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Jadid: “A 5 anni lasciai il Marocco per ritrovare mio padre in Italia, sono finito a giocare con Baggio”

Dal Marocco all’Italia, dall’infanzia segnata dal distacco alla magia dello spogliatoio con Baggio: Jadid racconta a Fanpage.it il suo viaggio nel calcio. L’ex centrocampista parla anche del futuro da allenatore, degli insegnamenti di Conte, Sarri e delle nuove idee di gioco.
Jadid e Roberto Baggio al Brescia.
Jadid e Roberto Baggio al Brescia.

Ci sono storie che iniziano lontano dai riflettori, tra sacrifici, cambiamenti e sogni coltivati giorno dopo giorno. Quella di Jadid parte dal Marocco, dai nonni e dagli affetti lasciati alle spalle per seguire il padre in Italia, fino a trasformarsi in un viaggio nel calcio dei grandi palcoscenici. A Brescia ha trovato la sua casa, crescendo nella Voluntas di Roberto Clerici e arrivando giovanissimo in una squadra capace di riunire campioni come Roberto Baggio, Pep Guardiola e Carlo Mazzone.

Un'esperienza unica, vissuta accanto a un fuoriclasse che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento umano prima ancora che tecnico. Dopo una carriera tra Serie A, Serie B ed esperienze internazionali, Jadid ha scelto una nuova sfida: diventare allenatore. A Fanpage.it racconta la sua voglia trasmettere ai giovani tutto ciò che il calcio gli ha insegnato: sacrificio, identità e passione.

Jadid, partiamo dai Mondiali appena conclusi. Come li ha visti e cosa l’ha colpita maggiormente?
"Mi sono piaciuti molto. Ho visto che alcune nazionali hanno portato un'idea di gioco precisa, una vera identità. È una cosa insolita per le selezioni, perché spesso si tendeva ad affidarsi soprattutto al singolo. Invece oggi vedo squadre organizzate, con una struttura ben riconoscibile. Penso alla Norvegia, al Marocco, al Giappone, alla Spagna e in alcune situazioni anche all'Argentina. Sono squadre che hanno un modo chiaro di stare in campo".

Jadid in azione con la maglia del Brescia Calcio.
Jadid in azione con la maglia del Brescia Calcio.

Il Marocco è una delle realtà che più ha sorpreso negli ultimi anni. Che impressione le ha fatto?
"Mi è piaciuto tanto. Ha dato speranza a un popolo che per tanto tempo era abituato a non superare certi limiti. Negli ultimi anni ha fatto progressi esponenziali. Non è una sorpresa arrivata dal nulla, perché già al Mondiale precedente aveva raggiunto un risultato storico, ma oggi si vede un percorso costruito nel tempo. Ci sono giocatori incredibili e una generazione molto forte".

In questo Mondiale si è parlato molto dei calciatori nati in Europa che scelgono di rappresentare la nazionale dei propri genitori. Lei ha vissuto un percorso non simile ma può capire questa scelta: come la interpreta?
"Io personalmente sono nato in Marocco, poi ho fatto tutta la trafila giovanile in Italia. Da ragazzo ho fatto anche parte delle selezioni italiane Under 14 e Under 15. Secondo me è una scelta personale. Bisogna rappresentare quello che si sente dentro. Prendiamo il caso di Lamine Yamal: poteva scegliere il Marocco, ma ha scelto la Spagna perché si sente parte di quella nazione. È una decisione giusta. Allo stesso modo è giusto chi decide di rappresentare il paese dei propri genitori. Alla fine conta il sentimento che una persona ha dentro".

Oggi è ancora dentro il mondo del calcio?
"Sì, sono allenatore. Ho appena completato il percorso UEFA al Centro Tecnico di Coverciano e l'anno prossimo guiderò la Primavera del Lumezzane in Serie C. È quello che voglio fare nella vita: trasferire il mio vissuto, portare un metodo e un'idea chiara. Voglio allenare squadre propositive, che cerchino di dominare e controllare il gioco".

Jadid con la maglia del Bari.
Jadid con la maglia del Bari.

Vorrei tornare un attimo alla sua infanzia. Ho studiato un po’ il suo percorso e ho capito che suo padre arrivò prima di lei in Italia. Che ricordo ha di quel periodo?
"La figura di mio padre me la ricordo dai 5-6 anni in avanti. Prima ho vissuto con i miei nonni e i miei zii, perché lui era in Italia per lavoro. Quando sono arrivato in Italia ho iniziato a focalizzare sempre di più la sua figura. Ricordo soprattutto il momento in cui salutai i miei nonni prima di prendere l'aereo per Roma. Fu un momento particolare. All'aeroporto ho iniziato a rendermi conto sempre di più della presenza di mio padre. Poi il viaggio verso Roma e successivamente Brescia è stato l'inizio di una nuova vita. Prima di quel momento non avevo vissuto un distacco pesante, perché ero cresciuto in una famiglia numerosa, circondato dai miei nonni e dai miei zii".

A Brescia ha trovato subito il calcio. Era qualcosa che sentiva già da bambino?
"Sì, era qualcosa che avevo dentro. Sono quelle cose con cui nasci. C'è sicuramente una componente genetica, ma anche tanta passione. Quando sono arrivato in Italia, a sei anni, sono stato subito selezionato dal Brescia e ho iniziato il percorso con Roberto Clerici alla Voluntas. Clerici ha fatto crescere tantissimi talenti e sono uscito anch'io da quel percorso, facendo poi tutta la trafila nel Brescia".

Roberto Baggio e Jadid allo stadio Rigamonti di Brescia.
Roberto Baggio e Jadid allo stadio Rigamonti di Brescia.

A 16 anni è arrivato in prima squadra nel Brescia di Roberto Baggio, Guardiola e Mazzone. Che ricordi ha di quella squadra?
"Sono stati gli anni migliori del Brescia Calcio. Essere parte di quella squadra mi riempie di orgoglio. Ho ricordi stupendi perché condividere lo spogliatoio per due anni con Baggio non è una cosa che capita a tutti. Era un privilegio enorme. Quando andavamo negli stadi erano sempre pieni e io avevo realizzato il sogno che avevo da bambino: giocare a calcio ai massimi livelli".

Che rapporto aveva con Baggio? Ha qualche ricordo particolare?
"Eravamo seduti vicini nello spogliatoio. Mi fermavo spesso con lui a calciare le punizioni. Era una persona molto schiva e silenziosa, ma quando parlava diceva sempre cose importanti, sempre sensate. Ovviamente era più vicino ai giocatori rappresentativi della squadra, ma con noi giovani era un punto di riferimento. Cercava sempre di dare una parola positiva e soprattutto dava l'esempio con il comportamento".

Ancora oggi sui suoi profili social tornano spesso immagini con Baggio. Significa che quella esperienza le è rimasta dentro?
"Assolutamente sì. È stata un'esperienza che mi ha lasciato tanto, non solo calcisticamente ma anche umanamente. Condividere lo spogliatoio con un campione e una persona come lui è qualcosa che resta".

La sua carriera è stata condizionata anche da diversi infortuni. Come ha trovato la forza per rialzarti ogni volta?
"Serve forza mentale, ma soprattutto forza d’animo. Gli infortuni gravi ti fanno perdere tempo, gerarchie e momenti importanti. Devi essere forte per tornare. Io sono stato forgiato dal sacrificio e dal senso del dovere. Avevo sempre l'obiettivo di migliorarmi, per me stesso e per la mia famiglia. Probabilmente, anche secondo alcuni miei colleghi, potevo fare una carriera ancora più importante, ma sono grato per quello che ho ottenuto. Fare vent'anni di calcio professionistico non è da tutti".

Ha segnato anche un gol bellissimo con la Salernitana contro la Reggina, una conclusione da lontano. Lo ricordi?
"Sì, è stato uno dei gol più belli della mia carriera. Tra l'altro l'ho fatto con il mancino, io che sono ambidestro. Era un tiro da circa 35 metri, non semplice. È sicuramente uno dei gol che ricordo con più piacere".

Ha giocato anche in Belgio con l'Eupen. Che esperienza è stata?
"All'inizio lo sottovalutavo, invece quando sono arrivato non volevo più andare via. È un campionato di alto livello, sia dal punto di vista tecnico che fisico. Gli stadi sono moderni e ci sono squadre che giocano competizioni europee come Anderlecht, Standard Liegi, Genk e Bruges. È stata una bella esperienza anche dal punto di vista umano: ho conosciuto giocatori di culture diverse, molti parlavano tre o quattro lingue.

Poi è tornato in Serie A con il Parma. Che ricordo ha di quell'esperienza?
"Molto positivo. Sono tornato in Serie A a 27 anni grazie al sacrificio e al lavoro. All'inizio partivo dietro nelle gerarchie, non ero considerato un titolare, ma durante il ritiro mi sono conquistato spazio e nella prima parte di stagione ho giocato diverse partite. Eravamo una buona squadra, con giocatori importanti come Giovinco e Crespo. Parma è una città con una grande storia calcistica e ne conservo un bellissimo ricordo".

Jadid con la maglia del Parma.
Jadid con la maglia del Parma.

Ora vuole fare l'allenatore. Quali tecnici hanno lasciato maggiormente il segno nella sua carriera?
"Tre in particolare: Antonio Conte, Maurizio Sarri e Marco Gianpaolo".

Partiamo da Conte. Che allenatore era?
"L'ho avuto a Bari. Era un allenatore molto determinato, costruiva tutto sulla voglia di vincere. Con lui giocavo mediano nel 4-2-4. Lavoravamo tantissimo, soprattutto sul sacrificio, ma poi la domenica arrivavano le vittorie e tutto aveva un senso. Aveva un carisma incredibile e riusciva a trasmettere il suo metodo".

E Sarri?
"L'ho avuto a Pescara. Con lui giocavo da esterno alto a destra. Era già molto focalizzato sull'identità della squadra. Lavorava tantissimo sui dettagli, sulla zona e sull'organizzazione difensiva. Abbiamo fatto un ottimo campionato e lui era già un allenatore con idee molto chiare".

Jadid e Giampaolo.
Jadid e Giampaolo.

Ci sono allenatori di oggi che ti ispirano particolarmente?
Mi piacciono molto Fabregas, De Zerbi e Possanzini. Sono allenatori che hanno idee precise, cercano di sviluppare il gioco e trasferiscono un'identità alla squadra. Possanzini, in particolare, mi piace molto per il modo in cui sviluppa il calcio.

Il suo percorso sembra quasi un viaggio: dal Marocco a Brescia, da Baggio alla panchina. Cosa vuoi portarti dietro?
"Voglio portarmi dietro tutto quello che ho vissuto. Le difficoltà, i sacrifici, gli allenatori incontrati e i campioni con cui ho condiviso lo spogliatoio. Ora voglio trasferire tutto questo ai ragazzi che allenerò, perché il calcio mi ha dato tanto e sento il bisogno di restituire qualcosa".

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