Massimiliano Caiazzo: “Per Pino Daniele ho cambiato il mio corpo, oggi guardo Carmine di Mare Fuori con tenerezza”

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Dalla trasformazione fisica per interpretare Pino Daniele al legame con Carmine di Mare Fuori, “un coinquilino, siamo cresciuti insieme”, fino al rapporto con Napoli, i fan e la famiglia. A 30 anni, il protagonista del film Je so pazzo racconta le sfide del film e la gratitudine per il pubblico: “Sento un calore enorme per strada, sono grato a chi mi sostiene, non lo ritengo scontato”.

Massimiliano Caiazzo si racconta in questa intervista video nella redazione di Fanpage.it. Dalla trasformazione fisica per interpretare Pino Daniele al legame con Carmine di Salvo, il personaggio che gli ha cambiato la vita in Mare Fuori. Ma anche il rapporto con Napoli, con i fan e con la famiglia, il porto sicuro a cui tornare dopo ogni traguardo. A 30 anni, l'attore protagonista di Je so pazzo si racconta attraverso le sfide di un ruolo che lo ha portato a confrontarsi con il lato più umano di un artista leggendario. "Non credo alla perfezione", spiega, convinto che "è dalla grande umanità che derivano le grandi forme d'arte". Per entrare nei panni di Pino Daniele, il cambiamento fisico è stato soltanto il punto di partenza di un viaggio più profondo: capire cosa significasse abitare quel corpo e sentire la musica attraversarlo. Un'esperienza che oggi si accompagna alla gratitudine per il successo, per l'affetto del pubblico e per una città che lo ha sostenuto durante le riprese. "La famiglia è un porto sicuro", racconta, senza sentire il bisogno di separare l'uomo dall'attore, nemmeno sotto i riflettori. E mentre guarda con tenerezza al giovane Carmine di Mare Fuori, rivendica ancora lo stesso spirito curioso di allora: "Un nerd della recitazione, che sono ancora oggi con grandissimo orgoglio".

Il film è nelle sale e sta avendo un enorme successo: com'è staccarsi da qualcosa che fino a ieri è stato solo tuo?

Bella domanda. La risposta è legata a una riflessione recente, infatti la settimana scorsa ho visto il cartone animato UP, che parla di questo signore molto legato alla sua casa, che a un certo punto la lascia andare. Mentre stavo vedendo questo film eravamo a cinque giorni dalla prima di Je so pazzo e mi è sembrato profetico.

Sei stato pronto a lasciarlo andare?

Non so se pronto è la parola giusta, ma sono stato felice. Voglio godermi questo momento.

Sui social l'annuncio del tuo ruolo nei panni di Pino Daniele ha generato un'enorme attesa. La scena di Pino, goffo e appesantito, con i friarielli in bocca o quella in cui  canta Je so pazzo nello studio di registrazione con le pareti imbottite, hanno cominciato a colpire, a volte a picconare l'immaginario popolare. È difficile mettere tutti d’accordo quando ci si avvicina a personaggi così mitologici. Perché?

Il nostro obiettivo non era restituire un'imitazione di Pino, nemmeno quello di fare un documentario. Volevamo esplorare l'essere umano che era dietro l'artista per provare a individuare dove nasceva questa esigenza di fare musica. A me da artista andare a studiare così da vicino un artista di questo tipo è stato un regalo incredibile.

Una grande occasione soprattutto per la tua prova attoriale, con i chili presi e un certo atteggiamento, è stato un modo per dargli umanità arrivando anche a dissacrarlo un po', no?

Non so se è il termine giusto, perché secondo me è proprio nell'umanità che c'è il sacro. Non credo alla perfezione e la cosa bella quando studiamo le vite dei grandi artisti è il loro modo di celebrare soprattutto le imperfezioni. È dalla grande umanità che derivano le grandi forme d'arte.

Ma com'è stato calarsi nei suoi panni?

È stato un viaggio incredibile, il cambiamento fisico è stato soltanto uno degli aspetti e capisco sia stato impattante, lo è stato anche per me. Dovevo arrivare a capire cosa significasse fisicamente essere presenti in quel corpo. E come la musica lo attraversasse.

Il film è tratto dal libro scritto da suo figlio Alessandro, avuto dalla prima moglie Dorina. La narrazione cambia e diventa familiare, molto privata.

Sì la cosa bella è che musica e privato si integrano e si completano, la musica arriva sempre a potenziare la sua storia.

Pino dava parola alla musica e quando aveva parola aveva la parlesia, lingua improvvisata molto antica, che adottavano i musicisti per capirsi tra di loro.

Sì, una sorta di codice. Questo racconta tanto dell'epoca che stiamo raccontando, di quanto flusso creativo c'era in quegli anni, a tal punto da aver creato una lingua alternativa per comunicare.

Ci sono molti momenti musicali e la voce è quella di un Pino Daniele giovanissimo. A volte si cade nel dubbio che sia anche tu a cantare e invece no.

Non c'è stata mai la richiesta che si sentisse la mia voce, l'intento era far sentire Pino il più possibile. Per me è stato importante, così come cambiare fisicamente, studiare canto in maniera specifica i suoi fiati, l'utilizzo della voce, come si muoveva il suo corpo. Ho fatto lip sync, era importante per la recitazione interpretare i brani e mostrare il contesto in cui sono nati.

“Per fare quei numeri devi essere sotto padrone”. Stare nelle logiche di mercato è il prezzo della libertà?

Non lo so. Quello che quello che so è che sicuramente lui, nel momento in cui ha scoperto di avere una voce, è sempre andato avanti per dire quello che veramente voleva dire.

“I giovani devono stare incazzati”. Tu hai appena compiuto 30 anni, con chi o con cosa sei incazzato oggi?

Mi prendi in un momento in cui sono davvero poco incazzato. Più che incazzati bisogna essere presenti, poi se quello che vediamo ci fa incazzare è giusto guardarsi in questo sentimento. Ma Pino la rabbia la metteva in musica, quindi ne faceva un uso estremamente intelligente e creativo. Non la sfogava in modo distruttivo, è importante la distinzione.

E che momento è per te a 30 anni?

Sono pieno. Alla proiezione di Je so pazzo c'erano parenti, amici, i miei maestri, mi sono trovato sotto a una "paccheriata di amore" che mi devo ancora riprendere.

Anche Carmine di Salvo, in Mare Fuori, era il simbolo di una rabbia posta al servizio del bene. A guardarti adesso su quel set, come ti vedi? 

Felice, fortunato ad aver avuto quel tipo di possibilità. Carmine è stato un coinquilino vero e proprio, ci sono cresciuto insieme. Lo guardo con un'estrema tenerezza, se dovessi guardare a quel periodo vedo veramente un ragazzo animato da una profonda curiosità nei confronti di questo mestiere, nei confronti dei tecnicismi, un nerd della recitazione, che sono ancora oggi con grandissimo orgoglio.

Hai attraversato Napoli con Mare Fuori, con Filomena Marturano, poi con la serie Uonderbois e ora con Je so pazzo. Dai tuoi social emerge un forte senso di orgoglio da parte dei tuoi conterranei.

Mi piace pensare che l'attore sia qualcuno che si mette al servizio della storia, del regista, dell'industria cinematografica in generale. Di conseguenza, sono anche al servizio del pubblico. Mi interrogo molto sul messaggio che voglio mandare quando abbraccio una storia, è fondamentale per me sapere cosa andrò a trasferire.

E il rapporto con le tue fandom com'è rispetto a quattro anni fa?

Grazie ai social è un rapporto attivo. Il mio impegno è quello di cercare di fare sempre il mio meglio. Provo una grandissima riconoscenza nei confronti delle persone che mi seguono, non la reputo una cosa scontata.

Sei serio.

Molto, anche nei confronti di me stesso. Penso che se rispetto la mia etica, automaticamente si percepisce anche fuori. E la cosa più importante: vado a dormire tranquillo.

Torni a Napoli adesso con il vestito di Pino addosso. 

Torno a Napoli con un film su Pino, mettiamola così. Sono molto riconoscente anche nei confronti della città, durante le riprese le persone mi fermavano per strada e mi supportavano. Non è stato poco. Mi piace l'idea di raccontare diverse sfumature di questa città, per restituire ciò che mi danno la cosa che mi viene meglio è dare a mia volta.

Durante la premiere del film, eri sul red carpet e ti sei fermato tra fotografi e giornalisti per ricevere un bacio di tua madre. La famiglia è una priorità. Come tuteli la tua sfera privata?

Non creo una separazione tra l'uomo e l'attore. Siamo carne, ossa e sangue anche quando siamo sul red carpet. Non credo nella separazione netta dal personaggio, per questo anche su un red carpet mi comporto come se fossi sempre io. La famiglia è un porto sicuro, i miei momenti professionali li condivido sempre con chi amo. E mi piace farlo anche con i fan, non la loro attenzione non la avverto in modo eccessivo.

Rimani con i piedi per terra.

Sono loro a tenermi ben saldo. Come dice Geolier: "Non ti far abbagliare dal bagliore".

Una canzone di Pino Daniele che ti rappresenta?

Yes I know my way.

Che vuol dire per te essere "nero a metà"?

È un insieme di tantissime cose. Ha a che fare con il sentimento racchiuso nella frase "oggi voglio parlare", soprattutto quando credi fortemente in ciò che vuoi dire.

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