Aldair: “Dino Viola a Roma diceva di me: questo è diverso. Ecco perché passai la fascia a Totti”

Ci sono calciatori che lasciano trofei, numeri e statistiche. E poi ce ne sono altri che lasciano qualcosa di più difficile da spiegare: un legame emotivo, quasi familiare, con una città e con la sua gente. Aldair appartiene a questa seconda categoria. Difensore elegante, leader silenzioso, simbolo di una Roma che ha attraversato epoche diverse, il brasiliano è diventato negli anni uno dei volti più amati della storia giallorossa. Il documentario “Aldair. Cuore giallorosso”, diretto da Simone Godano, racconta proprio questo: non soltanto la carriera di un campione del mondo con il Brasile e protagonista dello Scudetto del 2001, ma soprattutto il percorso umano di un uomo entrato nel cuore dei tifosi romanisti con semplicità, rispetto e autenticità.
In questa intervista a Fanpage.it Aldair ripercorre i momenti più importanti della sua vita: l’arrivo a Roma nel 1990, il rapporto speciale con il pubblico romanista, il passaggio della fascia da capitano a Francesco Totti, il ricordo di Dino Viola, fino alle emozioni indimenticabili del Mondiale del ’94 e dello storico scudetto conquistato con la Roma. Un racconto intimo e sincero, proprio come lui.
Aldair avrebbe mai pensato di diventare il protagonista di un film-documentario sulla sua vita?
"No, sinceramente non ci avevo mai pensato. È stata un’idea nata dagli amici, da Simone (Godano, ndr) e dagli altri che mi sono stati vicino. Mi hanno convinto a raccontare il passato, la mia storia, anche da ragazzo. Io non mi vedevo davanti alle telecamere a fare registrazioni, era una cosa molto lontana da me".
Ricorda il primo impatto con Roma nel 1990? C’è qualcosa che la colpì particolarmente nei primi mesi?
"Sono arrivato tranquillo, mi sono trovato bene subito. Roma è una città bellissima. In realtà la conoscevo già un po’, perché prima di arrivare avevo avuto modo di visitarla perché ero stato qui con il Flamengo. Conoscevo il Vaticano, alcuni posti della città, quindi non è stato uno shock totale".

Il suo legame con il mondo giallorosso va ben oltre il calcio. Da dove nasce questo rapporto così forte con i tifosi della Roma?
"Credo nasca dal mio modo di essere, dal rispetto verso il pubblico e dal comportamento in campo. Anche il mio modo di giocare era diverso rispetto a tanti altri difensori. A Roma piace il bel gioco, ‘Joga Bonito' come diciamo in Brasile, forse i tifosi si sono riconosciuti in questo".
Nel 1998 Aldair era il capitano della Roma, ma decise di cedere spontaneamente la fascia a un giovanissimo Francesco Totti. Fu un passaggio di consegne storico: c’è un aneddoto che le aveva fatto capire che sarebbe diventato "Il Capitano" per i successivi vent'anni?
"Sì, era quasi naturale. Francesco era giovanissimo ma aveva già qualcosa di speciale. Io ero a Roma da anni e vedevo il suo percorso da vicino. Per me era chiaro che sarebbe diventato il capitano giusto per il futuro della squadra".

Ha vissuto la Roma di presidenti importanti come Dino Viola e Franco Sensi. Sappiamo bene il suo legame con Sensi, ma che ricordo ha di Dino Viola?
"Anche se l’ho conosciuto per poco tempo, ho un ricordo molto bello. In quel periodo c’erano dubbi sui brasiliani dopo l’esperienza negativa con Renato Portaluppi. Lui, però, diceva ai giornalisti: ‘Questo sarà diverso, farà la storia della Roma'. Quelle parole mi sono rimaste dentro".
Il 17 giugno 2001 è una data indelebile nella storia del popolo romanista. Al fischio finale di Roma-Parma, mentre i tifosi invadevano il campo, Aldair cosa ha pensato? Qual è stata la prima persona che hai abbracciato?
"La prima persona che ho abbracciato non la ricordo. Ricordo però la voglia di correre negli spogliatoi ad abbracciare tutti i compagni. Era un momento incredibile, qualcosa che aspettavamo da tanto tempo".

Lei è stato un punto di riferimento della Seleçao per anni e nel 1994 diventò campione del mondo proprio contro l’Italia giocando da titolare dopo essere partito da riserva. È vero che quella nazionale brasiliana avesse una pressione enorme perché non vinceva dal 1970? Qual è l’immagine "segreta" che si porta dietro del post-partita della finale di Pasadena?
"Tantissima. Il Brasile non vinceva dal 1970 e c’era il peso di una storia enorme. Inoltre tutti ricordavano la grande squadra del 1982 che non era riuscita a vincere. Anche la qualificazione fu molto difficile. Per questo la vittoria finale fu qualcosa di speciale. Ricordo sicuramente la gioia nello spogliatoio dopo la partita. Eravamo tutti felicissimi, era un momento unico per tutto il gruppo".
Se lo ricorda il suo primo incontro con il calcio?
"Ero molto piccolo, forse troppo per ricordare davvero il primo momento. Però a sei o sette anni ero già sempre nel campetto a giocare. Mia madre veniva spesso a prendermi perché non volevo mai smettere".
