Francesco Di Leva: “Alla pensione non ci penso, ma una legge fatta sotto il fascismo è vecchia e va cambiata”

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L’attore napoletano, raggiunto da Fanpage.it, interviene sul tema delle pensioni dello spettacolo dopo lo sfogo di Luca Ward al nostro giornale: “Per adesso non ci penso, ma una legge del 1940-41 è vecchia e va cambiata”. L’incontro alla Colombaia di Luchino Visconti per i dialoghi sul cinema.

Sulla terrazza di Villa La Colombaia, a Forio d’Ischia, si arriva dopo una salita tra i pini. Davanti c’è il mare, alle spalle la casa che Luchino Visconti scelse come rifugio. È qui che Francesco Di Leva ha accettato di cambiare postazione per due pomeriggi: non più l’attore che risponde alle domande, ma quello che le fa. Fanpage.it lo ha incontrato su quella terrazza, prima dei due dialoghi con Alessandro Preziosi e Lino Musella. Entrambi gli incontri sono stati coordinati da Gennaro Bianco. 

Per Di Leva è una prima volta da "conduttore". Napoletano di San Giovanni a Teduccio e cofondatore del Nest, il teatro di Napoli Est, ha vinto due David di Donatello come attore non protagonista: nel 2023 per Nostalgia di Mario Martone, nel 2025 per Familia di Francesco Costabile. Alla Colombaia però non porta un curriculum. Porta un’idea di confronto tra colleghi che vivono, come dice lui, lo stesso momento storico.

E abbiamo finito anche per parlare del tema delle pensioni dello spettacolo, un topic che si è riaperto dopo il duro sfogo del doppiatore e attore Luca Ward, in prima fila sull'argomento, proprio a Fanpage.it. Di Leva sta coi lavoratori dello spettacolo, anche se ha ammesso che per adesso i calcoli sui contributi versati non li fa ancora.

Come mai hai accettato il ruolo di host?

Host? Ma no, per me è un confronto. Un’analisi sull’essere attore, sulle condizioni di vita di un artista, un confronto con due colleghi che vivono nello stesso momento storico. È come stare nel salotto di casa mia, o in quello di Lino Musella o di Alessandro Preziosi, e parlare ad alta voce con tante persone che ci ascoltano e che possono intervenire.

Siamo sulla terrazza della Colombaia, nella villa di Visconti. Cosa provi a essere qui?

Mi è venuto un misto di ansia e bellezza, ma soprattutto voglia di scoprire di più la grandezza del cinema di Luchino Visconti.

Quanto è pesato partire dal basso? E cosa diresti a un ragazzo che comincia oggi a fare il tuo mestiere?

Attraversare delle bufere è stato necessario e utile. È difficile. Pensi spesso di mollare, ma quando pensi di mollare il corpo e l’intelletto reagiscono. E vengono fuori creatività, talento, idee. Ai giovani, che si abbattono facilmente, dico: ‘Inventate cose, cercate le vostre idee e guardate la realtà cinque minuti di più, che vi permetteranno di tirare fuori idee preziose’.

I tuoi personaggi hanno sempre una venatura noir, una quota di ombra pari a quella di luce. C’è un ruolo che ancora manca a una galleria già molto ampia?

C’è un ruolo piccolo che ho fatto con Roberto Andò. L’ho portato anche a teatro. Un uomo che ha altre visioni, un altro tipo di libertà sessuale e mentale. Ecco, mi piacerebbe fare un film come Milk di Sean Penn. Io sono ossessionato da quell’interpretazione, da quell’attore – ecco, parlando di ossessione, visto che ci troviamo nella villa di Visconti. Quello è un ruolo che porterei magari in una dimensione più profonda, è un ruolo che mi piacerebbe fare e approfondire per conoscere diverse sfumature anche mie, personali.

L’opera prima da regista: Napoli mon amour

A questo punto parliamo del  debutto dietro la macchina da presa, che parte da un romanzo molto amato negli anni scorsi. È Napoli mon amour, che segnò l'esordio narrativo di Alessio Forgione: una città livida e piovosa raccontata attraverso la generazione dei trentenni con la laurea in tasca e nessun posto nel mondo.

Cosa puoi raccontarci della tua opera prima?

Posso dire poco, ma per scaramanzia. Non c’è nulla che mi impone di non parlare, ma posso dire che è tratto dal libro di Alessio Forgione, Napoli mon amour. Un libro stupendo. Il film mette le mani nella storia di tre giovani neolaureati italiani alle prese con il lavoro, la disoccupazione, l’amore e la voglia di vita.

Le pensioni dello spettacolo: “Una legge vecchia, va cambiata”

Si è riaperto il tema delle pensioni dei lavoratori dello spettacolo. Che posizione hai?

Una legge sotto il fascismo, del ‘40-‘41, è vecchia e va cambiata. Il mondo si è evoluto e i lavoratori si sono evoluti. Per me non potrebbe essere diversamente che sostenere i lavoratori dello spettacolo.

E tu alla pensione ci pensi?

Io alla pensione non ci penso, sono concentrato sui progetti. Ma da lavoratore dello spettacolo non posso che combattere dalla loro parte ed essere vicino a tutti i colleghi.

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