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Carlo Nesti: “La gente è stufa di un certo modo di parlare di calcio. Ormai è diventato sportacolo”

Prendendo spunto dal recente “dissing” tra i giornalisti Zazzaroni e Sabatini e gli ex calciatori Adani e Cassano, che ha trasformato un dibattito calcistico in uno scontro personale, Carlo Nesti a Fanpage ha offerto una sua lettura lucida. E impietosa.
A cura di Alessio Pediglieri
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Negli ultimi giorni il calcio italiano è finito al centro di un nuovo, duro scontro. Tutto è partito dal podcast "Viva El Futbol", quando Antonio Cassano, insieme a Lele Adani e Nicola Ventola, ha lanciato un attacco pesante contro i giornalisti Ivan Zazzaroni e Sandro Sabatini, arrivando a dire: "Zazzaroni e Sabatini vi dovete vergognare. State portando il calcio nel baratro, col vostro lecchinaggio". La risposta non si è fatta attendere. Nel loro podcast "Numer1", Zazzaroni e Sabatini hanno replicato annunciando pubblicamente che da ora in poi risponderanno colpo su colpo, senza più arretrare.

Di fronte a questa escalation di toni personali e a questa deriva dello scontro, abbiamo chiesto il parere di uno dei giornalisti più autorevoli, indipendenti e rispettati del panorama italiano: Carlo Nesti. Carlo Nesti, che ha vissuto in prima persona la trasformazione del giornalismo sportivo dagli anni '80 a oggi, non ha usato mezze misure a Fanpage.it. Secondo lui questa non è solo una banale litigata per fare audience, ma il segno di una deriva più profonda: "Oggi siamo entrati nel mondo dello sportacolo".

I giornalisti sono stati progressivamente ridotti al lumicino, sostituiti da ex giocatori diventati "talent", mentre il confronto è diventato sempre più aggressivo e polarizzato. Per Nesti, però, rispondere colpo su colpo è stato un errore. L’atteggiamento più originale e vincente oggi sarebbe non replicare, lasciando che chi insulta faccia brutta figura da solo. Perché, come sottolinea con lucidità: "Credo che la gente stia per stufarsi di questo modello. La maggioranza silenziosa, quella che conta davvero, prima o poi cambierà canale". Un pensiero chiaro, controcorrente e molto attuale, che ci aiuta a capire dove sta andando davvero la narrazione calcistica italiana.

Innanzitutto, ha seguito quanto è accaduto?
Sì. Sì e devo dire che non mi è sinceramente piaciuto. Contrariamente a quello che molti oggi credono e cioè che mettendosi a urlare di più degli altri ci si fa sentire di più dalla gente. Ma c'è una verità di fondo: la gente ora, anche se non ne abbiamo ancora i segnali, di fronte a questo clima che ormai imperversa da circa un quarto di secolo, tollerato e incoraggiato dagli editori perché fino adesso fa audience, sta un po' per scazzarsi, detto in maniera molto volgare ma chiara. Sta per stufarsi di questo modello di narrazione.

Ivan Zazzaroni e Sandro Sabatini nel podcast con Giuseppe Cruciani
Ivan Zazzaroni e Sandro Sabatini nel podcast con Giuseppe Cruciani

Quindi nel merito Zazzaroni e Sabatini avrebbero dovuto evitare di entrare nel dibattito e far finta di nulla?
Credo che oggi sia più distintivo non replicare a offese di questo genere. Faresti molto più successo davanti al pubblico nell'assumere un atteggiamento moderato e lasciare che il tuo interlocutore faccia brutta figura da solo, piuttosto che controbattere.

Lei, ad esempio come avrebbe reagito?
Per carità, bisogna trovarcisi in certe situazioni, magari lì per lì ti viene istintivo di replicare. Ma credo che avrei evitato, anche perché è un modello di narrazione giornalistica che non paga più.

In che senso?
Te lo ripeto: io vedo tanta gente che è stufa di tutto questo. Ora si seguono comunque questi podcast e situazioni che contribuiscono all'audience, ma stiamo arrivando al cambio di canale davanti a episodi di questo genere da parte della cosiddetta maggioranza silenziosa, che è poi quella che conta a livello di auditorio.

Ma il confronto, anche duro, è sempre stato alla base di un dialogo di crescita da un punto di vista giornalistico. Come mai oggi, invece, la sensazione è che questo episodio sia percepito come un ulteriore abbassamento del livello generale?
Certo, l'origine di tutto questo io l'ho vissuto in prima persona all'inizio degli anni 80 quando i giornalisti sportivi almeno apparentemente non erano schierati. Era un'epoca nella quale imperversava una regola direi addirittura contraria a quella di molti giornalisti di oggi, cioè non dovevi essere assolutamente di parte. Poi, ci fu chi arrivò a spaccare per sempre quel principio.

Cassano, Adani e Ventola da ex giocatori a "opinionisti" con il loro "Viva el Futbol"
Cassano, Adani e Ventola da ex giocatori a "opinionisti" con il loro "Viva el Futbol"

E chi fu?
Aldo Biscardi e il suo "Processo del lunedì": ha riproposto lo stesso modello ma cambiandone il principio di base, per la prima volta nel calcio. E  così hanno cominciato a prendere piede, ospitati in studio, giornalisti schierati, che era una novità, e il dibattito si è poi allargato a personaggi pubblici. altrettanto schierati. Ti faccio due nomi su tutti: c'era Andreotti tifoso della Roma e c'era Zeffirelli tifoso della Fiorentina. Poi, purtroppo, andando avanti e arrivando nel nuovo millennio, si sono moltiplicati i giornalisti di parte, sono diventati molti di più ed è iniziata la deriva, grazie a internet.

Ma scusi: oggi sentire Cassano che attacca Zazzaroni o Sabatini che risponde per le rime ad Adani, non è lo stesso di quanto ha raccontato succedeva anche in passato?
No, perché oggi il livello del confronto si è notevolmente abbassato rispetto a prima. Sono nate nuove figure, come quella dell'opinionista, non giornalista, schierato. Chiunque: un macellaio, un giornalaio, un benzinaio. Tutti dicono la propria, basta che si abbia una bella resa davanti al video, interpretando la faziosità dei tifosi e acquisendo grande audience. In più ci hanno messo del loro anche le televisioni del settore come Sky e DAZN, esaltando la figura posta a fianco di giornalisti e cronisti.

Si sta riferendo a quella che un tempo veniva definiva la "voce" o il "commento" tecnico che si affiancava alle cronache o ai dibattiti in studio?
Sì. Oggi ha preso piede una figura in particolare. Non è che non ci fosse anche prima, però era una figura semplicemente intervistata dal giornalista, senza che avesse la possibilità di prevaricarlo andando ad esprimere una propria autonoma opinione a prescindere. Avrai notato che oggi nei programmi televisivi i giornalisti sono ridotti al lumicino. Per il resto sono tutti ex giocatori, ex allenatori… e vengono chiamati, guarda caso, "talent". Anche a me è accaduto e ne sono rimasto interdetto.

Ci racconti…
In occasione della presentazione di un docufilm sulla Juventus, il regista mi ha inviato e preteso che fossi presente alla conferenza stampa cui non potevo mancare. E mi sono ritrovato, così d'improvviso, a fare la passerella come fossi una star… come vedevo fare al Festival di Cannes dagli attori. Per cui ero veramente imbarazzato. Al che mi ha detto: "Guarda che anche tu sei un talent, in questa occasione sei considerato così". Un termine che a parer mio riguarda lo spettacolo, il cinema, non certamente ex giocatori e tantomeno i giornalisti.

Carlo Nesti, insieme a Gianni Vasino: due delle voci storiche del giornalismo calcistico italiano
Carlo Nesti, insieme a Gianni Vasino: due delle voci storiche del giornalismo calcistico italiano

E anche questo aspetto lo considera sintomatico per il calo generale del confronto attuale?
Per usare un neologismo, ultimamente se ne usano tanti e bruttissimi, siamo entrati nel mondo dello "sportacolo". Per la prima volta lo fece Enzo Tortora alla Domenica Sportiva, unendo sport e spettacolo e fu uno shock per tutti ma aveva la bravura e la grandezza di condurre e coinvolgere anche le persone che non erano neanche specializzate nel calcio o nello sport. Oggi queste figure mancano.

Eppure potrebbe solo far bene anche al dibattito seguire un confronto tra "addetti ai lavori", cioè tra giornalisti del settore e chi in campo c'è stato. O non è così?
In linea di principio sì, perché da una parte c'è l'esperienza di campo, giustamente, rivendicata dai calciatori e dall'altra parte c'è l'esperienza di scrivania, anche qui giustamente rivendicata dai giornalisti perché si tratta di una professione ben precisa. Ma sembra che vi sia una battaglia costante perché si prevarichino i ruoli, tentando di soverchiarsi a vicenda ma senza che vi siano personalità di rilievo.

Si riferisce ancora una volta agli anni che furono?
Sì, perché anche in questo caso mi viene bene ricordare un preciso precedente storico. Accadde dopo una partita amichevole Italia-Jugoslavia giocata dalla Nazionale a Torino. Facevo parte proprio di quello studio e ci fu uno storico, durissimo, scontro tra Roberto Bettega e Gianni Brera. Però, io ricordo che in quel contesto non ci fu assolutamente nessuna offesa, nessun oltraggio, nessuna mancanza di rispetto.

Ciò che invece, mi perdoni se mi ripeto, abbiamo assistito tra i vari protagonisti odierni…
Bravo. Fu una gara in punta di fioretto tra i due, oserei dire addirittura estremamente educativa. Perché Roberto Bettega ha sempre saputo parlare un italiano molto fluido e molto convincente, un ragazzo intelligente. E dall'altra parte c'era il maestro, il maestro di tutti noi. Fu un confronto, non fu uno scontro. Mentre oggi si deve ricorrere per forza ad alzare i toni, appena si ha l'occasione, fino ad arrivare all'insulto. Il tutto perché non ci sono, o sono molto meno, i punti di riferimento, le persone di spessore, l'educazione e il rispetto. Tutto un insieme.

E la responsabilità di chi sarebbe?
Sarebbe un discorso lungo e complesso. Fermandoci al calcio e al giornalismo, intanto, gli editori hanno visto che si impenna l'ascolto proprio grazie allo scontro e si ricerca la conflittualità.

Va bene, ma la nostra categoria di giornalisti non ha colpe precise?
Certamente. Abbiamo una responsabilità nostra, siamo stati incapaci di difendere la nostra professionalità, la nostra figura, la nostra forza. L'Italia è sempre stata terreno fertile per la polemica, la contrapposizione di opinioni, soprattutto calcistica e poi in generale sportiva. Ma oggi più che in passato, ci sono stati dei giornalisti che hanno deluso o perché hanno assunto posizioni molto faziose o perché si sono rivelati in malafede di fronte a grandi scandali del calcio. E così è avvenuto il travaso: su internet si sono rivolte persone che, senza essere giornaliste, sentivano il bisogno di esprimere la propria verità, anche se ancora più di parte e ancora più faziosa, scatenando questo corto circuito.

E lei, come si pone di fronte a tutto ciò? Si rivede ancora in questo circolo vizioso che si è creato?
Io tento disperatamente, nel mio piccolo, di essere imparziale. A me piace definirmi una razza in estinzione, oltretutto non protetta dal WWF. Nel senso che mi consolerei se fossi una razza protetta, perché significherebbe che ci sia qualcuno che mi dà una mano.

Quindi si sente solo contro tutto e tutti?
In realtà il mio WWF ce l'ho, ed è rappresentato dalla quantità di persone che mi seguono e in un certo senso mi proteggono. Però spesso mi sento male perché vedo il panorama giornalistico completamente cambiato rispetto a quando ho cominciato io. Ma tengo duro e mi sento originale attingendo proprio a una tradizione giornalistica che è quella del passato e che vorrebbe essere superata.

E i suoi lettori recepiscono questo messaggio secondo lei?
Sì, ho ancora fiducia e ci confido. Perché vedo che molta gente è tornata ad essere nostalgica. E io ne approfitto perché sono testimone di quelle epoche in cui si vinceva, e quando scrivo di questi argomenti trovo molti più lettori appassionati. Si è nostalgici, sotto sotto, anche di un certo tipo di informazione e la fotografia che scatto in questo momento è che oggi questo sentimento è presente ancora di più. E anche rispetto ad un certo calcio. Probabilmente anche perché da tre Mondiali la Nazionale non c'è e perché da 16 anni non abbiamo più una squadra che vince una Champions League.

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