"Le carriere nel calcio non si regalano". Come un colpo di frusta, puoi sentirla fendere l'aria e colpire le spalle. La frase di Daniele Adani sulla stagione di Andrea Pirlo è durissima e traccia i contorni della critica nei confronti dell'allenatore della Juventus. Brutta situazione quella del ‘professore': è vero che non è tutta colpa sua se la delusione per il risultati ha preso il sopravvento su tutto ma è altrettanto vero che accettare da debuttante assoluto la panchina di un club assetato di Champions e abituato a vincere è stato un azzardo.

Lui e la società hanno fatto all-in, adesso pagano dazio e si cerca rimedio. Il più efficace individuato al momento è il ritorno di Massimiliano Allegri che potrebbe verificarsi anche subito se la situazione dovesse precipitare ulteriormente: in caso di sconfitta contro il Napoli, con una squadra scivolata fuori dal lotto delle prime quattro in classifica ci sarebbe ben poco da salvare (eccezion fatta per la finale di Coppa Italia). "So che il presidente ha visto il derby con Allegri", Pirlo lo ammette in conferenza stampa ed è un po' come dire: so già di che morte morirò. È solo questione di tempo, il suo destino è segnato. E Adani lo ribadisce nel consueto intervento alla Bobo TV, sul canale Twitch di Christian Vieri.

Credo che Pirlo non fosse pronto perché nessuno può essere pronto dopo appena sei mesi. E nel calcio le carriere non si regalano. Però una volta che lo hai scelto lo devi difendere, altrimenti tu dirigente perdi. Anche il più visionario ha bisogno di fare un percorso per arrivare lì. Questa esperienza gli servirà, è inutile iniziare un percorso per poi interromperlo ogni anno.

Un pugno e una carezza a Pirlo, stessa cosa nei confronti della Juventus e delle scelte compiute in questi ultimi due anni. Dopo aver mandato via Allegri, non ha creduto in Maurizio Sarri e nella strada che era stata intrapresa.

 Il Chelsea prende Sarri per lo stile, per l'idea, e viene ripagato: vince in Europa e arriva terzo in Premier. La Juve lo prende e deve essere umile, ma a metà del percorso, con lo Scudetto vinto, lo manda via. Non si dimostra di essere un grande nella vittoria, ma nella sconfitta: le scelte si fanno lì.