guadagnare in elasticità e coordinazione. E' una prima svolta: Zlatan mette fuori la faccia dal ghetto di Rosengard nel 1995. A 14 anni entra nelle giovanili del Malmoe e 4 anni più tardi, appena maggiorenne esordisce in prima squadra.

E' la svolta. Mentre cresce nel Malmoe, il cognome Ibrahimovic inizia a circolare anche nelle giovanili della nazionale svedese: Under 18, poi Under 21. Intanto gioca, segna, si impone fisicamente e di carattere a tal punto che tutti incominciano a familiarizzare con quello strano cognome di origini slave ma di nazionalità svedese. Tanto che ‘Don Balon‘ lo inserirà nel 2000 tra le 100 promesse del calcio internazionale.

Perché Zlatan Ibrahimovic incarna in tutto e per tutto la miscellanea culturale della seconda metà del XIX secolo: figlio di immigrati, con un nome slavo sulle spalle ma di nazionalità svedese, che ama i brasiliani. Sì, perché il primo amore calcistico cui si ispirerà Ibra non sarà la Svezia terza ai Mondiali 1994. E' il Brasile di Romario, la Seleçao di Ronaldo, il calcio bailado, fatto di gioia, allegria, fantasia.

Tutto ciò che manca nel grigio di Rosengard e che gli darà la forza di uscire dal ghetto di Malmoe. Ibrahimovic oggi è infatti colui che ce l'ha fatta, rappresenta la possibilità di riuscire nei propri sogni. A Rosengard resterà sempre legato e non solo per uno dei suoi aforismi più famosi, ma perché è in quegli anni che ha limato giorno dopo giorno il proprio carattere. E a Rosengard ci ritornerà, anche se il quartiere vivrà per sempre un rapporto conflittuale con Zlatan tra eroe da imitare a traditore delle sue origini. Comprerà una villa, in cui andrà però pochissimo, ristrutturerà il campetto da calcio dove era solito passare i pomeriggi, lascerà che si porrà una sua statua.

Qui c’è il mio cuore. Qui c’è la mia storia. Qui c’è il mio gioco. Portalo avanti. Zlatan

Nella vita di Zlatan due donne saranno sempre un punto di riferimento: mamma Jurka ed Helena, sua moglie. Due figure femminili che lo hanno accompagnato, la prima in gioventù la seconda in età matura. "Se sono quel che sono è perché sono stato cresciuto da una donna forte, mia madre. Me le dava di santa ragione ogni volta che sbagliavo: ero sempre attivo, facevo casino, mangiavo tanto, non stavo mai fermo. Lei ha sempre lavorato, ci ha cresciuti da soli, doveva fare delle scelte e le ha sempre fatte per il nostro bene". E poi Helena, prima sua manager e compagna  poi sua moglie. Più grande di Zlatan di 10 anni, Helena Seger sta con Ibra dal 2001 e dalla relazione sono nati i due figli Maximilian e Vincent. Una figura forte, nella quotidianità di Ibra, capace di gestirne la vita privata in punta di piedi ma sempre presente, tanto da lasciare ogni occupazione per seguire la famiglia di persona.

Sul fronte sportivo, iniziano i primi successi personali e una lenta ma inesorabile affermazione. Mentre gioca ancora al Malmoe, il giovane Ibra viene conteso tra grandi club, c'è l'Arsenal di Wenger e l'Ajax di Beenhakker. I londinesi gli proporranno un provino per testarlo, facendogli arrivare una maglia dei Gunners in segno di stima: "Zlatan non fa provini" è la risposta del giovane Ibra che poi nella sua biografia scriverà "era un modo per fare capire che non avevo debolezze". Alla fine Zlatan andrà in Olanda, all'Ajax per 80 corone (circa 9 milioni di euro) e incontrerà un uomo che gli cambierà la vita, Mino Raiola.

"Sembrava uno dei Soprano, una pancia enorme. Si presentò in jeans e t-shirt e io mi aspettavo un uomo elegante". Il giovane Raiola però ha un fiuto inconfondibile per gli affari e individua in Zlatan l'assistito perfetto, in un sodalizio che a distanza di 15 anni dura ancora come fosse il primo giorno. "Tutti lo adulavano, io lo insultavo, gli dicevo ciò che pensavo e che era un meraviglioso ciccione idiota" scriverà più tardi per colui che resta nella vita sportiva di Zlatan un secondo padre. E con Raiola scatta la scintilla: tutti vogliono Zlatan.

Il resto è storia recente: gli scudetti nella Juventus di Moggi con Capello, il passaggio all'Inter del post Calciopoli, la ‘pausa' nel Barcellona di Guardiola – forse il suo unico vero errore in carriera – il passaggio al Milan. Quindi l'avventura internazionale che lo vede prima conquistare la Francia con il PSG, poi il passaggio in Premier al Manchester United di Mourihno e – dopo il terribile infortunio – la conquista dell'America con i LA Galaxy. Nel mezzo, scudetti, coppe nazionali, record personali, e tanti tanti gol, quasi quanti gli aneddoti che accompagnano la carriera di Ibra tra risse, provocazioni, confronti a muso duro. Perché "puoi tirare fuori il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo". Anche a 40 anni.