Stefano Baldini: “La maratona ti svuota, in un anno nei fai massimo tre. La scarpa giusta vale 4 minuti”

Stefano Baldini ha scritto una delle pagine più belle dello sport italiano quando ha vinto la maratona alle Olimpiadi di Atene nel 2004. Partì da Maratona ed arrivò ad Atene, una vittoria simbolica come poche. Ha avuto una carriera splendida, oggi è un apprezzato talent di Sky per l'atletica ed è anche allenatore. Baldini a Fanpage.it ha parlato del suo lavoro, della crescita esponenziale dell'atletica italiana – che miete successi da diversi anni con tanti atleti – e anche dell'evoluzione della maratona, cambiata tanto anche grazie alle scarpe e alla nutrizione.
Sei un grande campione dello sport e da tanti anni sei un apprezzatissimo talent di Sky, come ti trovi a svolgere questo ruolo?
Da ormai una quindicina d'anni faccio coppia con Nicola Roggero. Per me è un piacere lavorare con Nicola e soprattutto è bello lavorare per Sky. Per me è stata una palestra di altissimo livello. Mi è sempre piaciuto parlare di sport e di atletica e da 15 anni lo faccio in modo continuativo. Farlo in questo modo per così tanto tempo e ad un livello così elevato è sempre stato stimolante e continua ad esserlo esattamente com'era il primo giorno.
Tu pensavi di svolgere questo lavoro una volta abbandonata l'attività sportiva?
Io sono entrato a Sky quando c'è stata l'acquisizione dei diritti delle Olimpiadi del 2012. Sky si è affezionata con il tempo a tutti gli sport e infatti siamo diventati negli anni la la casa dello sport, suddividendo l'attenzione tra i vari sport e dando così l'opportunità a tanti ex campioni di inventarsi un nuovo lavoro. Io onestamente mai avrei immaginato di lavorare nel mondo della comunicazione legato allo sport.
Il racconto dello sport si unisce alla tua altra attività e cioè quella di allenatore.
Mi diverto tanto, come si sarà capito. Ed è bello quando riusciamo a fare, come sarà quest'estate, eventi che durano più giornate. Sicuramente il nostro è un bel modo di raccontare, adoperiamo un linguaggio diverso per parlare di sport. Dopo di che spesso commento anche diversi ragazzi che alleno. Perché la mia attività principale, quella che svolgo a tempo pieno, è fare l'allenatore di atletica. Mi auguro ancora di avere quattro o cinque atleti nel giro della nazionale italiana, come ne ho avuti cinque quando abbiamo commentato gli europei di Roma del 2024.
Seguire l'atletica da talent ti aiuta anche nel lavoro di allenatore?
Diciamo che sono funzionali uno all'altro. Mi spiego meglio. Fare l'allenatore sul campo aiuta a conoscere un gran numero di atleti. Sono stato in Francia per delle sessioni di allenamento sui Pirenei, dove c'è un centro di preparazione olimpica del comitato francese molto bello, e c'erano 500 atleti ad allenarsi. Tra questi ce n'erano anche diversi tra quelli che commento nelle gare in TV nei vari meeting. Il fatto di vederli sul campo, vedere come si allenano, come si comportano, ti dà quel qualcosa in più. E si possono raccontarli meglio in una diretta o una gara. Perché c'è la possibilità di regalare qualche chicca in più ai nostri ai nostri ascoltatori. Rimanere sempre sul campo mi dà anche la possibilità di essere allenato nella visione globale del mondo dell'atletica.
Un paio di mesi fa avevi dichiarato che il muro delle due ore nella maratona si sarebbe abbattuto, ed è puntualmente successo.
Una volta la maratona era una disciplina con tante incertezze e tante variabili durante ogni gara. Naturalmente questo nulla toglie al grandissimo risultato di Sawe, ma oggi siamo diventati, se si può così dire, degli allenatori di macchine di altissima tecnologia che hanno un cuore pulsante e una mente. Ma siamo arrivati ad un livello di preparazione tale che ci vuole davvero qualcosa di speciale, magari di climatico, o un problema serio, come un infortunio, per far sì che il risultato immaginato non si confermi. Questo perché davvero questi atleti di livello, quelli più forti, africani inclusi, hanno una squadra di supporto al servizio che permette loro di di allenarsi e di gareggiare sempre al massimo livello e sempre al top.
Questo però è anche frutto della modernità. Accade così credo in tutti gli sport. Avendo tanti dati si riesce a ottimizzare la performance.
Sì, ma gli atleti non sono però delle macchine. Perché gli atleti hanno delle giornate straordinarie, ma anche giornate meno belle di altre nelle quali sentono la pressione, che a volte è anche frutto della grande responsabilità. Ogni atleta rappresenta un gruppo di lavoro, e la necessità di fare risultato, pure perché attorno a loro ci sono anche grandi investimenti, quindi la contropressione è sempre dietro l'angolo. Quelli più bravi sono quelli che riescono a gestire anche questa sorta di grande azienda che gravita attorno a loro.
Quanto contano le scarpe per gli atleti che effettuano una maratona?
Tanto, tantissimo. Oggi rispetto ai tempi miei, e quindi non parliamo del secolo scorso, ma di una ventina d'anni fa contano tantissimo. In generale ci sono tre aspetti che sono cambiati notevolmente per la maratona. Il primo è rappresentato dall'evoluzione tecnologica delle calzature che ha fatto fare un grandissimo salto di qualità agli atleti migliori. La loro media è aumentata. Oggi si possono guadagnare dai due ai quattro minuti in una maratoneta rispetto a prima.
Non c'è il rischio però che la tecnologia prenda il sopravvento?
Intanto bisogna dire che ci sono atleti che riescono a sfruttare meglio la tecnologia e contestualmente altri che riescono a sfruttarla un po' meno. La cosa importante è che queste nuove tecnologie continuino ad essere normate, esattamente come lo sono oggi. Perché ci sono delle regole molto precise da rispettare. Perché alla fine se si lascia libertà di azione alle aziende di abbigliamento sportivo, loro sono capaci di costruire le scarpe con le molle e le metterebbero sotto i piedi degli atleti.
Il secondo aspetto qual è?
Il secondo è quello della nutrizione che ha fatto sì che gli atleti riescano anche ad alimentarsi mentre corrono. E ti posso garantire che a piedi non è una cosa assolutamente secondaria, anzi, è difficilissima da fare. Perché quando tu hai l'impatto a terra, lo stomaco si chiude e non digerisce, perché non riesce ad assimilare alimenti solidi. Come si fa per esempio in bicicletta o sugli sci, quando si fa fondo. Questo ha permesso di poter riuscire a reintegrare durante la gara un bel po' di energie, materialmente recuperi calorie che disperdi mentre gareggi sia con i liquidi che a causa della sudorazione.
Invece il terzo?
Il terzo aspetto è quello delle gare, che oggi sono decisamente organizzate meglio rispetto a vent'anni fa. Perché oggi ogni atleta in una gara, mi riferisco a quelle di primo e secondo livello, può vivere una gara numericamente affollata. Io ricordo di aver gareggiato quasi sempre da solo, da solo perché ero un po' a metà strada tra la super elite, come i due ragazzi che hanno corso in meno di due ore la Maratona di Londra, e tutti gli altri. E questo non mi ha mai permesso di avere compagnia durante le gare.
Quindi praticamente oggi non si corre più da soli.
Oggi c'è un tale livello organizzativo e un tale numero di atleti, soprattutto africani, di livello altissimo che in ogni maratona hai sempre un gruppo nel quale correre e questo è un vantaggio assolutamente impagabile, un vantaggio che a volte può valere anche un secondo al chilometro. E un secondo al chilometro in una maratona sono tanti, perché fanno 42 secondi. Materialmente sono oltre 200 metri di differenza, una cifra non indifferente perché rappresenta ‘l'asticella' tra un livello intermedio e l'elite.

Il tuo allenamento invece come si svolgeva?
Sull'allenamento, direi che anche vent'anni fa eravamo molto avanti. Io mi allenavo in modo abbastanza simile rispetto agli atleti di oggi. Non a caso ero comunque considerato un maratoneta di quelli di tipologia moderna, posso dirlo senza problemi: eravamo eravamo avanti. Oggi in più ci sono dei gruppi organizzati di allenamento che numericamente danno la possibilità ai migliori di avere sempre qualcuno che corre con lui.
Perché l'atletica italiana in questi ultimi anni ha raggiunto un livello altissimo?
I risultati ci sono sempre stati, molto spesso abbiamo avuto risultati di élite, la differenza però è che adesso sono tanti i nostri atleti in grado di competere per grandi traguardi. Siamo passati da essere un popolo di corridori di lunghe distanze, come lo siamo stati dai tempi di Alberto Cova, di Panetta, di Bordin e di tanti altri a essere un popolo di velocisti e di saltatori. Forse la velocità e i salti sono più stimolanti per i ragazzi di oggi. Ma l'Italia è forte un po' dappertutto. Noi siamo la miglior nazione in Europa da un po' di tempo. Lo dico suffragato dai fatti avendo vinto l'Italia le ultime due edizioni del campionato Europeo per nazioni. C'è qualcuno un po' in difficoltà che investe meno, penso alla Germania ma anche alla Gran Bretagna che dopo le Olimpiadi del 2012 ha smesso di investire soprattutto sul livello medio.
Quindi il nostro modello perché ora risulta vincente?
In Italia c'è questo sistema misto che è fatto di gruppi sportivi militari, sono circa 200 atleti che un domani saranno magari poliziotti o carabinieri, ma che oggi nel frattempo riescono a vivere un semiprofessionismo molto ben organizzato. Poi c'è sicuramente una generazione di atleti speciale che in termini di numeri non abbiamo mai avuto, con dei grandi picchi di individualità, tanto guardando ai nostri senatori quanto chi è nato nel 2005 come Mattia Furlani o nel 2002 come Larissa Iapichino. Così c'è una continuità importante che non abbiamo mai avuto nella storia recente.
Ho una curiosità per te. Ci sono tanti grandi atleti che sono legatissimi a medaglie o trofei, ma anche chi li dona, tu cosa hai fatto?
Le medaglie le ho tutte. Mentre per quanto riguarda all'abbigliamento è diverso. Ci sono altri proprietari. Ti spiego meglio. Perché lo sponsor tecnico generalmente ti chiede le scarpe in caso di successo di una gara in particolare. Questo perché ogni azienda ha il suo museo e le utilizza per la propria immagine. Questo è successo anche a me con le scarpe di Atene 2004. Ne ho una copia esatta a casa. E due copie le ho donate.
Chi sono i fortunati che hanno una copia delle scarpe con cui ha vinto l'oro alle Olimpiadi?
Ho donato una copia delle mie scarpe al Museo di Maratona, ed è ovviamente un posto simbolico, ed è stato onestamente un bel momento. Un altro invece è al museo della World Athletics, la Federazione Internazionale di atletica leggera. Poi ho anche donato un paio di scarpe al museo della Juventus, che ha raccolto dei cimili di tifosi bianconeri, di altri sport. Lì c'è anche una mia divisa. Divisa e scarpe sono quelli dell'ultimo record italiano. A me piace tenere tutto, ma è anche bello farle girare perché così si dà la possibilità anche in modo concreto di vedere il nostro lavoro.
Sawe, il primo uomo a correre la maratona in meno di due ore, ha corso la prima maratona a 29 anni. Come mai è arrivato così tardi?
Nelle corse a piedi ci sono tante gare: dai 100 metri alla maratona per quello che riguarda le distanze olimpiche. Non è facile trovare la propria dimensione. Vedi, Sawe ha corso la prima a 29 anni, pensa che io la prima maratona l'ho fatta a 24. Non esiste una regola fissa per iniziare. Io le prime Olimpiadi le ho fatte ad Atlanta nel 1996 correndo i 5000 e i 10000 metri. Poi è arrivata per me la maturità psicofisica. Ho capito quali erano le mie attitudini facendo dei test di valutazione e ho capito di poter diventare un maratoneta.
Ho un'altra domanda sulla maratona. Quanto è dispendioso correrne una?
Fare una maratona è durissimo. In un anno se ne fanno poche al massimo due o tre. È così perché la maratona ha bisogno di tanto tempo per essere preparata bene e ci vuole tanto tempo per recuperare. Quando disputi una maratona di altissimo livello ti svuoti completamente anche dal punto di vista muscolare. Non è un problema dire che la maratona è un impegno che ti segna, per questo ha bisogno di rigenerazione muscolare. Per questo il periodo di massimo fulgore di un maratoneta solitamente prevede un massimo di 10 maratone, che, come dice oggi, rappresenta il prime di un maratoneta.