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L’ultimo messaggio del leggendario Nirmal Purja prima di morire sul Karakorum somiglia a un presagio: “Non chiedo altro”

Rileggere oggi l’ultimo messaggio sui social di Nirmal Purja, dopo la sua tragica morte sul Broad Peak nel Karakoram a causa di una valanga, mette i brividi.
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Nirmal Purja era probabilmente il più grande alpinista vivente, almeno considerando il settore degli ‘ottomila'. Lo era per volume e velocità di scalate, ma anche visibilità: parliamo di un personaggio che aveva travalicato gli scenari delle montagne, sfondando lo schermo televisivo e raggiungendo fama planetaria. Il leggendario nepalese-britannico è morto a 43 anni lo scorso 30 luglio, in seguito a una potente valanga sul Broad Peak (la dodicesima montagna più alta del mondo con i suoi 8051 metri), situato nella catena del Karakoram in Pakistan.

L'ultimo post di Nirmal Purja prima di trovare la morte sul Broad Peak: ha cambiato idea in corsa, gli è stato fatale

Pur essendo uno che aveva domato più volte gli ‘ottomila' – in tutte le condizioni possibili, di maggiore o minore assistenza – Purja sapeva bene che per quanto un alpinista possa essere capace, esperto e pronto a reagire agli imprevisti, la montagna ha sempre carte migliori dell'uomo e se le può giocare in qualsiasi momento, con esiti fatali. È per questo che il suo ultimo post su Instagram e X, nel rileggerlo oggi, assomiglia a un oscuro presagio.

Il post, pubblicato lo scorso 27 luglio, spiegava intanto che l'ascesa del Broad Peak non era in programma. ‘Nimsdai' – com'era soprannominato lo scalatore – si era fatto allettare dall'opportunità di allungare la sua lista dei record: "Questo non era il piano. All'inizio il piano era solo di salire il Gasherbrum II (la tredicesima vetta più alta coi suoi 8035 metri, ascesa conclusa senza ossigeno il 21 luglio, ndr). Ma poco prima di partire per il Pakistan ho fatto i conti sulle mie cime di 8000 metri. È stato allora che ho capito: se mi faccio anche il Broad Peak mentre sono qui, ne resta solo una: il Cho Oyu (la sesta con 8201, ndr). Poi diventerò la PRIMA persona nella storia a salire tutti e 14 gli ottomila due volte. Senza ossigeno".

"Non era pianificato. Ma le opportunità non urlano: sussurrano a chi sta già lavorando in silenzio – continuava il messaggio – Ecco il segreto che ho portato con me in ogni spedizione: non ho mai gareggiato con nessun altro. La mia unica battaglia era contro l'uomo che ero ieri. Ogni singolo giorno, spingendo i miei stessi limiti. Perché nel momento in cui guardi di lato – a cosa fanno, dicono o ottengono gli altri – perdi la bussola. La tua direzione è TUA. Proteggila con ferocia. Mi criticavano quando ho salito le 14 vette senza ossigeno durante il ‘Project Possible'. Se non hai visto cosa ha richiesto, guarda 14 ‘Peaks' su Netflix. Quel film è la verità senza filtri. E adesso? Adesso vado verso il doppio senza ossigeno: il triplo in totale (considerando il primo completamento dei 14 ottomila nel 2019 con ossigeno, ndr). Il rumore non si è fermato. Io ho solo smesso di ascoltare".

L'auspicio dell'alpinista nepalese prima dell'ascesa del Broad Peak: "Chiedo solo un passaggio sicuro"

Poi il passaggio finale che mette i brividi pensando a cosa sarebbe successo solo qualche giorno dopo: "Broad Peak, non chiedo altro che un passaggio sicuro nella salita e al ritorno. Non do mai scontata nessuna montagna. Nemmeno una. Dal momento in cui il mio piede lascia il campo base, do il 100% di me stesso. Sempre è stato così. Sempre lo sarà. Questa è dedicata a tutti coloro che mi hanno portato fin qui. Sostenitori. Critici. Tutti voi. Senza entrambe le parti non c'è fuoco. Quindi grazie, davvero. Il mio scopo non è mai stato su di me. È su ciò che rappresento. È su mostrare a TE che le tue montagne – qualunque esse siano – sono scalabili".

Nirmal Purja quel "passaggio sicuro" non lo ha avuto, il Broad Peak ha deciso di mostrargli il suo volto più cattivo, spietato. ‘Nimsdai' stava guidando una spedizione internazionale di dieci alpinisti, nessuno è sopravvissuto. L'incidente ha avuto luogo mentre la squadra stava salendo lungo la cresta ovest, la via più frequentata, tra il Campo 2 e il Campo 3, a un'altitudine tra i 6500 e i 7000 metri. Intorno alle 9 del mattino, una massiccia valanga ha travolto tutto il gruppo, trascinandolo lungo un canalone per un dislivello di oltre mille metri. Impossibile per chiunque salvarsi in un disastro del genere.

La traccia del GPS di Nirmal Purja: impressionante la caduta in seguito alla valanga, è più di un chilometro
La traccia del GPS di Nirmal Purja: impressionante la caduta in seguito alla valanga, è più di un chilometro

La squadra comprendeva sei nepalesi (tra cui Purja stesso e guide di fiducia come Pur Bahadur Gurung ‘Yukta', Nima Sherpa, Kili Pemba Sherpa, Nawang Thindu Sherpa e Gyalu Sherpa), più un pakistano (Sohail Sakhi, guida e fotografo d'alta quota), un'omanita (Nadhira Al Harthy, prima donna omanita a raggiungere la vetta dell'Everest), un'americana (Mallory Geis, al suo primo ottomila) e un cinese (Wang Zhong).

Le operazioni di ricerca sono iniziate subito, ma sono state ostacolate da condizioni meteo avverse, terreno estremamente pericoloso e alta quota. Peraltro fin dall'inizio si è capito che non sarebbe stata un'attività di salvataggio, ma di recupero dei corpi. Il 2 agosto è stato localizzato e raggiunto il corpo di Purja a circa 5700 metri di quota.

Chi era Nirmal Purja: la leggenda degli ottomila

Nirmal ‘Nimsdai' Purja era nato il 25 luglio 1983 in Nepal. Aveva servito per 16 anni nell'esercito britannico e aveva ricevuto il titolo di ‘Membro dell'Impero Britannico' nel 2018. Era diventato famoso nel 2019 con il ‘Project Possible', scalando tutti i 14 ottomila con ossigeno in soli 189 giorni (ovvero poco più di sei mesi), poi aveva guidato la prima spedizione invernale di successo sul K2 nel 2021. La sua storia era stata raccontata nel documentario Netflix '14 Peaks: Nothing Is Impossible'. Lascia la moglie Suchi e una figlia di tre anni, Himani.

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