Matteo Santoro: “Da piccolo avevo paura di tuffarmi in acqua, ora il mio sogno sono le Olimpiadi”

Matteo Santoro ha poco più di diciott’anni, ma parla già con la naturalezza di chi ha imparato presto cosa significa stare dentro lo sport che conta. Lo incontri in un momento di pausa, lontano dalle gare e dal rumore delle piscine, quando il tempo sembra finalmente rallentare. Dopo mesi intensi tra college americano e impegni si concede qualche giorno di stacco, senza però smettere davvero di allenarsi. Perché nei tuffi, anche quando non entri in acqua, resti sempre dentro il movimento.
La sua è una storia che parte da lontano, da un bambino che ha iniziato a tuffarsi prima ancora di sentirsi sicuro in acqua. Da allora, passo dopo passo, è cresciuto dentro una disciplina che non perdona esitazioni, trasformando la paura iniziale in precisione e controllo. Oggi è uno dei volti più interessanti dei tuffi e dello sport italiano, capace di risultati precoci e di una maturità sportiva che sorprende per età e continuità.
Tra medaglie europee, mondiali e una vita divisa tra Italia e Stati Uniti, Santoro ha già attraversato più stagioni di quante la sua età lascerebbe immaginare. Ma dietro i risultati resta un ragazzo che sta ancora costruendo il proprio equilibrio, dentro e fuori dal trampolino. È da qui che parte la sua intervista a Fanpage.it: da un atleta giovane, già abituato ai podi, ma ancora affamato di futuro.

Matteo Santoro è in Italia per qualche giorno: un po' di stacco dai tuffi e dall'allenamento?
"Sì, diciamo che non sono fermo del tutto. È una pausa dai tuffi veri e propri perché sono stato fermo praticamente mai da inizio settembre tra gare e impegni vari. Adesso ho un paio di settimane più leggere: continuo a muovermi, faccio palestra, lavoro atletico, cose che mi permettono di restare in forma senza entrare in acqua. È più un ‘reset' in vista della ripresa, che sarà fino agli Europei di Parigi".
Come nasce la sua passione per i tuffi?
"Io ho iniziato veramente da piccolissimo, avevo circa quattro anni. È una cosa che oggi mi raccontano i miei genitori perché io ovviamente non me lo ricordo. Da quello che so, ho iniziato i tuffi addirittura senza saper nuotare bene, quindi è stato un approccio molto naturale, quasi istintivo. Non c’è stato un momento preciso in cui ho detto ‘voglio fare questo sport', è stato più un percorso che è cresciuto con me".
Quindi non viene dal nuoto?
"No, non direttamente. In realtà sono arrivato ai tuffi perché li faceva mia sorella più grande e, come succede spesso, da piccolo la segui un po’ ovunque. Poi però è diventata una cosa mia, personale. All’inizio non posso dire che fosse amore a prima vista, anzi: avevo paura, tanta paura dell’acqua, dei salti, dell’altezza. Però con il tempo, allenamento dopo allenamento, questa paura si è trasformata e ha lasciato spazio alla voglia di migliorare e di andare oltre".
All’inizio aveva anche paura?
"Sì, tanta. Da piccolo non è stato tutto semplice, anzi. I tuffi sono uno sport che ti mette subito davanti a sensazioni forti, e se non hai ancora gli strumenti per gestirle puoi facilmente bloccarti. Io all’inizio mi facevo un po’ ‘mangiare' dalla paura, però non ho mai mollato. E questa è stata la cosa decisiva: continuare anche quando non era facile".
Matteo Santoro è cresciuto nella MR Sport. Che ruolo ha avuto nella sua evoluzione sportiva e personale?
"È stata fondamentale. Non la definirei semplicemente una società sportiva, ma proprio una famiglia. Nel mio percorso è stato importantissimo sentirmi seguito non solo come atleta, ma anche come persona. Nei tuffi sei da solo sul trampolino, ma in realtà dietro ogni salto c’è un lavoro enorme di squadra. Allenatori, compagni, preparatori: tutti fanno parte dello stesso progetto. E per me questo ha fatto la differenza".

Si sente ancora parte di quella realtà?
"Sì, assolutamente. Anche adesso che sono cresciuto e ho cambiato contesti, il legame resta fortissimo. Sono più di dieci anni che lavoro con loro, quindi inevitabilmente diventa qualcosa che ti porti dentro anche fuori dalla piscina".
Ci racconta il rapporto con la sua storica allenatrice Alice Palmieri?
"Con Alice ho un rapporto molto particolare perché mi allena da sempre, praticamente da quando ho iniziato. Lei conosce ogni fase della mia crescita, sia sportiva che personale. Non è solo una figura tecnica: è stata un punto di riferimento totale, soprattutto nei periodi delicati come il liceo o le prime grandi gare. È una persona che ha avuto un ruolo enorme nella mia vita, perché mi ha accompagnato in tutto il percorso, non solo nei risultati".
Matteo Santoro è diventato un'atleta conosciuto dal grande pubblico dopo l’oro europeo a 14 anni con Chiara Pellacani: che ricordo ha?
"È una gara che ricordo in modo un po’ sfocato, perché era tutto troppo grande per me in quel momento. Era la mia prima esperienza internazionale vera, quindi ero dentro un contesto completamente nuovo. Non avevo aspettative, ero lì quasi per imparare. Quando è finita la gara e ho capito che avevamo vinto, la sensazione è stata stranissima, quasi irreale. Non ero abituato a quel tipo di emozione e credo che proprio per questo il ricordo sia molto legato alle sensazioni più che ai dettagli tecnici".
Qual è il segreto del vostro affiatamento?
"Il fatto che ci conosciamo da quando siamo bambini è sicuramente la base di tutto. Siamo cresciuti praticamente insieme, non solo come atleti ma proprio come persone. Questo crea un tipo di intesa che non si costruisce dall’oggi al domani. Nel sincro non basta fare bene il proprio tuffo: devi sentire l’altra persona, anticiparla, fidarti completamente. E con Chiara questa cosa è naturale".
Quanto conta il rapporto fuori dall’acqua?
"Tantissimo. Se fuori non c’è un equilibrio, poi anche dentro l’acqua si vede. Noi ci conosciamo così bene che non c’è bisogno di parlare troppo. Questo rende tutto più semplice, anche nei momenti di pressione".
Dopo argenti e bronzi mondiali, cosa ha significato vincere finalmente l’oro ai Mondiali di Singapore 2025? Ha vissuto momenti importanti…
"Sì, soprattutto il primo Mondiale è stato particolare. Ero circondato da un ambiente enorme, diverso da tutto quello a cui ero abituato. Non mi sentivo ancora “dentro” quel livello, ero quasi spettatore oltre che atleta. Poi però gara dopo gara capisci che ci puoi stare anche tu, e quando arrivano risultati come una medaglia, anche inaspettata, realizzi che il lavoro che hai fatto ti ha portato davvero lì".
Social e vita personale. Come vivi la parte social e la popolarità?
"Mi piacciono i social, li vivo in modo abbastanza naturale. Mi piacerebbe anche iniziare a fare contenuti più personali, tipo raccontare giornate o allenamenti, ma devo trovare il tempo e anche la costanza per farlo bene. Però sono una persona che riesce a separare le cose: quando ho allenamento o gara, il telefono lo metto da parte e mi concentro solo su quello".

Commenti negativi?
"Per ora per fortuna non ne ho ricevuti, ma anche se arrivassero non li vivrei come un problema. Alla fine ognuno può dire quello che vuole, ma conta sempre il modo in cui lo dici. Se manca educazione, per me perde valore".
Che interessi ha Matteo Santoro oltre la vita sportiva?
"Mi piace molto la musica, ascolto davvero di tutto, soprattutto musica latina. Poi mi piace muovermi, non riesco a stare fermo troppo tempo, anche nei giorni di pausa cerco sempre di fare qualcosa. E mi piace anche uscire con gli amici, fare vita normale. Secondo me è fondamentale per un atleta avere una vita equilibrata fuori dallo sport, altrimenti rischi di saturarti".
Il sogno nel cassetto?
"Le Olimpiadi, senza dubbio. È l’obiettivo più grande. Mi piacerebbe arrivarci anche a livello individuale, oltre che nel sincro. È un percorso lungo, ma è quello che mi motiva ogni giorno ad allenarmi. E poi, chissà, magari in futuro anche il sincro misto potrebbe entrare nel programma olimpico".