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Christian Venturini: “Ho trovato lavoro da match analyst su LinkedIn, sono finito con Mancini in Qatar”

Partito dai campi della provincia di Brescia Christian Venturini è arrivato nello staff di Roberto Mancini all’Al Sadd, contribuendo alla vittoria della Qatar Stars League come Match Analyst. A Fanpage.it racconta un viaggio professionale e umano nel calcio italiano e internazionale.
Christian Venturini con il trofeo della Qatar Stars League.
Christian Venturini con il trofeo della Qatar Stars League.

A vent'anni allenava i bambini nei campi della provincia di Brescia. Oggi analizza avversari e prestazioni per uno dei club più prestigiosi del Medio Oriente, l'Al Sadd campione della Qatar Stars League. In mezzo ci sono studio, sacrifici, un'esperienza al Pisa e una candidatura inviata quasi per caso su LinkedIn. Christian Venturini, originario di Ospitaletto, ha vissuto nell'ultima stagione un'accelerazione professionale difficile da immaginare solo pochi anni fa, entrando nello staff di uno degli allenatori più importanti del mondo come Roberto Mancini.

A Fanpage.it ha raccontato un’avventura che gli ha permesso di osservare da vicino campioni internazionali, confrontarsi con una cultura diversa e contribuire alla rincorsa che ha portato l'Al Sadd alla conquista del campionato. Ma soprattutto un'esperienza che ha ribaltato molti luoghi comuni sul calcio e sulla vita nel Golfo Persico: “Pensavo di trovare un mondo distante dal nostro invece ho scoperto persone, storie e passioni molto più simili alle nostre di quanto si immagini”.

Christian Venturini ha lavorato nell'Al Sadd, che ha vinto la Qatar Stars League nello staff di Roberto Mancini: ma come si arriva in Qatar dalla provincia di Brescia?
"Parte dai campi della provincia. Ho iniziato ad allenare nel settembre del 2019, quando avevo vent'anni. Da lì ho fatto diverse esperienze, cercando sempre di imparare qualcosa. Una tappa importante è stata il Pisa, perché proprio attraverso quell'esperienza ho conosciuto una persona che aveva un rapporto di amicizia con un componente dello staff di Roberto Mancini. Quando il mister è arrivato all'Al Sadd, cercavano un Match Analyst. Mi è stato chiesto di inviare il curriculum e da lì è iniziato tutto".

Interessante. Si aspettava che quella candidatura potesse davvero cambiare la sua vita calcistica. Adesso ha in CV una esperienze internazionale e un campionato vinto…
"Assolutamente no. Ho mandato il curriculum e dopo settimane ho ricevuto la risposta. Avevo avuto un’altra esperienza al Pisa dove, però, mi ero candidato su LinkedIn e poi mi hanno contattato per un colloquio su Google Meet con il direttore tecnico e il coordinatore dell'area scouting. Mi dissero che avrebbero deciso entro un mese. Passò più tempo del previsto e sinceramente pensavo che non se ne sarebbe fatto nulla. Invece, dopo circa quaranta giorni, mi comunicarono che ero la loro prima scelta. Restava solo da definire il budget e quando è arrivata la proposta definitiva ho accettato immediatamente".

Venturini, il terzo da sinistra, mentre festeggia il titolo in Qatar con tutto lo staff di Mancini.
Venturini, il terzo da sinistra, mentre festeggia il titolo in Qatar con tutto lo staff di Mancini.

Fa un certo effetto pensare che il suo primo contratto da professionista, quello a Pisa, sia nato attraverso LinkedIn….
“Sì, soprattutto nel calcio italiano, dove spesso si pensa che certi percorsi siano possibili soltanto attraverso conoscenze dirette. In questo caso è stato un processo molto professionale. Curriculum, colloquio, valutazione delle competenze. È una cosa che mi ha colpito”.

Che impressione le ha fatto Roberto Mancini quando l'ha conosciuto? Com’è lavorare insieme ad un vero e proprio simbolo del nostro calcio?
"Molto positiva. È una persona che mi ha sorpreso soprattutto dal punto di vista umano. Non mi conosceva, sapeva che non avevo alle spalle una carriera da calciatore professionista e che non avevo mai ricoperto quel ruolo a quei livelli. Nonostante questo mi ha coinvolto fin dal primo giorno. Mi ha dato fiducia e mi ha fatto sentire parte integrante del gruppo. Paradossalmente ero più io ad avere timore, visto che lo vedevo sull’album delle figurine da piccolo e poi mi sono ritrovato nel suo staff. Credo sia una delle sue qualità migliori: riesce a mettersi nei panni degli altri e a capire quando una persona ha bisogno di sostegno o di fiducia. Avevo avuto altre esperienze come vice e la mia giovane età aveva sempre destato un po’ di diffidenza, anche giustamente, invece lui mi ha fatto sentire a mio agio fin da subito. Così come tutti gli altri componenti dello staff".

Quanto è importante per un giovane professionista trovare un ambiente di questo tipo?
"Fa una differenza enorme. Quando arrivi in un contesto nuovo, in un altro Paese e a migliaia di chilometri da casa, hai bisogno di sentirti valorizzato. Lui è riuscito a creare questa sensazione. Non era soltanto il rapporto con me, ma il modo in cui gestiva tutto lo staff".

Come funzionava il lavoro quotidiano con Mancini e il suo gruppo?
"La cosa che mi ha colpito maggiormente è stata la condivisione. Prima di ogni allenamento ci si ritrovava in sala riunioni e si discutevano idee, proposte e soluzioni. Naturalmente la decisione finale spettava sempre al mister, ma tutti avevano la possibilità di esprimersi. Questo creava un ambiente molto stimolante. Per me è stato fondamentale perché ho potuto confrontarmi ogni giorno con persone che lavorano nel professionismo da tanti anni".

Chi l’ha aiutato maggiormente durante l’inserimento? C’era ex calciatori molto conosciuti come Cesar, Maccarone e Roccati…
"Tutto lo staff mi ha accolto bene fin dalla prima sera. Ricordo una cena a Doha appena arrivato, organizzata proprio per conoscersi. Poi ho avuto la fortuna di lavorare a stretto contatto con persone molto disponibili. Con alcuni colleghi parlavamo spesso di palle inattive, dei portieri avversari, delle analisi individuali per i giocatori. Mi hanno aiutato a capire cosa fosse davvero utile portare all'attenzione dell'allenatore e della squadra".

Venturini, il secondo da sinistra, con alcuni membri dello staff dell’Al Sadd.
Venturini, il secondo da sinistra, con alcuni membri dello staff dell’Al Sadd.

Ha avuto modo di osservare da vicino un giocatore come Roberto Firmino: ci racconta qualcosa del suo modo di allenarsi, di relazionarsi con gli altri?
"Mi ha colpito tantissimo. Prima ancora che per le qualità tecniche, per il modo di essere. Mi ha fatto capire la differenza che esiste tra un campione vero e chi magari cerca soltanto di apparire tale. Ha una qualità tecnica straordinaria, ma soprattutto una capacità incredibile di mettere i compagni nelle condizioni migliori per rendere. Forse non è stato celebrato come altri attaccanti perché non era ossessionato dal gol. Però per me resta uno dei giocatori più forti che abbia osservato da vicino".

In Italia spesso si guarda con sufficienza ai campionati del Golfo e alcuni si lanciano in commenti del tipo ‘i giocatori di Serie C e D lì farebbero la differenza’. È una percezione corretta?
"No, secondo me è una semplificazione. Molte squadre hanno stranieri di livello molto alto e il livello generale è superiore a quello che si pensa. La differenza la fanno spesso i giocatori locali, sia in positivo che in negativo. L'Al Sadd, ad esempio, può contare su numerosi qatarioti di ottimo livello: quando si parla del calcio qatariota si tende a fermarsi agli stereotipi, ma chi lavora lì si rende conto che la realtà è diversa".

Anche il Qatar come paese viene spesso raccontato attraverso stereotipi. Lei cosa ha trovato?
"Una realtà molto diversa da quella che immaginavo. Ho vissuto nell'hotel insieme agli altri membri italiani dello staff. Avrei potuto scegliere una sistemazione diversa, ma ho preferito stare con loro. Ho trovato un ambiente internazionale, con persone provenienti da tutto il mondo. Dal punto di vista umano, invece, sono rimasto colpito dalla disponibilità delle persone".

La festa dell’Al Sadd per la vittoria del titolo nazionale.
La festa dell’Al Sadd per la vittoria del titolo nazionale.

Quindi non ha vissuto in questi quartieri lussuosi riservati a calciatori e staff?
"Non ho vissuto la realtà dei grandi compound di cui spesso si parla. Come dicevo, ho vissuto nell'hotel insieme agli altri membri dello staff anche se avrei potuto scegliere una sistemazione diversa: mi sembrava più giusto così anche per vivere le ore extra calcio con loro e intrecciare ancora di più rapporti che non fossero legati solo al campo".

C'è un episodio che le è rimasto particolarmente impresso?
"Sì, uno dei primi giorni. Un ragazzo qatariota mi accompagnò a svolgere alcune pratiche burocratiche. Dopo ci siamo fermati a fare colazione e abbiamo iniziato a parlare della vita quotidiana, della famiglia, dei figli e dei genitori. Mentre lo ascoltavo avevo la sensazione di sentire racconti che avrei potuto ascoltare da mia madre o dai miei zii. In quel momento ho capito che, nonostante le differenze culturali, ci sono aspetti umani che ci accomunano molto più di quanto pensiamo".

La stagione è stata caratterizzata da una lunga rincorsa al titolo e da un ‘giallo’ finale. Quando avete capito di poter davvero vincere il campionato?
"All'inizio la situazione era complicata. Quando siamo arrivati avevamo diversi punti di ritardo dalla vetta e davanti c'erano più squadre. Piano piano abbiamo iniziato a recuperare terreno. Una partita fondamentale è stata la vittoria per 3-1 contro l'Al-Gharafa a fine gennaio. Da quel momento abbiamo percepito che la rimonta era possibile. Poco dopo siamo saliti al primo posto e da lì è iniziata una battaglia diversa: non più rincorrere, ma difendere il vantaggio fino alla fine".

Christian Venturini a lavoro nel corso della sua esperienza in Qatar.
Christian Venturini a lavoro nel corso della sua esperienza in Qatar.

E quando avete vinto il titolo due volte? Ci racconta cosa è successo?
"Noi eravamo impegnati negli ottavi di finale della Champions asiatica e quindi non c’entravamo nulla ma la squadra che lottava con noi ha perso con un club che ha fatto un errore nella regola degli stranieri in campo e così l’Al Shamal ha fatto ricorso. La nostra concentrazione era tutto contro l’Al Hilal (squadra di Simone Inzaghi, ndr) e ci abbiamo dato peso soltanto dopo ma siamo arrivati fino all’ultimo turno, proprio contro di loro, per vincere il titolo come se fosse una finale. Non è stato facile ma, alla fine, ci siamo riusciti. Un po’ come se avessimo vinto due volte, mettiamola così (ride, ndr)".

Sul piano personale, cosa le lascia questa esperienza?
"Tantissimo. Partire da solo, andare in un paese che non conoscevo e lavorare in un contesto professionistico così importante mi ha dato molta fiducia. Mi ha fatto capire che posso vivere e lavorare all'estero, che posso adattarmi a realtà nuove e costruirmi un percorso anche lontano da casa. È una consapevolezza che vale quasi quanto la vittoria del campionato".

E adesso? Quali sono i prossimi obiettivi?
"L'esperienza in Qatar mi ha aperto gli occhi, ho capito che lavorare all'estero mi piace e che può rappresentare una grande opportunità di crescita ma per il futuro non voglio precludermi nulla, sia a livello italiano che internazionale. Vorrei continuare a lavorare in un contesto professionistico di alto livello e proseguire anche nella formazione per poter arrivare alle licenze UEFA più prestigiose".

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